Bandiere padane, simbolo di libertà

bandiera-lombarda

Più di ogni altro segno, le bandiere rappresentano nel mondo contemporaneo il tratto distintivo di
un gruppo, il simbolo esortativo di un’idea, o l’immagine di una comunità geografica, culturale o etnica. In questo ultimo caso, esse riprendono tutte le valenze rappresentative che avevano le immagini totemiche proponendosi come una sorta di segno delle comuni origini.

Queste loro funzioni sono tanto radicate nell’immaginario collettivo da identificare immediatamente una bandiera con un popolo, con una ideologia, con una struttura statuale o con un movimento storico. Lo sono al punto che i colori che le compongono sono diventati messaggi immediati, veicoli di comunicazione così “forti” da essere spesso impiegati per scopi che vanno al di là di quelli esortativi o identificativi originari.

Ogni popolo ha – o ha avuto nel tempo – un suo vessillo totemico, un segno araldico distintivo, una sua bandiera. Spesso le fortune storico-politiche dell’uno coincidono con quelle dell’altra, e – in particolare – “l’intensità d’uso” di un vessillo testimonia la forza, la vitalità e la coesione di una comunità. Così come la riscoperta di un simbolo, dopo tempi di abbandono, è sicuro segnale della rinascita di una nazione o di una comunità, e di una corale riappropriazione di identità.

Gli ultimi anni di storia sono caratterizzati da un grande rimescolamento di carte in cui entità statuali che parevano granitiche si frammentano o spariscono, e dove altre – date per estinte – si riuniscono o rinascono. Nulla meglio dell’uso di bandiere sembra poter segnalare con altrettanta chiarezza e immediatezza questi cambiamenti: bandiere cui vengono strappati simboli politici decaduti, bandiere che
subiscono modifiche, ma – soprattutto – bandiere che vengono tirate fuori dai recessi della storia e poste a rappresentare eventi, idee o gruppi che hanno lontane radici.

Vecchie entità storiche ed etniche che riscoprono antiche libertà, autonomie dimenticate da secoli e risorgenti, popoli che si risvegliano da antiche oppressioni e da incubi più recenti: tutti segnalano i giorni nuovi sventolando nuovi vessilli, che spesso sono assai più antichi di quelli che vengono a soppiantare.

Il fenomeno è naturalmente più forte nelle aree di antica e radicata tradizione, come l’Europa. Non fa eccezione la parte settentrionale dell’attuale Repubblica italiana, dove la stratificazione storica raggiunge livelli forse unici al mondo, e dove tante individualità culturali, e tante etnie diverse – sottoposte a 150 anni di sistematici tentativi di oppressione e appiattimento – sembrano ora aver trovato nuova vitalità.

La storia delle bandiere delle comunità padano-alpine ricalca quella della bandiera tout-court. Proprio in questa area geografica e culturale sono stati certamente impiegati alcuni alcuni dei primi “contrassegni” etnico-politici del mondo, qui sono certamente comparsi taluni dei primi segni araldici, qui – sicuramente – si sono sviluppati, diffusi e stabilizzati a partire dai secoli XI e XII stemmi e scudi che hanno dato vita all’araldica moderna e ai vessilli che oggi conosciamo.

Abbiamo sicure prove che i combattenti celti inalberassero insegne “di gruppo” costituite da riproduzioni di animali. Il termine “bandiera” potrebbe derivare da “banda”, gruppo di combattenti di cui era l’insegna; secondo altre interpretazioni sarebbe collegabile con il persiano band (fascia), o con il nordico bann (da cui sono derivati i termini anglo-sassonibanner e panner, che indicano una insegna di tipo araldico, anticamente rettangolare e attaccata all’asta dal lato maggiore), oppure dal latino-barbaro bannum, un velo con cui si ornava una persona o una cosa che erano state poste sotto la protezione di un editto (bando) dell’autorità.

Le bandiere antiche avevano foggia diversa: talune – come gli stendardi di derivazione tedesca – erano appese verticalmente, altre avevano forme arrotondate, o erano complicate da code, fiamme o lunghe strisce di stoffa dette Schwenkel. Solo negli anni più recenti, la più parte delle bandiere ha assunto forma rettangolare, pur con proporzioni variabili dal quadrato al doppio quadrato. Nel recupero di vecchi vessilli, vale la pena di ricordarne anche le antiche forme tradizionali, almeno nelle loro versioni più nobili.

Su questo argomento val la pena ricordare il libro di Gilberto Oneto, dal significativo titolo di Croci Draghi Aquile e Leoni. Esso prende principalmente in esame le bandiere della Padania e delle comunità o “Piccole Patrie” che la compongono (Arpitania, Piemonte, Liguria, Insubria, Lombardia Orientale, Veneto, Tirolo Trentino, Ladinia, Friuli, Trieste, Emilia e Romagna), ma si occupa anche dei vessilli di tutti gli altri popoli e minoranze che vivono nella stessa area geografica e culturale entro gli attuali confini della Repubblica Italiana e delle comunità padane, o che – pur trovandosi al di fuori di essi – hanno affinità culturali con la Padania.

Di ciascheduna sono riportate descrizioni e annotazioni storiche. Ove non esistano bandiere riconosciute, vengono date informazioni circa le immagini araldiche più rappresentative e formulate ipotesi che possano contribuire alla formazione, alla riproposizione e al riconoscimento di un vessillo. Si tratta di una radicale revisione e del puntuale aggiornamento di un libro pubblicato nel 1992, Bandiere di libertà, che tanta importanza aveva avuto nel fare riscoprire bandiere antiche e nel formarne di nuove. Da quel libro la nostra gente aveva tratto grande ispirazione per riempire le manifestazioni leghiste di mille e mille vessilli colorati e gloriosi.

Si troveranno, rispetto a quel primo lavoro, numerose variazioni emolteplici nuovi inserimenti che sono il frutto di ulteriori ricerche effettuate da gruppi di studiosi e di appassionati, ma anche della prodigiosa e spontanea creazione di aggregazioni identitarie. Numerosi simboli storici sono riemersi dalle brume del tempo e hanno ritrovato rinnovato vigore nell’utilizzo e nell’affetto della gente. In una condizione socioculturale come quella italiana, nella quale la bandiera “nazionale” compare solo negli stadi e necessita della protezione del Codice Rocco, e dove i soli vessilli popolari sembravano essere quelli delle squadre di calcio o dei team automobilistici, è entusiasmante vedere come antichi simboli ricompaiano dopo secoli di oblio (o di deliberata cancellazione) grazie allo spontaneo entusiasmo della gente a dimostrazione che un simbolo profondo e vero – come ha scritto Eliade – «è indipendente
dal fatto di essere ancora compreso o di non esserlo più; conserva la sua consistenza malgrado ogni degradazione; la conserva perfino quando è stato dimenticato, come dimostrano quei simboli preistorici di cui il significato si è perduto nel corso dei millenni, per essere in seguito riscoperto».

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One Comment

  1. Castagno 12 says:

    La disquisizione sulle bandiere è abbondante e dettagliata, ma non ha alcun valore pratico.
    Non suggerisce cosa deve fare chi si ritiene rappresentato da un simbolo che merita rispetto ed impone azioni utili a sua difesa.
    Purtroppo, da anni, le bandiere padane vengono sventolate da adulti che hanno mantenuto un atteggiamento ingenuo (mettiamola così) infantile e festoso.
    Gli indipendentisti vanno alle manifestazioni, applaudono convinti le promesse fasulle ed i traguardi irragiungibili, sventolano le bandiere, servono il Mondialismo senza rendersene conto e pretendono anche risultati concreti.
    Solo dei BABBEI, dopo più di trenta anni di insuccesi, possono ancora credere che lo sventolio di Bandiere, accompagnato da RICHIESTE INGENUE, PORTI LIBERTA’ E INDIPENDENZA.

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