IMPRESE NEL MEZZOGIORNO, POCO PIU’ DI UN DESERTO

di REDAZIONE

Solo il 6% delle circa 2.000 grandi imprese italiane ha sede nel Mezzogiorno d’Italia. Questo 6% di grandi imprese ha risentito della crisi piu’ di quanto non ne abbiano risentito le analoghe grandi aziende del Nord. Non va meglio con le medie imprese che sono un po’ di piu’, ma si attestano all’8% del totale nazionale. Nel Mezzogiorno ne sono censite 341. Piu’ di tre quarti di queste imprese sono suddivise fra sole tre regioni: Campania, Abruzzo e Puglia. Infine nel Sud esistono soltanto 22 insediamenti di grandi gruppi industriali.

Sono alcuni dei dati che emergono da ”Le imprese industriali del Mezzogiorno. Rapporto sui dati cumulativi di bilancio 2008-2010” redatto dalla Fondazione Ugo La Malfa e realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo, Fondazione con il Sud e Terna, presentato a Palazzo d’Orleans a Palermo.

Presente la quasi totalita’ della giunta della regione siciliana, a presiedere la presentazione e’ stato il professor Carlo Dominici. Le conclusioni sono state affidate al presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo.

Il Rapporto della Fondazione Ugo La Malfa e’ uno studio sui dati di bilancio delle imprese industriali di medie e grandi dimensioni che hanno sede nel Sud d’Italia, raccolti e elaborati dalla Fondazione grazie a un accordo con l’Area studi di Mediobanca, che dispone di un vasto archivio di bilanci di impresa. Il volume, relativo al triennio 2008-2010, e’ il primo di una serie che avra’ cadenza annuale. Il Rapporto colma una lacuna evidente perche’ fino a oggi non esistevano studi sistematici sui settori di attivita’, sulla localizzazione e sui bilanci delle imprese che hanno sede nel Mezzogiorno d’Italia.

La raccolta, l’analisi e la pubblicazione periodica di questi dati, posti al confronto con quelli di altre aree d’Italia, puo’ contribuire a mettere a fuoco i problemi del Sud e a supportare le proposte per il rilancio dell’economia di questa area del Paese. Una base di conoscenza piu’ specifica contribuira’ a impostare le discussioni di politica economica, riducendo le contrapposizioni ideologiche e metodologiche suscitate dai temi legati alla ”questione meridionale”.

”I dati illustrati oggi – ha commentato il presidente Lombardo – evidenziano, in modo organico e non estemporaneo, una situazione purtroppo ben nota, le cui cause vanno ricercate non solo nella storia, ma anche in scelte politiche a volte scellerate, che risiedono non soltanto in Sicilia.

C’e’ certamente una responsabilita’ comune che viene da lontano, che in taluni casi parte da Bruxelles, passa sempre da Roma e giunge infine in Sicilia per le sue pesanti ricadute. Noi siamo impegnati a fare la nostra parte, ma il vero problema sta nella fragilita’ del sistema industriale e infrastrutturale e non puo’ essere affrontato senza un impegno comune e convinto di tutto il ‘sistema Paese”’.

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7 Comments

  1. Diego Tagliabue says:

    Magna Grecia 2.0!

    Perché nessun Siciliano o Campano va a cercare le cause sul proprio territorio? Basta aprire gli occhi e le orecchie, per constatare che aria tira da decenni.

    Se la cicala è fallita, non è colpa della formica.

    Vale la pena riperterlo.

    Senza il vaglia perenne per gli scendicane, senza i privilegi per politici e statali, la Lombardia e il Veneto non avrebbero problemi con l’Euro. Al contrario: sarebbero in una situazione simile a quella svizzera.

    Solo che non si va avanti… di un passo (= via da FallItaGlia), se proprio il partitone, che voleva essere il “riscatto del Nord”, va a inciuciarsi con Roma ladrona e con il mafioso di Arcore.

    Il federalismo? Sono favorevole, per le regioni del Nord, che si staccheranno da questo Stato-barzelletta.
    Che modello? Basterebbe dare un’occhiata sopra le Alpi, per vedere tre modelli funzionanti di federalismo reale, con o senza Euro: Germania, Austria e Svizzera.
    Al contrario delle pagliacciate leghiste, il federalismo di questi tre Paesi è basato sull’autonomia dei Länder/cantoni e contemporaneamente sul limite di debito per loro e per il governo centrale.
    La differenza “sottile” tra limite di debito e pareggio del bilancio? Limitare il debito significa limitare la spesa pubblica e non fare sempre nuovi debiti per coprire gli sprechi. Pareggiare il bilancio alla Monti significa solamente imporre nuove tasse (come sempre riscosse asimmetricamente) e andare avanti a fare debiti.

    Legge tedesca, per Bund e Länder, del 1949: se i debiti con le banche (al netto degli interessi), previsti nella legge finanziaria per l’anno successivo, superano l’ammontare degli investimenti previsti, la legge finanziaria è automaticamente anticostituzionale.
    Ancora: i Länder rispondono autonomamente delle proprie finanze. Il conguaglio fiscale non può superare il 35% del disavanzo dell’anno precedente e deve essere approvato dai Länder contribuenti e dalla camera dei Länder.
    Se, poi, un Land fa troppi debiti (per esempio per via di investimenti sbagliati), questo viene commissariato e deve presentare ogni tre mesi e per cinque anni a fila i bilanci alla corte dei conti, alla camera dei Länder (il Senato non esiste) e all’organo parlamentare di vigilanza finanziaria.

    A quanto mi risulta, in Svizzera le regole sono ancora più severe, per stroncare subito eventuali tendenze allo spreco.

    In FallItaGlia tutto questo è fantascienza pura.

  2. Lapalisse says:

    Per forza che chi lavora nel privato è una minoranza al sud: notizia di poco tempo fa era che la metà dei siciliani se ne stava in pensione e l’altra metà? Ah ah ah è dipendente pubblico. Al nord i dipendenti pubblici sono invece tra il 10 ed il 20 percento, fonte: “Oxford Economics, ESRI, DTZ research”

    • Giuseppe D'Andrea says:

      Metà e metà e un po esagerato, ma una larga parte sono effettivamente impiegati e pensionati. Con una boria che va dai Nebrodi ai Peloritani a guardare i fessi che vivono senza il 27 garantito, e ti dicono pure che non ti capiscono e che loro non lo farebbero mai il lavoraccio che fai tu. (e grazie al capsio),

  3. sardigna natzione says:

    sardegnamondo.blog.tiscali.it”salvarsi dalle semplificazioni interessate”

  4. luigi bandiera says:

    Non c’e’ verso, l’itaglia non potra’ mai cambiare fin che sara’ UNA e INDIVISIBILE..!

    Ultimamente perfino il PADRETERNO ha inviato un messaggio *urbi et orbi* ma che non sara’ letto da nessuno.

    Avrete notato o no che la neve e’ caduta dove non e’ o non arrivera’ mai la finanza con lo spritz..?
    No kax, ho sbagliato, intendevo dire col BLITZ…??

    Cosi’ e’ con le industrie..??

    Li’ vale l’articolo uno della carta igienica o detta anche costituzione che recita:
    l’itaglia e’ una repubblica democratica, fondata sul lavoro. Gia’, ma DEGLI ALTRI..!

    Quindi..?

    Allegria..!

    Eppoi ne avrei una da raccontare ma e’ ormai acqua passata per cui… potrei solo essere “lapidato”.

    E adesso bevete un sorso del mio bianco:
    nei fatti vi e’ la verita’.
    Impariamo a leggerli per non soccombere.
    Non per avere ragione, ma solo per non soccombere.

    Amen

  5. Giuseppe D'Andrea says:

    Sono basito, improvvisamente arrivano i ‘dati ufficiali’ a testimoniare l’ovvio; il sud non è industrializzato e non è appetibile nonostante decenni di ‘investimenti’, normative, programmazioni e pianificazioni.

    Ora mi domando, se 50 anni di fallimenti hanno decretato il fallimento delle politiche di ‘creazione’ dell’industria, perché riprendere tali misure oggi dovrebbe dare risultati diversi? Perché, tanto per cambiare, non lasciare sviluppare l’ambiente industriale diversamente, puntando a una tassazione umana, un taglio delle spese statali e una semplificazione delle regole? Tre cose che farebbero molto bene all’economia italiana e al Sud in particolare.

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