AUTODETERMINAZIONE, SE IL PRINCIPIO DIVENTA FLESSIBILE

di ALBERTO LEMBO

Il concetto di “autodeterminazione”, cui si fece riferimento già alla fine della Prima Guerra Mondiale ma che non fu inserito nella Carta della Società delle Nazioni fu ripreso in considerazione durantela Conferenza di San Francisco del 1945 e trovò spazio nella Carta delle Nazioni Unite come “pari diritto dei popoli all’autodeterminazione”. Si omise, però, di indicare chi fossero i “popoli” destinatari della norma. Questa mancanza di determinazione portò al risultato che per parecchi anni la maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale lo interpretò, secondo i contenuti della Risoluzione 1514 /XV, solo nel senso di essere un diritto delle popolazioni assoggettate ad un dominio coloniale [europeo] a conseguire l’indipendenza. Questo perché il riferimento era diretto ad una entità, il “popolo”, priva di una personalità giuridica inequivocabilmente definita.

Solo nel 1970  l’Assemblea Generale (allegato alla Risoluzione 2625/XXV del 24 ottobre) affermò che “In virtù del principio di eguaglianza e di autodeterminazione dei popoli aderenti alla Carta delle Nazioni Unite, [in realtà si sarebbe dovuto parlare di Stati rappresentanti popoli] ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente, senza interferenze esterne, il proprio status politico e di perseguire il proprio sviluppo economico, sociale e culturale..”. Vi era però un limite rappresentato, come già ricordato in un precedente articolo, dalla tutela dell’integrità degli Stati sovrani esistenti e membri dell’O.N.U., i cui governi erano considerati implicitamente, per il fatto di essere stati ammessi nell’organizzazione, come “rappresentativi di tutta la popolazione appartenente al territorio”, finzione giuridica che, in pratica, limitava di molto l’applicabilità del principio da parte di minoranze o gruppi che non si sentissero rappresentati. In questo modo il principio di autodeterminazione veniva compresso a fronte della conservazione dello status quo a favore dello Stato membro.

Il principio di autodeterminazione venne e viene quindi considerato non più in sé ma relativamente, in funzione al grado di rappresentatività del governo nei cui confronti viene invocato. L’orientamento quasi sempre verificatosi dell’Assemblea dell’O.N.U. è che, considerata l’applicazione del principio di autodeterminazione come richiesta di secessione e considerata questa come fatto rischioso e destabilizzante degli assetti internazionali, non possa essere considerata come un diritto se rivolta nei confronti di uno Stato a riconosciuta “democrazia rappresentativa”. Trascurando il fatto che questa valutazione di “democraticità” nega legittimità a sistemi politici di altro genere, con la negazione del diritto di ogni popolo di “determinare liberamente, senza interferenze esterne, il proprio status politico” come sopra ricordato, ne è conseguito che mentre la richiesta di maggiore autonomia nei confronti di un governo “democratico” può essere presa in considerazione se avanzata da minoranze etniche o di altro genere, la rivendicazione del diritto all’autodeterminazione, cioè dell’indipendenza, anche attraverso la secessione, da un regime dittatoriale viene considerata legittima.

In conclusione ne esce un quadro per cui non tutte le rivendicazioni secessioniste sono considerate egualmente destabilizzanti. Si ritiene in dottrina che la misura in cui il diritto di separarsi da uno Stato sia da considerarsi destabilizzante dipende anche dalla plausibilità storica della rivendicazione che il gruppo secessionista afferma sul territorio di cui è espressione. Il diritto alla autodeterminazione viene quindi considerato come un “diritto variabile” (strano concetto, in verità!) in funzione della presenza e combinazione di vari fattori.

I due più importanti elementi per la valutazione positiva o negativa da parte dell’Assemblea dell’O.N.U. che resta sempre il giudice competente in materia, sono il grado di destabilizzazione che comporterebbe la secessione e il grado di effettiva rappresentatività detenuto dal governo dello Stato cui si rivolge l’istanza di autodeterminazione/indipendenza/secessione.

Si ritiene, peraltro, che di fronte ad un governo non “democratico” e non “rappresentativo” la comunità internazionale possa  riconoscere come legittime anche le rivendicazioni di autodeterminazione più destabilizzanti. Alla fine, però, non sarà il diritto a pesare in modo determinante per concedere il riconoscimento ma la convinzione esercitata in senso favorevole all’istanza di fronte all’Assemblea.

Il diritto internazionale non accetta che i propri soggetti, ovvero gli Stati sovrani, siano posti a rischio di secessioni o smembramenti in vario modo motivati. Si accetta che vengano prese in considerazione solo rivendicazioni motivate da violazioni dei “diritti umani” in generale o  dei diritti di minoranze espressione di gruppi individuati da differenze di “razza, religione o colore”o  da gruppi etnici particolari. In Europa, area di nostro diretto interesse, non ponendosi questioni di “razza” o “colore” vi è una disponibilità a considerare la tipologia del “gruppo etnico” come portatore potenziale del diritto all’autodeterminazione. A questo proposito si è affermata  in dottrina una posizione favorevole al riconoscimento di un  “diritto federale” all’autodeterminazione che merita un approfondimento particolare a parte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            

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3 Comments

  1. giuseppe says:

    A proposito di Autodeterminazione
    La Romagna la chiede inutilmente dalla Emilia da anni.
    Chi governa L’Emilia-Romana ritiene la Romagna una “loro” colonia perciò la tengono ben stretta. Ma la pazienza dei romagnoli è riciclabile????

  2. mr1981 says:

    Sulla base di quanto scritto da Alberto Lembo in quest’articolo non c’è momento più propizio per i Veneti di domandare l’indipendenza rispetto ad oggigiorno. Sono soddisfatti i requisiti di appartenere ad uno Stato che non ha un governo democraticamente eletto e rappresentativo per il Nordest, non c’è il pericolo di destabilizzare l’Italia (il discorso per la Lombardia si farebbe un po’ più complicato, vista la perdita fiscale e industriale che verrebbe a mancare in Italia in caso di secessione di questa regione) e le limitazioni centraliste imposte al perseguimento del sviluppo economico, sociale e culturale del Veneto sono davanti agli occhi di tutti. Non è il caso che Zaia cominci a depositare un paio di richieste all’ONU?

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