150°, SI COMMEMORA LO SCANDALO DELLA BANCA ROMANA?

di FRANCESCO MARIA AGNOLI

Si sia trattato di mera casualità o della maligna intenzione di qualche dirigente Rai non sufficientemente coeso alle direttive del presidente Napolitano, Rai Premium ha scelto proprio la ricorrenza della chiusura delle celebrazioni del 150° unitario (17 marzo) per riproporre ai telespettatori, attraverso le due puntate della omonima miniserie televisiva del 2010 (protagonista principale Giuseppe Fiorello), lo scandalo della Banca Romana, uno degli episodi-clou del neonato Stato unitario e tuttavia poco o nulla ricordato nel corso delle celebrazioni.

Episodio clou, ma tutt’altro che unico, dal momento che lo avevano preceduto (per limitarsi ai più famosi – e tuttavia a loro volta trascurati dai celebranti dei riti unitari -), a unificazione politica appena raggiunta, gli scandali delle Ferrovie Meridionali e della Manifattura Tabacchi. Anche di questi, come di quello della Banca Romana, che coinvolse tre presidenti del consiglio e sfiorò la persona del Re, furono protagonisti, oltre a potenti uomini d’affari, numerosi parlamentari ed altri esponenti di quella classe politica risorgimentale che, come scrisse Gramsci, dopo avere fatto l’Italia si era affrettata a passare all’incasso.

Dopo i primi arresti furono posti sotto processo con grande clamore 130 personaggi, quasi tutti esponenti di primissimo piano della classe dirigente (politica e finanziaria) dell’epoca, ma tutti finirono assolti perché – si scusarono i magistrati – nel frattempo gran parte del materiale di accusa era andato perduto (evidentemente i “servizi” avevano lavorato bene e a pieno regime).

Storia passata e dimenticata si obietterà e si potrebbe anche credere, seguendo l’esempio del Comitato celebrativo presieduto da Giuliano Amato, da non rivangare per amor di patria se non fosse che proprio in questi giorni l’intera penisola è scossa, dall’Alpi al Lilibeo, da quello che è stato definito un autentico terremoto, un movimento tellurico con faglie improvvise di corruzione che ogni giorno si aprono per ogni dove.

Senza distinzione fra Nord e Sud, fra Destra e Sinistra (molto giustamente è stato detto e ripetuto che nell’attuale melassa partitico-tecnocratica questa ormai archeologica contrapposizione ha perso qualunque ragion d’essere), uomini politici di ogni rango e livello, in Lombardia come in Campania, in Emilia-Romagna come in Puglia, in Toscana come in Sicilia, per non parlare ovviamente di Roma, centro e punto di raccolta di ogni sommovimento, vengono posti sotto accusa per fatti non tutti di uguale importanza e gravità, ma tutti riassumibili sotto il segno della corruzione o della gestione del denaro altrui (quasi sempre quello pubblico, quindi, dei cittadini) a favore proprio e dei propri sodali o della propria parte politica.

Episodi corruttivi e abusi di potere certamente non sono una triste prerogativa dell’Italia. Resta il fatto che ancora oggi il nostro paese non solo occupa un posto di tutto riguardo nelle classifiche internazionali della corruzione, ma si trova a pochi passi dal primato, salvata a stento da alcuni (pochi) paesi del cosiddetto Terzo Mondo.

Il guaio è che, convinti di essere un paese di santi, eroi, poeti e navigatori, ci siamo sempre rifiutati (e continuiamo ostinatamente a farlo, come insegnano le celebrazioni del centocinquantenario, ultima occasione perduta) di fare i conti con il nostro passato. Un rifiuto che, impedendo di accertare le cause del fenomeno e di approntare adeguati rimedi, ha consentito a una delle peggiori classi politiche della storia di non emendarsi ed anzi di riprodursi sostanzialmente immutata fino ai nostri giorni, passando indenne attraverso guerre e rivoluzioni.

Per questo tutto sommato non abbiamo diritto di lamentarci del governo tecnico e della sospensione della democrazia.

Soltanto una meritata punizione.

 

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