SECESSIONE FATTA: L’AFRICA HA UN NUOVO STATO, L’AZAWAD!

di STEFANO MAGNI

Oggi, in Africa, è nato un nuovo Stato: l’Azawad. La proclamazione di indipendenza dal Mali, di cui faceva parte sino a ieri, è stata pubblicata e diffusa su Internet in lingua francese. Nessuno riconosce il nuovo Paese e la giunta militare di Bamako, che dal 22 marzo scorso, governa il Mali, si prepara ad intervenire militarmente per stroncare sul nascere il movimento indipendentista.

La disintegrazione del Mali era pressoché inevitabile. Come molti altri Paesi africani, i suoi confini sono stati tracciati con un righello sulla carta geografica da una ex potenza coloniale europea. Il Mali uno Stato dell’Africa occidentale creato dai francesi in modo assolutamente arbitrario nel 1960, al momento della decolonizzazione. Due anni prima, nel 1958, i notabili e i leader religiosi del popolo Touareg, che abita nell’Azawad, la regione settentrionale di quelli che sarebbe diventato il Mali, avevano inviato una lettera al presidente René Coty chiedendo il riconoscimento della loro indipendenza. Ma il successore di Coty, Charles De Gaulle ha ignorato la loro richiesta. I Touareg dell’Azawad, nella loro dichiarazione di indipendenza lamentano numerose “esazioni, umiliazioni, espropri e genocidi” da parte del governo del Mali, nel 1963, 1990, 2006, 2010 e 2012. Denunciano che il regime di Bamako abbia “approfittato delle numerose carestie per provocare la scomparsa del nostro popolo per mezzo dell’annientamento”.

La questione dei Touareg non è affatto nuova. Questo popolo semi-nomade e leggendario, che da millenni si è distinto per il commercio di oro e sale attraverso il Sahara, è ora diffuso trasversalmente in quattro Stati africani: Algeria meridionale, Libia Sud-occidentale, Niger, Burkina Faso settentrionale e, appunto, il Mali settentrionale. In tutte queste realtà statali cercano, in modo più o meno determinato, di ottenere l’indipendenza.

Due crisi hanno alimentato la ribellione che si è conclusa (per ora) con l’indipendenza dell’Azawad dal Mali. La prima è la guerra di Libia dell’anno scorso. I Touareg, che anche in passato erano stati appoggiati e armati dal colonnello Muhammar Gheddafi, si sono schierati dalla sua parte quando è scoppiato il conflitto civile. Anche i Touareg del Mali sono accorsi a difendere il loro alleato, ricevendone armi, soldi e soprattutto un’esperienza sul campo in un conflitto moderno. Tornati in patria dopo la sconfitta, hanno formato un nuovo movimento para-militare indipendentista, il Mnla (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad). E’ soprattutto l’azione di questo gruppo armato che ha innescato la seconda crisi, nel Mali. Il presidente, democraticamente eletto, Amadou Toumani Touré, è stato accusato dai militari e dall’opinione pubblica della popolazione nera (maggioritaria nel Mali meridionale) di essere stato troppo morbido con i ribelli. Ed è soprattutto per questo che i militari hanno preso il potere. Il Mali, dal 22 marzo scorso, è diventato una dittatura, governato da una giunta guidata dal capitano Amadou Sanogo. Ma il colpo di Stato, che mirava a ripristinare l’ordine, ha invece provocato l’effetto opposto. L’Mnla e altri gruppi di ribelli Touareg hanno avviato un’insurrezione armata in tutto il Nord del Paese e in appena due settimane hanno conquistato le città di Gao, Kidal e Timbuktu, oltre a tutti gli avamposti governativi nel deserto.

La giunta militare, che, a causa del golpe, sta subendo un embargo da parte dell’Ecowas (l’organizzazione politica dell’Africa occidentale) e si è vista tagliare tutti i fondi dalla Bceao (la Banca sovranazionale dell’Africa occidentale), non riesce a controllare la situazione. Due sono i rischi. Il primo è che l’Ecowas intervenga militarmente, non solo contro la giunta, ma anche contro i Touareg secessionisti, per raggiungere il duplice obiettivo di rimandare al potere Touré e ripristinare, con la forza delle armi, l’integrità territoriale del Mali. Non sarebbe una scelta opportuna, considerando la natura totalmente artificiale dei confini maliani, né una scelta facile: l’Ecowas, costituita da eserciti africani sub-sahariani, abituati a combattere nelle foreste, si troverebbe a condurre operazioni nel deserto, contro un popolo che in quell’ambiente ci vive da millenni. L’altro rischio, conseguente al primo, è che Al Qaeda possa approfittare di un conflitto prolungato per prendere il potere. I qaedisti locali, organizzati nel gruppo Ansar Dine, non vogliono la separazione dell’Azawad. Vogliono, al contrario, un Mali unito sotto una dittatura islamica. In sintesi: è meglio per tutti che la guerra non scoppi e che l’Azawad venga riconosciuto quale Stato indipendente. Ma l’Onu ammetterebbe mai la legittimità di una secessione?

 

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4 Comments

  1. Sergio De Prisco says:

    A Mali estremi, estremi rimedi.

  2. silvia garbelli says:

    Buona notizia quella dell’indipendenza dell’Azawad, comunque sia l’evoluzione futura ! Personalmente, non conoscendo i dettagli, la reputo la notizia più importante rispetto a quelle del ‘pantano mediatico’ italiano. Occorrerebbe far scaturire una riflessione diffusa per accrescerne il dibattito sul tema proprio per i riflessi sociali.

    • floriano says:

      QUESTO STA A DIMOSTRARE CHE IL CENTRALISMO DI UN’INSIEME DI CULTURE, DI PAESI, REGIONI O STATI NON HA PIU’ UN MOTIVO DI ESISTERE UNITO E/O DI ESSERE MANTENUTO IN VITA, IN SPECIAL MODO QUANDO UNA PARTE DI QUESTI INSIEMI NON E’ COERENTE E CORRISPONDENTE AL SACRIFICIO SVOLTO DA CHI LO MANTIENE.

      DETTO IM PAROLE POVERE SE UNA PARTE DI PAESE GOVERNATO DA SANGUISUGHE, VUOLE FARE LA PARTE DELLA CICALA MANTENUTA, CHE VADA A FARE IN CULO.

      W SAN MARCO

      VENETO STATO PER UN VENETO INDIPENDENTE E LONTANO DA ROMA

  3. Dan says:

    C’è chi la secessione la fa solo con le parole (e dei tizi leggendari, tali “bergamaschi armati” probabilmente un gruppo di ultrà della bocciofila) e chi la secessione la fa sul serio.
    C’è promette la secessione ma nel frattempo si riempie le tasche e chi alle parole fa seguire i fatti per il bene di tutti.

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