Avanti: autonomia lombarda, vincolare il Pd ad un nuovo referendum


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riceviamo e pubblichiamo dal movimento Avanti- Venerdì 25 settembre, i Sindaci di città capoluogo e i Presidenti di Provincia in quota PD, con l’eccezione di Milano, hanno sottoscritto e presentato al Presidente Roberto Maroni un documento che richiede alla Regione Lombardia di “intraprendere le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116.3 della Costituzione” e di “proseguire, in mancanza di un riscontro tempestivo e positivo del Governo,” il referendum indetto con la deliberazione X/638 del 17 febbraio.

Nel documento gli esponenti del PD riconoscono i 54 miliardi di euro del residuo fiscale della Lombardia (“la differenza tra le tasse pagate dai cittadini lombardi e le risorse pubbliche impiegate sul territorio della regione”), quel 68% di ritorno sul nostro territorio che Maroni vorrebbe, in base a quanto detto in campagna elettorale, portare al 75%.

Il documento targato PD è la classica offerta che non si può rifiutare.Farlo, infatti, significherebbe trasformare il referendum in una consultazione di bandiera, non in un momento di necessaria mobilitazione a fronte di un governo sordo.

Se tutto il PD lombardo sostiene l’autonomia differenziata mettendoci pesantemente la faccia, riconoscendo il residuo fiscale nei termini descritti dalla campagna elettorale che ha permesso a Maroni di diventare Presidente, e sostenendo il buon diritto dei lombardi di votare se la trattativa non andasse a buon fine, evidentemente si è in presenza di fatti nuovi, significativi anche per il governo Renzi, e che giustamente vanno rilevati.

Una deliberazione del Consiglio Regionale che riprendesse il documento, così come è richiesto dal PD, certamente farebbe decadere il referendum indetto dalla deliberazione X/638. Ma in un modo o nell’altro, la deliberazione di febbraio è ormai superata: per decadenza giuridica o per morte politica. Occorre prenderne atto.

Se prima della proposta piddina il referendum appariva imprescindibile per il percorso di autogoverno lombardo, ora le condizioni sono cambiate. Fino ad oggi, infatti, il voto serviva per legittimare una richiesta appena tiepidamente condivisa dal partito di governo a Roma nonché principale forza politica di opposizione in Regione e detentrice della quasi totalità delle amministrazioni comunali più importanti. E quindi il voto avrebbe costituito una spinta politica potenzialmente enorme. Ma dato che a contare è l’esito e non (soltanto) il percorso, è necessario rilevare che lo spostamento del PD lombardo su posizioni molto più autonomiste permette di trattare su basi nuove e ben più solide, nei confronti del governo italiano, con tanto di arma referendaria pienamente innescata e legittimata dallo stesso PD lombardo. Questa è già una vittoria (senza contare il riconoscimento del dato del residuo fiscale).

A questo punto, però, va fatta un’ultima considerazione. Non c’è la certezza che la trattativa con il governo sia seria e che la deliberazione referendaria resti pienamente utilizzabile.

Perché questo accada bisogna vincolare il PD regionale ad un voto favorevole ad una delibera consiliare, che avvii la trattativa sulle stesse competenze chieste dalla Regione nel 2007, con voto consiliare unanime – e già richiamate nelle deliberazioni 636 e 637 del 17 febbraio scorso – e, al contempo, vincolarlo ad un voto favorevole ad una nuova deliberazione referendaria, che non sia più propedeutica dell’iniziativa, com’era il caso della X/638, bensì confermativa del percorso, nel caso in cui la trattativa, entro 15 mesi dalla relativa delibera, non si sia concretizzata in una effettiva devoluzione di competenze e risorse. In tal modo il referendum potrebbe avere ancora luogo, ma avrebbe anche nuovamente un senso, sarebbe un atto di tutto il Consiglio Regionale, sarebbe sempre legittimo dal punto di vista costituzionale ai sensi della sentenza 118, e potrebbe davvero mobilitare la popolazione.

Questa è la nostra proposta. Questa è la strada per riportare a casa il governo, lungo il sentiero dell’autonomia. Fino all’indipendenza.

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