Avanti Islam. A Santiago de Compostela via la statua del Matamoros: Offendeva le altre religioni

di ROMANO BRACALINI* – I pellegrini che visitano la celebre cattedrale non vedranno più la statua di Santiago raffigurato a cavallo e con la spada in pugno in uno spiraglio cruento e disperato dell’epica battaglia che non valse a salvare la città dalla distruzione araba nel 997.
Intorno al celebre santuario, che custodisce il sepolcro del santo, nella provincia di Galizia nella Spagna settentrionale, verso il 1170 sorse l’ordine di Santiago di Compostela per la tutela dei pellegrini dalle angherie e dalle scorribande dei mori. Un luogo simbolico. Così lo scempio è tanto più intollerabile e incomprensibile.

Ma andiamo per ordine. Per le ripetute prove di valore Santiago (ovvero San Giacomo) aveva meritato il titolo non usurpato di “matamoros” (ammazzamori), che oggi, mutati i tempi, gli viene rimproverato dai responsabili della cattedrale che con un colpo di genio sono giunti alla risibile decisione di rimuovere il Santiago ligneo dal suo posto secolare e nasconderlo alla vista dei fedeli. E perché? Per per non «ferire la sensibilità di determinati gruppi etnici o religiosi».
La tremebonda allusione, che si ammanta apposta di generico, è già di per sé indice di ipocrisia e di colpa, ma non esce minimante menomata la figura fiera e leggendaria di Santiago sconfitto prima dalle preponderanti armate musulmane e da ultimo dalla cattiva coscienza dei padri santi. È questo, ci pare, il primo esempio di revisionismo storico che si incarica non di restaurare la verità e la corretta interpretazione dei fatti ma, al contrario, di negarli per mediocre calcolo di stupidità e viltà. Le considerazioni non possono essere che sconsolanti.

 

Se siamo giunti a un grado così impensabile di revisionismo all’incontrario c’è ben poco da sperare sulla compattezza e sull’unità di intenti di questa Europa che con tanta facilità abiura ai suoi migliori ricordi e all’orgoglio della propria civiltà.
La storia non è necessariamente né bella né brutta: è quella che è e non ha bisogno di ritocchi. E certo avrà poca importanza per chi ha chiesto e voluto la
degradazione pubblica di Santiago sapere che fu proprio da questo angolo nordoccidentale di Spagna rimasto liberoe indipendente dal regno musulmano
di Granada che ebbe inizio la vittoriosa “riconquista” della corona spagnola. È un brutto segnale che potrebbe preludere ad altre “sconfitte” postume: l’abiura generalizzata potrebbe dilagare per contagio, come avviene per le malattie e allora non ci sarà più limite ragionevole alla tentazione di tacciare
ogni episodio di valore come empietà, ludibrio, vergogna da celare alla vista come faceva con le gambe dei tavoli la bigotta regina Vittoria.

A Livorno (lo ricordo fin dall’infanzia per avere un nonno toscano) c’è il famoso monumento ai quattro mori, giù verso il porto, che è diventato un simbolo
della città. Livorno (come tutta la Toscana del resto) fu città fascistissima, secondo Il carattere facinoroso del popolo livornese, lesto di lingua e di mano, che nel 1939, alla sua morte, eresse un fastoso mausoleo in memoria del potente gerarca fascista Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, mentre negò le onoranze funebri al suo maggior compositore, Pietro Mascagni, accademico d’Italia, che aveva avuto l’improntitudine di morire poco dopo la caduta del Fascismo.
Livorno nel frattempo era diventata comunista, con un subitaneo cambio di casacca, cambiava solo il colore, nell’animo restava la stessa, ma anche nel
cambio nessuno ebbe da ridire sui quattro mori prigionieri tenuti a catena dal granduca Ferdinando I, il quale contro le incursioni dei pirati barbareschi aveva inviato una poderosa flotta che li aveva sbaragliati e i sopravvissuti erano stati rinchiusi nelle segrete del forte Mediceo.

Dal Seicento a oggi i quattro mori incatenati ed esposti al pubblico ludibrio, vanto e orgoglio della città, sono sopravvissuti al “politicamente corretto” e
hanno continuato a testimoniare la forza e la dignità del Granducato: a nessuno è venuto in mente di chiederne la rimozione per non urtare la suscettibilità di “determinati gruppi etnici o religiosi”, come recita l’avviso codardo del capitolo della cattedrale di Santiago di Compostela. Ci mancherebbe.

 

La storia è storia. E non è scritto da nessuna parte che si debba punire l’aggredito per non offendere i discendenti di coloro che venivano per conquistare e distruggere. A meno che l’effetto Zapatero della rinuncia e dell’oblio non dilaghi, come ha fatto finora, anche nelle pubbliche piazze e negli oratori. n
I pellegrini che visitano la celebre cattedrale non vedranno più la statua di Santiago. Un luogo simbolo usurpato per non ferire la sensibilità di certi gruppi religiosi o etnici.

(da Il Federalismo, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)*

Il settimanale Il Federalismo (registrato come Sole delle Alpi) visse dal 2004 al 2006, raccogliendo le firme di Gilberto Oneto, Romano Bracalini, Antonio Martino, Chiara Battistoni, Giancarlo Pagliarini, Carlo Lottieri, Leonardo Facco, Paolo  Gulisano, Sara Fumagalli, Roberto Castelli, Carlo Stagnaro, Gianluca Savoini, Arnaldo Ferrari Nasi, Piero La Porta e tanti altri autorevoli collaboratori. Questa esperienza, libera e indipendente, aperta al confronto politico, unica nel suo genere nei media di area leghista, spesso criticata per le interviste controcorrente o per i corsivi caustici di Oneto, venne interrotta per “calo delle vendite”.  I soci della  cooperativa giornalistica vennero sostituiti, e i contributi all’editoria, circa 420mila euro l’anno, che riceveva Il Federalismo, passarono ad un’altra testata, il settimanale Il Canavese, nella provincia di Torino, che trattava cronaca, sport e attualità.  Un cambio radicale di contenuti e obiettivi. A nulla valsero le preghiere della direzione e della redazione (il settimanale veniva realizzato da sole tre persone, il direttore, un redattore ordinario e un grafico) ai vertici del Carroccio, avvisandoli che avrebbero perso uno strumento per fare cultura politica e comunicazione senza veline. L’amministratore del Federalismo-Il Sole delle Alpi, trasmigrò con lo stesso ruolo a Il Canavese. Oggi, il medesimo soggetto si vede imputato a Milano in un processo in cui gli vengono contestati reati relativi alla destinazione dei contributi pubblici all’editoria per alcune operazioni legate all’amministrazione della testata piemontese. A distanza di tanti anni, speriamo sia fatta chiarezza su questa pagina di comunicazione. Politica.

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One Comment

  1. giovanni salemi says:

    Sia per quanto riguarda la Mostra di Venezia all’Archivio di Stato,sia per quanto attiene a Santiago di Compostela,non si può commentare che con una parola : VERGOGNA !
    Vergogna ,sì ,da attribuire al continuo racconto di falsa storia e di un pentimento che,a sua volta,non ha ragione di essere se non nella mente di alte ( ! ) gerarchie .di ogni genere .
    La speranza è,se ancora speranza ci può essere,che i Veneti riprendano a gridare, a tutta voce,Viva San Marco e niente altro e che la Chiesa si accorga di essere su un piano inclinato verso il basso su cui scivola sempre più compiendo azioni come quella di Santiago .

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