Barbìs e Barùs, quando capiremo di non aver bisogno di chi ci affama, lasceremo i nostri aguzzini

segugio

di RICCARDO POZZI – Barbìs e Barùs. Tra i corposi pioppeti che colorano di verde le sponde del Po, nelle vecchie golene che accompagnano l’antico serpente d’acqua che da millenni scappa verso il mare, tra le sponde melmose che durante le piene riempiono di schiumoni lo specchio d’acqua, qualcuno racconta ancora una vecchia storia, ruvida e grezza, come il carattere dei protagonisti.

Barbìs era un vecchio “trifolino” che nella vita aveva addestrato decine di cani da tartufo, ma nella parte finale della sua esistenza era purtroppo diventato troppo duro e crudele con i suoi collaboratori di ricerca del prezioso tubero.

Il suo ultimo cane, il vecchio Barùs, era un segugio di imponenti dimensioni e di una certa esperienza.

Il grosso segugio italiano non riusciva a capire perché, l’ormai novantenne padrone, non gli desse da mangiare. Un po’ di digiuno per aumentare la sensibilità olfattiva è pratica nota, ma la dura fame non convince il cane a collaborare.

Per questo, quando il burbero Barbìs, sguinzagliava il proprio cane affamato e il segugio trovava il tartufo, non potendo resistere al digiuno di giorni, se lo mangiava.

Scatenando così l’ira del vecchio trifolino, la cui rigidità mentale, dettata dalla senilità, gli impediva di comprendere che la causa della mancata collaborazione di Barùs era da ricercare proprio nel crudele trattamento che riceveva dal padrone. Perciò puniva il proprio cane con ulteriori digiuni.

Il segugio è un cane, dunque non  stupido.  Quando Barùs realizzò che per mangiare qualcosa non aveva bisogno del vecchio Barbìs ma solo del suo fiuto, se ne andò per sempre.

In tutta onestà  non posso dire se questa storia sia una piccola leggenda, creata dall’immaginazione dei nostri vecchi, per spiegare in modo semplice le elementari dinamiche che regolano la vita in comune, o se sia vera.

Non so se Barbìs e Barùs siano veramente esistiti. So solo che questa storia mi ricorda qualcos’altro. Forse la vita di altre persone, forse la mia, forse quella di milioni di segugi affamati e del loro digiuno forzato.

Forse quando questa gente troverà un piccolo grano di tartufo se lo mangerà, come fece il vecchio cane. E magari prima o poi si sveglierà, quando capirà di non aver bisogno di chi la affama, questa gente si alzerà e se ne andrà per sempre, lasciando i propri aguzzini senza voltarsi indietro. Ma questa è solo una vecchia leggenda, una di quelle che girano tra i pioppeti e le golene  del grande fiume,

Vecchie storie di una volta, oggi dimenticate.

 

 

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2 Comments

  1. Luca Casartelli says:

    Bellissima storia.
    E più che vero il messaggio.
    Grazie

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