Bambini “difficili” a scuola. Più buon senso, meno “espertoni”

scuolariceviamo e pubblichiamo

Caro Bianchini, condivido totalmente le tue riflessioni sulla scuola. Anzi, io andrei anche più in là, sbattendo fuori dalle scuole sia gli psicologi che gli assistenti sociali. A questo punto però bisognerebbe sbattere fuori anche un bel pò di insegnanti, perché ho seri dubbi che tante maestre delle nuove generazioni saprebbero gestire qualche bambino problematico,come facevamo noi vecchie, dal momento che qualche “pierino” c’è sempre stato in ogni classe; con loro infine sbatterei fuori anche la maggior parte dei genitori e non pochi dirigenti…
Le poche – fortunatamente! – volte che ho avuto a che fare con gli psicologi – psicologhe, nel mio caso – ne ho avuto una pessima impressione, e mai, dico mai, mi hanno saputo dare indicazioni pratiche applicabili o adottare loro provvedimenti in grado di risolvere il problema che si presentava. Anche le mie vecchie colleghe possono confermarlo: ci siamo sempre dovute arrangiare da sole. Senza contare le liti con la dirigente, l’ultima delle quali per Angelo, un bambino nero il quale, avendo altri due fratellini più piccoli da accudire e da accompagnare all’asilo poiché i genitori uscivano all’alba per il lavoro,a volte arrivava in classe leggermente in ritardo: secondo la mia direttrice avrei dovuto segnalarlo come “bambino a rischio”! A rischio di che cosa, se a sette anni portava disinvoltamente il suo carico di responsabilità, svolgeva benissimo il compito affidatogli dai genitori, e oltretutto a scuola era bravo, oltre che simpaticissimo e sempre allegro?
Potrei anche dirti di Laura, prima elementare, che cresceva con la nonna perché sua madre era scappata e non se ne era saputo più nulla. Laura raccontava molte bugie – come che la sua mamma era morta in un incidente stradale, versione ovviamente più accettabile, per lei, che non l’essere stata abbandonata- e non faceva niente in classe se non stare sempre attaccata , letteralmente, alla mia gonna…Malauguratamente ne avevo parlato con la direttrice e lei mi aveva mandato la psicologa: un donnone di almeno un quintale, tra parentesi,trascurata anche nel vestire e coi capelli unti; venne per tre mattine intere in classe, seduta in fondo a scarabocchiare qualcosa su un quadernetto ed a sonnecchiare; e dopo una settimana di “riflessione” arrivò con la sua diagnosi: la bambina aveva un grande bisogno di affetto! Quanto a rimedi, suggerimenti, consigli, zero assoluto.Mi arrabbiai proprio e la congedai malamente, fin lì ci ero arrivata anch’io e ci sarebbe arrivato chiunque conoscesse la storia di Laura. Per la quale cercai ovviamente di raddoppiare le attenzioni e le gratificazioni le -poche- volte che si impegnava nel lavoro scolastico, nel quale del resto raggiungeva buoni risultati perché era molto intelligente e riflessiva.Con le colleghe lottammo anche perché l’assistente sociale non la allontanasse dalla nonna, che le voleva bene ed alla quale la bimba era molto legata.E pian pianino le cose si sistemarono, ho poi saputo che Laura è felicemente sposata ed ha ben 5 figli!
Anche il caso di Monia è significativo: quando arrivò in prima, non diceva una parola e la sua maestra – una collega- non sapeva cosa fare. “Ha un blocco psicologico “- sentenziò la stessa psicologa di cui sopra. D’accordo – rispose la collega – ma io cosa posso fare per aiutarla? “Nulla – la risposta dell’esperta – bisognerà aspettare che si sblocchi”. Se l’avessimo ascoltata saremmo ancora lì ad aspettare il famoso “sblocco”! Invece la Clementina, la sua maestra, si rimboccò le maniche e con una pazienza infinita portò avanti un lavoro davvero encomiabile, che conosco bene perché a volte ci chiedeva di collaborare. Ti faccio un esempio, per farle dire la parola “palla”, le faceva toccare una palla ripetendole più e più volte la parola; poi, siccome Monia diceva qualcosa che assomigliava a “paooola”, la portava da me che in classe avevo una scolara di nome Paola, gliela faceva guardare e toccare più volte ripetendole il nome della bambina, in modo che distinguesse “palla” da “Paola”…..E così per mesi, finché anche Monia finalmente cominciò a parlare. Per questo risultato alla Clementina avrebbero dovuto fare un monumento, davvero!.
Vabbè, te l’ho fatta lunga per spiegarti la mia contrarietà alla “medicalizzazione” forzata di tanti casi che con un pò di buon senso e di buona volontà, si potrebbero risolvere.
Sempre grazie dei tuoi scritti e stammi bene!

Anna C.

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