Autonomia, il Def ha già escluso il referendum. Per le regioni solo tagli e spesa storica….

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di ANGELO VALENTINO – I giochi sono fatti. Si va al voto europeo con il coltello tra i denti, non c’è spazio per le questioni vere, il lavoro, le tasse, la libertà d’impresa, il residuo fiscale, la questione settentrionale. Esiste solo la questione Salvini-Di Maio ma, onestamente, con queste zuppe non si arriva a fine mese. Loro, e i loro colonnelli di sicuro sì, noi che lavoriamo, invece, lo vediamo sempre più nero questo orizzonte.

Aspettavamo l’autonomia, ma non ci sarà. Speravamo che dalla commissione parlamentare sul federalismo fiscale uscisse qualcosa, ma neppure hanno rinnovato i suoi vertici. E allora, giusto per studiare la questione, vi propongo una lettura utile ad aprire gli occhi. Conta anche sapere quel che dicono gli altri…..

 

rassegna stampa

di PAOLO BALDUZZI (da lavoce.info) – L’avvio del federalismo differenziato sembra allontanarsi. Non solo restano da sciogliere alcuni nodi politici. C’è anche una difficoltà tecnica: l’impossibilità di regionalizzare oltre la metà dei trasferimenti dello stato, come messo in evidenza dal Def.

I nodi del federalismo in tre regioni

Il dibattito sul regionalismo differenziato vive fasi alterne di grande vivacità e di profondo silenzio. L’impressione è che, nonostante le dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini, l’attuazione del federalismo differenziato nelle prime tre regioni (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto) sia lungi dall’arrivare. Dal punto di vista politico, i nodi da sciogliere sono principalmente due: le fonti di finanziamento da un lato e la dimensione (e la portata) delle materie delegate dall’altro. Diversi contributi su lavoce.info hanno già affrontato da diversi punti di vista queste tematiche.

C’è però almeno un’altra difficoltà, decisamente più tecnica, che vale la pena di affrontare ora, proprio perché, in allegato al Documento di economia e finanzaper il 2020, si trova anche la tabella aggiornata sulla spesa regionalizzata. Dalla quale si evidenzia come oltre il 50 per cento dei trasferimenti dello stato verso le regioni sia impossibile da regionalizzare. Un bel problema, quando si vogliano calcolare spesa storica, fabbisogno standard o semplicemente spesa pro capite, vale a dire le variabili rispetto alle quali saranno tarati i futuri trasferimenti.

Cos’è e quanto vale la spesa regionalizzata

La spesa che ogni anno lo stato destina alle singole regioni a statuto ordinario e a quelle a statuto speciale, comprese le due province autonome di Trento e Bolzano, è composta principalmente da trasferimenti (a famiglie, imprese e direttamente a enti pubblici), da redditi da lavoro e da investimenti. Si tratta di circa 520 miliardi di euro, di cui però solo meno della metà (226 miliardi) può essere assegnata territorialmente.

Il procedimento di regionalizzazione, peraltro, non è scevro di criticità. Come riporta l’allegato al Def, “(…) per le spese connesse alla produzione di servizi (…) e per gli investimenti, l’allocazione territoriale è basata sul luogo dove viene svolta l’attività produttiva mentre per le spese di trasferimento rileva la regione del soggetto beneficiario (…)”. Peraltro, la metodologia è in continuo aggiornamento, quindi anche le serie temporali non sono sempre confrontabili.

Ovviamente, se il calcolo dei fabbisogni regionali, siano essi storici, standard o pro capite, avviene sulla base di questi dati, è opportuno capirne i limiti prima di giungere ad affrettate conclusioni. Per quanto riguarda la spesa effettivamente regionalizzata, i dati riportati dall’allegato sono in valore assoluto. Naturalmente i confronti più interessanti si fanno sul pro capite. Per questo motivo il grafico 1 integra i dati forniti dal Def con le informazioni sulla popolazione ricavabili dall’Istat. Come si nota, sulla base dei dati della spesa regionalizzata, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sono in effetti le regioni che meno “ricevono” dallo stato, rispetto a diversi calcoli della media: la media sul totale dei territori, la media al netto della spesa regionalizzata delle regioni a statuto speciale e delle province autonome, la media al netto della regione Lazio, un’osservazione particolare a causa della presenza di Roma e quindi di tutte le istituzioni.

Per capire la portata del “disturbo statistico”, si pensi che lo stato spende nel solo Lazio oltre il 16 per cento di tutta la spesa regionalizzata per stipendi. Tuttavia, vale la pena di aggiungere che questi confronti non tengono conto appunto della spesa non regionalizzabile, come le quote di ammortamenti. Per esempio, come distribuire nei singoli territori le quote di investimento a carattere nazionale e strategico? D’altra parte, anche la spesa regionalizzata in questo modo è soggetta a critiche: davvero il beneficio della spesa allocata al Lazio crea benefici solo in quella regione? Risulta molto difficile crederlo. Infine, questi confronti non tengono conto delle effettive materie richieste dalle regioni, che sono solo un sottoinsieme della spesa regionalizzata. È comunque indubbio che la spesa regionalizzata sia caratterizzata da un forte carattere redistributivo, premiando innanzitutto le regioni a statuto speciale e le province autonome, poi molte regioni del Sud, nonché la Liguria, che probabilmente deve il suo trattamento “privilegiato” al fatto di essere la regione italiana con la quota di popolazione più anziana.

Prospettive di regionalismo differenziato

Se mai il federalismo differenziato diventerà realtà, dovranno essere superati diversi scogli tecnici, per non parlare di quelli politici. Dal primo punto di vista, mancano ancora una legge di attuazione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, su cui forse varrebbe la pena riflettere, e una metodologia robusta e condivisa per regionalizzare la spesa statale nei territori. Per il momento, quella individuata sembra sufficiente a compilare un allegato al Def, ma di certo non lo è se a essa si vuole legare l’esito di scelte che potrebbero compromettere la coesione sociale ed economica del paese.

Grafico 1 – La spesa regionalizzata pro capite (anno 2017, euro)

Dove si infrange il regionalismo differenziato

 

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One Comment

  1. giancarlo RODEGHER says:

    Le parole magiche per non dare seguito all’autonomia del VENETO:
    – COESIONE SOCIALE
    – COESIONE ECONOMICA DEL PAESE
    – SCOGLI TECNICI
    – IMPOSSIBILITA’ TRASFERIMENTI OLTRE IL 50% DA STATO A REGIONI
    – PUERILI ARGOMENTAZIONI POLITICI MERIDIONALI
    – L’AUTONOMIA CREA CITTADINI DI SERIE A E DI SERIE B
    etc…etc….etc…
    Insomma l’ennesima presa in giro di noi Veneti.
    Eppure le persone intelligenti, gli altri sono solo persone che si arrampicano sugli specchi, sanno benissimo che si questo passo con questo governo o con altri andremo a sbattere sul DEFAULT.
    L’unica soluzione intelligente e lungimirante e proprio quella di riconoscere l’autonomia del VENETO per primo, visto i risultati del referendum e poi anno dopo anno, una alla volta, le altre regioni.
    I problemi tecnici o di qualsiasi altra natura, per favore roma non li deve citare perché al giorno d’oggi non esiste problema che non sia risolvibile con una buona gestione dei sistemi informatici pubblici.
    Dunque a quando l’autonomia ????
    Dispiace doverlo dire ma se le motrici in testa al treno non vengono lasciare andare alla velocità necessaria per salvare questo paese disgraziato non solo non arriveremo mai alla stazione finale in orario, ( mi riferisco alle leggi del mercato libero) ma rischiamo di bloccare il treno in mezzo alle rotaie senza più poter ripartire se non con sacrifici inimmaginabili che personalmente depreco se la politica non saprà dimostrarsi all’altezza della situazione.
    Inutile ricordare che i ritardi di questo paese che troviamo in quasi tutti i campi della società,, provocati da governi insensibili al bene comune e dediti solo a tutelare sé stessi, le poltrone e quelli che avevano ed hanno interessi da tutelare sono diventati cronici e metterci mano adesso, subito è diventato quasi impossibile se non liberalizzando le varie regioni interessate al fine di porre qualche rimedio allo sfascio unitario che se proseguirà ancora ci porterà tutti alla rovina.
    Quando abbiamo i giovani che se ne vanno all’estero e siamo pieni di manodopera non specializzata e gente sicuramente colta e preparata ma che gestisce lo stato come se fosse una cosa propria allora lo capisce anche un’ignorante che il paese è finito. Bisogna non accettare questo lento declino e reagire come meglio possibile. E’ solo questione di tempo, come sempre, ma le piazze inizieranno a riempirsi per protestare quando l’agognata autonomia non verrà concessa solo per salvaguardare lo status quo e non il bene comune generale.
    Le varie caste e castine continuino pure in questa infinita danze del parlare e non fare ma alla fine non faranno altro che creare un’altra VENEZUELA o ARGENTINA perché la gente ha iniziato a capire che qui non si vuole salvare il paese, non si vuole cambiare nulla, si vuole solo salvaguardare la classe politic, i partiti i sindacati e soprattutto il paese comunista che è l’italia poiché su qualsiasi proprietà esistente si tassa e si tassa all’infinito.
    Alcuni esempi: CASA- AUTOMOBILE-TV- e poi CONSUMI DI LUCE E GAS, IVA, ACCISE CARBURANTI, etc..etc..etc….. a quando l’unica tassa ancora inesistente e cioè quella sul consumo di ossigeno da parte dei nostri polmoni ?????? Chi sarà la mente illuminata che vorrà mettere una tassa patrimoniale sul nostro corpo per il solo fatto che ne possediamo uno ?????
    E’ facile prevedere il disastro finale. Si sappia che noi Veneti non lo vogliamo e sapremo come agire per togliere dai piedi roma che ormai è diventata un mostro insaziabile e nefando.
    WSM

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