Autonomia, perché il Trentino è il grande assente?

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di Nicola Fioretti – Lo scontro che vede Roma contrapporsi a Veneto e Lombardia è qualcosa che riguarda il nostro Trentino molto da vicino. Per voce dei Cinque Stelle (e non solo) ne abbiamo sentite di tutti i colori; qualcuno ha persino fatto intendere che l’istruzione gestita a livello regionale significhi puntare al ribasso anziché al rialzo (Trentino e AA avrebbero qualcosa da dire in proposito, avendo un sistema di eccellenza nel campo della conoscenza, vedi classifiche nazionali Invalsi; ma nessuna voce della maggioranza locale si è presa la briga di ricordarlo, in questi giorni, né a Trento né a Roma).
Qualcuno potrebbe pensare che questo sia “solo” un problema – o meglio “il” problema – di Matteo Salvini ma non è così. Se è vero che la questione “autonomia” è diventata per questo personaggio un vero e proprio cruccio, è anche vero che il Trentino non può tirarsi indietro su questa partita.

Per Salvini il non raggiungimento dell’obiettivo, promesso a più riprese, significherebbe perdere i voti del Nord (in particolare di Veneto e Lombardia che da tempo la chiedono a gran voce) e vedere confermata una scissione nella Lega (con il ritorno alle origini, come da molti auspicato).
Centrare l’obiettivo però potrebbe costargli ancora più caro perché rischierebbe di perdere tutti i voti che la Lega (non più Nord) è riuscita a catalizzare al Sud. Difficile pensare anche che un futuro governo di centro destra – con la nazionalista Meloni come protagonista – possa assecondare le richieste autonomistiche dell’attuale vice premier.

Come se non bastasse questo, a complicare il quadro, ci sono le pressioni provenienti da Lombardia e Veneto attraverso le dichiarazioni dei relativi Presidenti. Da un lato Attilio Fontana tuona: “Mi ritengo assolutamente insoddisfatto dell’esito del vertice sulle Autonomie. Aspettiamo di vedere il testo definitivo, ma se le premesse sono queste, da parte mia non ci sarà alcuna disponibilità a sottoscrivere l’intesa. Abbiamo perso un anno in chiacchiere, mi sento profondamente amareggiato”. Dall’altro gli ha fatto eco il Presidente veneto Luca Zaia: “Resto basito davanti all’ennesimo rinvio. Pensavo che il premier fosse così autorevole da chiudere la partita. Noi veneti ne abbiamo le tasche piene”.

In questa partita però c’è anche una rivendicazione concreta, precisa e condivisibile: quella di due territori che vogliono far sentire la propria voce chiedono la possibilità di autogovernarsi. Chiedono, nella sostanza, di poter spendere in autonomia i soldi che già vengono loro concessi. Chi conosce i meccanismi che regolano l’autonoma non può che concordare con queste legittime richieste.

Preoccupa che, in questo contesto, la Politica trentina sappia concepire solo “assordanti silenzi” scegliendo di “latitare” anziché cercare di essere elemento propulsivo della partita.

Non possiamo considerare la nostra autonomia come un’esclusiva, né tanto meno come una primogenitura “sine die”. In tal senso non possiamo essere contrari o mettere in discussione gli spazi di autonomia rivendicati da altre regioni ma dobbiamo appoggiarli.

Ma se crediamo che l’autonomia significhi libertà e non privilegio, se crediamo che la gestione responsabile del territorio sia un valore aggiunto e, se crediamo che attraverso una gestione differenziata e non omologante delle regioni si possa tirar fuori il meglio dai territori del nostro Paese, non possiamo stare alla finestra.

C’è l’esigenza di raccordarsi e sostenere le battaglie autonomistiche e quindi il senso delle Regioni Autonome. In questo però, il Trentino è il grande assente.
Forse, oggi, mancano personaggi politici del calibro di Enrico Pruner in grado di creare alleanze con i movimenti autonomisti e federalisti italiani ed europei allo scopo di valorizzare l’autonomia, tutelare le minoranze linguistiche, difendere le peculiarità della montagna, delle tradizioni e delle identità dei territori. Stanco e assuefatto pare anche il movimento autonomista, incapace di rinnovarsi autenticamente e di risultare comprensibile ai giovani (che più che di profughi – e qui ancora una volta ritorna attuale il Pruner “die Grüne” – si interessano e sempre più di ecologia e salvaguardia ambientale. Temi molto cari e attuali).

Serve in ogni caso un’alleanza territoriale che vada oltre gli schemi e gli interessi, ma mancano drammaticamente attori e contenuti. Attenzione perché se dovesse prevalere la tesi centralista tutto diventerebbe più complesso: sia nei rapporti tra centro e periferia a livello nazionale (Regioni-Stato Centrale) che nei rapporti di “vicinato” tra Trentino-Alto Adige/Südtirol e le Regioni confinanti.

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One Comment

  1. giancarlo RODEGHER says:

    Concordo sull’esposizione dei fatti ma ritengo che Trentino o non Trentino le autonomie vanno fatte secondo la costituzione senza interpretazioni farlocche dei soliti soloni che con esposizioni da Pindari , pindarici ,credono di potercela dare a bere come al solito.
    Siamo arrivati al dunque e questa volta nessuno se la potrà cavare senza determinare delle conseguenze.
    Conseguenze perché se le autonomie saranno accantonate il Nord, anche i più polentoni o addormentati, si sveglieranno di colpo e non ci staranno ad essere presi per i fondelli e vedere i propri referendum ignorati e vilipesi. La partita sarà interessante ma pericolosa. Dunque chi sta al governo attualmente ponderi seriamente a quali conseguenze andremo incontro se…se…se…..!!! WSM

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