Quelle imprese murate vive dall’ultima frontiera. Le banche del Ticino e il Nord

di STEFANIA PIAZZOINSUBRIA (1)

Persino il papa lo ha detto: basta muri, vanno costruiti ponti. Ecco, tra Ticino e Lombardia e in quella fetta di pedemontana che si chiama anche Insubria, terra transfrontaliera per vocazione, i muri ci sono ancora. Sono quelli che negano la libera circolazione dei servizi, bancari. Che fanno da cappio allo sviluppo di un mercato del credito, avanzato, tra Ticino e il nostro Nord, dove ci sono ancora le imprese che osano. E’ una strana terra, l’Italia europea. Si adatta a tutti i diktat, apre in 10 mesi a 150mila stranieri, poi consuma il paradosso di un’afasia legislativa e di una asfissia economica che condanna le imprese al nanismo perché altri stranieri, questa volta gli istituti di credito ticinesi, non possono ancora agire in un mercato liberale a casa nostra.

Il nemico ti ascolta

Vincoli di bilancio, Basilea 3 come strangolo che stringe più stretto tanto più ti muovi… un sistema bancario elvetico che non può accedere alla centrale rischi, il rischio a sua volta pirandelliano di essere intercettati come evasori dalla Finanza se il bancario svizzero dall’altra parte del telefono ti propone un servizio finanziario… Insomma, il quadro è questo. Tanto che ne è uscito con urgenza un libro-inchiesta, “La banca ticinese e l’impresa del Nord Italia”, Franco Angeli Editore (con la collaborazione della Comunità di lavoro Regio Insubrica), scritto da René Chopard, direttore del Centro Studi Bancari dell’Associazione Bancaria Ticinese di Lugano-Vezia e da Gioacchino Garofali, ordinario di Politica economica all’Università dell’Insubria.

Materia giuridica e disciplina economica a confronto che, vista l’urgenza, l’Associazione giuristi dell’Insubria è stata portata nei giorni scorsi in convegno alle Ville Ponti, autori del lavoro compresi, assieme all’assessore regionale all’Economia Massimo Garavaglia e al direttore di Finlombarda, Giorgio Papa, con il contributo della Fondazione Comunitaria del Varesotto, rappresentata da Carlo Massironi.

Che hanno detto?

Nemmeno Ariosto sarebbe riuscito nell’impresa di costruire un labirinto di situazioni così complicate. Chopard ha subito raffreddato le speranze: quella di oggi tra Ticino e le provincie di Varese, Como, Novara, Verbano Cusio Ossola e Lecco, è una frontiera impermeabile sotto il profilo bancario del credito, è fatta ancora da regole distinte, esiste un “al di là e al di qua”. Il mondo sarà anche globalizzato, ma i servizi non sono del tutto liberalizzati. L’integrazione sta altrove. Le liberalizzazioni stanno spesso e volentieri dove non sono urgenti. Poi ci sono gli scudi fiscali, il rientro dei capitali, la fine di un sistema di fare banca dove non si gestiscono né si gestiranno solo i depositi. Il mondo sta cambiando in fretta, la legislazione però utile a entrambe le parti “al di qua e al di là” è vecchia come il cucco, mentre tutto scorre.

Le banche svizzere devono cambiare registro

Ecco qua quel che vorrebbero fare ma che ancora non sono libere di fare a pieno regime: offrire…. accesso al credito, servizi accessori, investimenti nei mercati esteri, consolidamento delle relazioni tra banca e titolare d’impresa. Oltre al private banking, cosa potranno fare da grandi le banche ticinesi?! Devono imparare a convivere con i capitali dichiarati, ma la difficoltà come sempre sta nel diverso diritto, svizzero e italiano e nel fatto che vi sono prestazioni internazionali esportate in un mercato regolamentato – o legato –  da mani a piedi, con l’Europa che limita ancora troppe prestazioni di servizio.

Un confine evoca…

Se è vero che il confine evoca un margine, ha ricordato uno dei co-autori del saggio, Ilaria Capelli, avvocato e docente di Operazioni di gestione straordinaria all’Università dell’Insubria, è vero anche che un confine può stimolare ed essere motore di soluzioni: liberalizzare è parola d’ordine necessaria, idem semplificare la complessità autorizzativa che oggi vincola i movimenti delle banche ticinesi ad esempio sul suolo di casa nostra previa autorizzazione di Bankitalia e a ruota della Consob. Invece per le altre banche comunitarie, basta una semplice comunicazione. Certo che negli anni della vigilanza facile, del Monte Paschi, e delle allegre bande dello spread, fa riflettere tanta solerzia dei controllori da una parte e invece la sostanziale distrazione dall’altra. Dove invece serve, lo Stato fa sempre leggi strabiche. Anziché allineare le rispettive autorità di vigilanza, si guarda solo dove si vuole.

Invasione liquidità, oggi un problema

Gli anni ’80 sono finiti. Iniziano ad essere applicati tassi negativi sulla liquidità, c’è il problema della capitalizzazione con Basilea 3, e per le piccole imprese, questo è il dunque, è sempre più difficile accedere al credito. C’è crisi, e l’Europa pretende che un’impresa sia misurata, per meritare un credito, sulla sua capacità di rientrare in parametri rigorosi di Bruxelles per potersi indebitare. Il mix micidiale tra parametri di redditività e rating che ne consegue, mette al palo anche un elefante. Esecutore testamentario è infine la fiscalità italiana: la metà e oltre di quello che si guadagna va allo Stato, col resto devi sopravvivere, pagare gli stipendi e dimostrare di poter chiedere un prestito. E’ usura.

Un gancio lombardo

Guarda in alto, forse trovi un gancio in cielo. Ci prova almeno Finlombarda. Annunciate dall’assessore Garavaglia, le misure di sostegno al credito sono state illustrate dal direttore generale Giorgio Papa. Scomodando Einstein,  sul principio che facendo sempre le stesse cose ci sono sempre gli stessi risultati e che quindi è dando risposte non convenzionali che si hanno risposte diverse, la Lombardia ha cercato così una terza via. Ovvero: un miliardo di euro di linee di credito per 240mila imprese, per chi fa ricerca, sviluppo e innovazione. Arrivano i minibond, con le imprese che emettono strumenti di credito/debito. “Meglio che investire in Bot”, ha spiegato Papa ai imprenditori, giuristi e banchieri in sala. Una prima emissione avrà il valore di 300 milioni, il 30% sottoscritti da Finlombarda. Prevedendone la cartolarizzazione.

Allora esiste questa macroregione?

Papa sforna i dati, per dimostrare che, a differenza di quanto si pensi, se l’Italia va male, la Lombardia ancora non è spacciata e le banche del Ticino hanno tutte le ragioni per guardare a questo mercato con tranquillità.

Finlombarda fa due somme e quattro raffronti: Catalogna reddito procapite 26.500 euro; Rodano-Alp reddito procapite 29.400 euro; Baden Wuttenberg reddito procapite 31.500 euro; Lombardia reddito procapite 33.500 euro. Le quattro regioni motore d’Europa hanno la Lombardia come prima motrice. Nell’ultimo settennato la Lombardia ha pagato all’Europa un valore di 20 miliardi di Pil, e di questi ne sono tornati a casa solo 5. I lombardi sono contribuenti netti di 15 miliardi a Bruxelles! Oltre si può ancora tracciare sulla lavagna altri numeri e cioè che la Lombardia dà il 21% del pil nazionale e il 27% di contributo all’export, con 980mila aziende. Se ci fosse già un’Italia ripartita per macroregioni, quella del Nord rappresenterebbe il 70% del valore economico del resto d’Italia col suo Pil, equivalente a tre stati messi insieme come Svezia, Svizzera e Austria., ovvero 1.150 miliardi di Pil. Se ci fosse, ma non c’è.

Nord vuol dire fiducia

Il Ticino si può fidare? Vediamo: il rapporto sofferenze/impieghi delle aziende italiane è al 14%, quello delle aziende lombarde è al 7%, e quello con Confidi scende ulteriormente al 5%. Sono cifre che confortano gli organizzatori, i due presidenti dell’Associazione giuristi dell’Insubria, Claudia Antonetti ed Emanuele Poletti col collega Andrea Mascetti che ha ordinato il dibattito. Ma le somme non bastano. Il quadro fiscale taglia le gambe a chi crede ancora nell’impresa e le somme regionali di una ancora lontana macroregione non bastano a smontare la testa del legislatore italiano. Certo, i dati esposti nel lavoro di Chopard e Garofoli nel loro saggio, commentati durante il dibattito da Stefano Pesciallo, avvocato e notaio, già responsabile del settore giuridico di Ubs in Canton Ticino,da Renato Boldini, responsabile clientela aziendale per la stessa Ubs, oltre che da Alberto Parma, della Parma Antonio spa, dicono che la vitalità dell’Insubria, nonostante crisi, credit crunch e stato italiano, regge ancora. Nonostante tutto, si investe. La speranza, è sempre l’ultima a morire.

 

 

 

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