Autonomia, antidoto all’Isis. Federico II sognava: Come sarebbe bello governare uno Stato islamico

federico-IIdi Paolo Gulisano – La leggenda di Pontida vive ancora, dopo tanti secoli. La leggenda di un pugno di uomini liberi, di ribelli per amore che giurarono di difendere la loro terra, la loro storia, la loro fede. A Pontida questi uomini trovarono la loro guida, la loro stella, in un cavaliere chiamato Alberto da Giussano, e da lì iniziò la grande avventura della libertà, del riscatto di un popolo. Immaginiamo che a leggere queste righe potrebbero sorridere ironici gli
storici “ufficiali”, quelli che nei libri parlano di questo cavaliere come di una figura di non comprovata esistenza, un uomo d’arme che appartiene alla tradizione cronachistica milanese che gli attribuì l’impresa di avere organizzato e capeggiato la Compagnia della morte. Lasciamo che lor signori mettano
in dubbio la vera esistenza di Alberto da Giussano (d’altra parte c’è chi nega persino l’esistenza di Gesù Cristo), ma è certa una cosa: da Pontida, con un uomo di nome Alberto o altro, da Giussano piuttosto che da Vimodrone, si arrivò alla battaglia di Legnano del 1176, in cui le truppe del Carroccio della Lega lombarda trionfarono sull’esercito imperiale di Federico Barbarossa.

Questa è storia, che nessuno può negare. Una storia vera, che deve essere ricordata, anche perché dall’unificazione d’Italia in poi è stata propinata una versione “patriottica” confezionata ad usum Delphini per la quale la ribellione antimperiale dei Comuni avrebbe rappresentato l’alba della coscienza nazionale italiana e avrebbe costituito il primo tentativo dell’Italia per spezzare il giogo imposto dal “secolare nemico” tedesco, ovvero l’austriaco del Risorgimento e della Grande Guerra.

In realtà a Pontida non ci si riunì e non si giurò in nome di nessun ideale italiano, anzi: Pontida e Legnano rappresentarono i momenti culminanti di una lotta in difesa della propria identità contro la minaccia dell’Impero. Una lotta in nome dell’antico spirito di autonomia locale dei popoli liguri, celti e veneti. Le antiche libertà tribali avevano trovato nuova linfa vitale nelle fare longobarde da cui si svilupperanno nel giro di un paio di secoli le forti autonomie dei liberi Comuni. Nel glorioso nome di Lega Lombarda e di Lombardia si riconoscevano tutti gli abitanti della valle padana, della Liguria e delle vallate alpine. Essi levarono le loro richieste di fronte al più potente signore del mondo, l’imperatore Federico di Hohenstaufen, detto “il Barbarossa” che pretendeva dai Comuni il pagamento di esosi contributi e imponeva la nomina di funzionari amministrativi imperiali. La sua politica fu inizialmente favorita dalle divisioni fra i Comuni che il Barbarossa fomentò con abilità, e queste lotte fratricide portarono nel 1162 alla distruzione di Milano (la più potente città lombarda, ma anche il primo centro simbolico della Padania fin dai tempi dei Celti), cui partecipano milizie di altre città padane.

Il sacrificio di Milano accrebbe le pretese imperiali ma fece anche finalmente aprire gli occhi a tutti i Comuni sulla necessità di un’unità contro il vero nemico. Si formarono così prima la Lega Veronese (1164) e poi, anche per l’opera infaticabile di Oberto da Pirovano, arcivescovo di Milano, la prima Lega Lombarda. Il 7 aprile del 1167 nell’abbazia di Pontida giurano di formare un patto federativo i rappresentanti di Milano, Cremona, Mantova, Bergamo e Brescia. Ad esse si uniranno in seguito 20 altre città del Veneto, del Piemonte, della Lombardia, dell’Emilia e della Romagna. La ritrovata unità diede subito i suoi frutti: il 29 maggio 1176 sui campi di Legnano, l’esercito della Lega si scontra con quello imperiale e lo sbaragliò.

La lotta della Lega Lombarda contro l’Impero aveva un carattere forse anche più che politico. L’idea di Impero di cui si facevano portatori gli Hohenstaufen, il Barbarossa ma soprattutto il luciferino Federico II, era terrificante, e a distanza di secoli ne riconosciamo non solo la pericolosità, ma anche l’inquietante attualità: veniva attribuita all’Impero non soltanto un’origine divina, ma anche uno scopo supremo, che consisteva nella salvezza stessa degli uomini. Nella concezione di Federico, infatti, la sovranità politica svolge una funzione analoga a quella della Chiesa nell’operare per la salvezza eterna dell’uomo. Ora, se questo vale per i singoli sovrani, a maggior ragione vale per quell’autorità nella quale culmina l’intera gerarchia dei poteri.

Questa autorità è l’Imperatore, il capo di tutti i sovrani: al di sopra di lui c’è soltanto Dio, dal quale l’Imperatore riceve il potere e la missione di governare il mondo. Sulla scia delle rivendicazioni formulate a suo tempo dal Barbarossa, Federico II sostenne sempre, col massimo vigore, l’origine esclusivamente divina della sovranità imperiale. La concezione federiciana dell’Impero tradisce un carattere quasi profetico e messianico. È evidente, in questa concezione, l’influsso dell’Oriente che tende a divinizzare la persona del sovrano e a cui nessun conquistatore occidentale, da Alessandro Magno in poi, poté sottrarsi. Data questa concezione radicalmente religiosa del potere e data d’altra parte la necessità di superare quella dicotomia tra autorità spirituale e potere temporale che tendeva sempre più a diventare antagonismo tra Papato e Impero, Federico II non poteva non guardare, come a un modello ideale,
all’istituzione islamica del Califfato. «Come sarebbe bello – disse una volta Federico – governare uno Stato islamico, senza papi e senza frati!».

Questa frase, come l’esclamazione “O felix Asia!”, che sulle sue labbra aveva il medesimo significato, illustra bene quella che il Morghen ha chiamato
l’”invidia” dello Staufen per i sovrani del mondo islamico, così come conferma quella sua “inclinazione all’islamismo” che, secondo Michele Amari, gli procurò l’ammirazione dei musulmani, allorché egli, andando a Gerusalemme, “menò seco (…) il suo maestro di dialettica, e paggi e guardie, tutti musulmani di Sicilia, i quali si prosternavano alla preghiera sentendo far l’appello del muezzin dai minareti della moschea di Umar; ed anco l’Imperatore avea a grado quella cantilena, né s’adirava che si recitassero i versetti del Corano dove i Cristiani son chiamati politeisti” (Storia dei musulmani di Sicilia, Catania 1933, vol. III, pp. 659-660).

Questo era il sogno (l’incubo!) imperiale, che si infranse contro una banda di amici e di eroi che si radunarono, tanti secoli fa, accanto a un’abbazia benedettina, su un prato di Pontida.

(da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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1 Commento

  1. Padano says:

    Lega, Lega!

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