Autodeterminazione nei Comuni: si può! A quando una Costituente Veneta?

paùdi ENZO TRENTIN – Secondo alcune scuole di pensiero il principio di autodeterminazione, nell’ambito del diritto internazionale, esplica i suoi effetti solo sui rapporti tra gli stati e non sancisce alcun diritto all’autodeterminazione in capo a un popolo: quest’ultimo, infatti, non è titolare di un diritto ad autodeterminare il proprio destino ma è solo il materiale beneficiario di tale principio di diritto internazionale, i cui effetti, invece, si ripercuotono solo sui rapporti tra stati: questi, se ne ricorrono le condizioni, sono tenuti ad acconsentire all’autodeterminazione.

Sempre secondo determinate scuole di pensiero la secessione in politica si ha dove un gruppo rappresentante una parte di un paese o di un gruppo sociale (solitamente minoritaria) si separa dall’unità nazionale per rendersi indipendente.

Queste questioni, allo stato attuale, interessano solo da una parte dei cittadini italiani, e sono alimentate dai dubbi penetranti sulla riformabilità del sistema politico-istituzionale. La domanda d’innovazione, in Italia ed anche in Europa, si disperde in un’offerta destinata alla stagnazione. Scorrendo varie analisi, troviamo temi – la trasparenza dell’azione governativa, la riduzione dei costi della politica, i rapporti burrascosi con Bruxelles, la sorveglianza generalizzata dei cittadini – che sembrano tratti dal programma di un qualsiasi governo europeo del 2016. Il problema è che, con tutti i limiti del sistema, il modo più efficace per liberarsi della cattiva politica sembra ancora passare per la politica un po’ meno cattiva. E quest’ultima non può prescindere dall’escogitare soluzioni innovative.

Nel panorama indipendentista veneto c’è chi sta lavorando per la restaurazione di una versione della Repubblica di Venezia, e scrive: «Al Maggior Consiglio nella sua sovranità a decidere, a eleggere il 121° Doge della Repubblica Veneta!», insomma si lavora per una Repubblica oligarchica, dove l’unica qualità attualmente accertata per far parte del predetto organismo non è la competenza, bensì un impegno economico.

Non entriamo nel merito di come una persona desidera spendere i propri soldi. C’è chi va al Luna Park e chi preferisce partecipare al Maggior Consiglio. Affari suoi. Ma vogliamo ricordare ai lettori che una repubblica (come lo fu anche quella di Venezia delle origini) si caratterizza per un “governo” che traeva la sua legittimità dal suffragio universale. Nel 742 l’imperatore di Bisanzio concesse al popolo (cittadini liberi, patrizi e clero) la nomina del Dux (Doge).

Repubblica, poi, è sinonimo che trae origine dal latino: res publica, propriamente «cosa pubblica»; quindi «un governo» che in età moderna delibera, ed il cui il potere politico è detenuto, secondo criteri differenti, ma viene legittimato da un insieme di cittadini che danno un mandato temporaneo, non ereditabile e revocabile (a certe condizioni) prima della scadenza elettorale.

Le repubbliche aristocratiche o oligarchiche, invece, si distinguono per il fatto che è solo una classe privilegiata che vota e governa: nel caso summenzionato il Maggior Consiglio addirittura si auto-legittima (economicamente) e si auto-elegge. E se riconosciamo che gli individui perseguono interessi personali quando agiscono privatamente, è grottesco ipotizzare che si trasformino in paladini dell’interesse generale per il solo fatto di amministrare la cosa pubblica.

La necessità di trovare innovative soluzioni istituzionali promana dalla realtà del nostro sistema di governo dove i Ministri, molto spesso, raggiungono la loro posizione con una scarsa conoscenza di molti dei problemi che deve affrontare un loro dipartimento governativo o le sue operazioni giorno per giorno. Alcuni hanno avuto poco coinvolgimento con qualsiasi tipo di amministrazioni pubbliche in passato. Di contro i burocrati anziani svolgono un ruolo indispensabile nel rendere sicuri i Ministri. Ma una tensione nasce dal fatto che non sempre è chiaro chi sta conducendo. Quando la burocrazia trattiene informazioni pertinenti al Ministro, o le sta seppellendo sotto risme di documenti, la buona politica non può assolutamente agire.

Ma c’è un altro “grido di dolore” che ci giunge dal mondo della produzione: «Cresce la tentazione di vendere le aziende» è il titolo di un’intervista fatta dei giorni scorsi da Marino Smiderle, per “Il Giornale di Vicenza”. E a rispondere alle domande è Giuseppe Zigliotto, da pochi giorni past president di Confindustria Vicenza:

Domanda: E le imprese vicentine come sono cambiate in questi quattro anni? Come hanno resistito, se hanno resistito?

Risposta: Ho visitato una media di due imprese al mese in questi anni e sono sempre meravigliato della grande capacità dei nostri imprenditori. Dall’ultima ricerca è emerso poi che anche nella classifica dell’evasione fiscale il Veneto è la seconda regione più virtuosa, dove si evade di meno. E pensare che una volta ci dipingevano come la terra degli evasori. Negli ultimi tempi, però, avverto una tendenza che mi preoccupa.

  1. Quale tendenza?
  2. Una sensazione: tanti imprenditori hanno tenuto duro ma hanno perso l’entusiasmo e avverto in giro sempre più voglia di vendere. In questo panorama di tassi d’interesse negativi, dall’estero ci sono tante offerte di acquisto. E anche tra i vicentini aumenta l’intenzione o la tentazione di vendere.

Dunque, a che servirebbe l’indipendenza di un territorio abitato da anziani dipendenti da una pensione sempre più depauperata e dall’incerta erogazione? Cosa se farebbero gli indipendentisti di un territorio economicamente desertificato, deindustrializzato e per di più gravato da un’immigrazione terzomondista che vive a carico del contribuente? Una volta distrutto il tessuto produttivo – già ridotto di un terzo a causa della recessione economica – chi e come provvederebbe alla cosiddetta res publica?

Qualcuno ha proposto una Costituente veneta [http://www.miglioverde.eu/lindipendentismo-veneto-ce-sogna-costituente/ ] che nulla toglierebbe ad un procedere come nell’originaria  civiltà comunale. Ovvero attraverso assemblee aperte (Arengo) dove possono partecipare tutti i maschi e le femmine a partire da una certa età (18 anni?). Chi ha qualcosa da proporre si assume l’onere di presentarsi alla libera assemblea, e di convincere la maggioranza dei partecipanti della bontà delle sue idee.

Così facendo si potrebbero superare tutte le eventuali critiche sulla legittimità di questo o quell’organismo auto-costituitosi: Tizio, Caio o Pincopallo, ed auto-proclamatosi esclusivamente in base alla disponibilità d’esborso economico. Infatti, chi partecipa alle libere assemblee (Arengo) ha diritto di parola, proposta e voto. Chi non vi aderisce lo farà per sua libera scelta, e non potrà certo tacciare alcuno di non averlo coinvolto o preso in considerazione. Ci sarebbero infatti gruppi di cittadini che si rafforzerebbero nel curare la difesa delle libertà individuali, della città, dell’imprenditoria, dell’economia, nella gestione del territorio, e quant’altro affine.

Si tratterebbe di élite che sentono fortemente il problema di dare stabilità al governo cittadino e federale, attraverso la conquistata partecipazione alla gestione della cosa pubblica, e quindi anche il superamento della precarietà delle soluzioni imperniate sui partiti politici. Come non ricordare in proposito il luminoso esempio di Raterio, cacciato dai cittadini di Verona. In questa città, da sempre su un nodo viario assolutamente fondamentale, i cittadini arrivarono al punto di combattere per le piazze con tanto di caduti contro i Teutonici, com’è ben certo per il 996.

Ecco, allora, garantito il rispetto delle pratiche di onerosa autogestione più o meno sovrana attraverso la sperimentata e consolidata “consuetudine”. Ecco come mettere al riparo le pratiche di autogoverno e quei diritti tradizionali acquisiti e fondati sulla volontà del “populus sibi princeps” (il popolo principe di se stesso), ossia l’arte di gestire una società di uomini liberi sottomessi solo alle leggi che essi stessi si danno (ma si può essere più trasgressivi?), prescrizione che ha come corollario l’attuale definizione di “sovranità popolare”.

A supporto di questa teoria ci soccorre la ricerca di un avvocato bresciano i cui avi erano partiti dalle falde del monte Paù, (nelle immagini la suggestiva incollatura di bocchtta Paù, sull’Altopiano di Asiago, che domina la Valdastico e il territorio di Caltrano, ndr) che ci dice com’è possibile essere moderni guardando al passato. Le “radici” servono? Nel caso di Alan Sandonà sicuramente sì! L’avvocato bresciano, dottore di ricerca in storia del diritto medioevale e moderno, è ritornato a Caltrano per conoscere la storia dei suoi avi emigrati in Lombardia. Ha iniziato con lo “scavare” nell’archivio parrocchiale. Tenace e determinato frequenta anche la Biblioteca Bertoliana di Vicenza dove, fra l’altro, s’imbatte negli antichi Statuti caltranesi del tutto sconosciuti in paese e, pare, anche fra gli studiosi. Nasce così nel 2014 “Leges et statuta communis Cartrani – Gli Statuti di Caltrano del 1543″, Editrice Veneta.

Che il Comune alto-vicentino, con relativo patrimonio montano, si fosse costituito già verso il 1200 già lo si rilevava da altre pubblicazioni. Con questo lavoro Sandonà fa un decisivo passo avanti. Inquadra storicamente e giuridicamente quella realtà che quasi cinque secoli fa venne sancita da questi Statuti approvati dall’apposita commissione operante a Vicenza per conto della “Dominante”.

Succede così che quando si arriva a leggere la trascrizione in italiano di queste regole che la comunità caltranese aveva deciso di darsi autonomamente per un logico bilanciamento fra diritti e doveri in funzione del bene comune, e della sostenibilità economica si è già immersi nell’atmosfera locale e veneta del 1543.

All’epoca la situazione era veramente difficile. Dall’inizio di quel secolo guerre ed invasioni (vedasi la guerra della lega di Cambrai, 1509-1516, che fu uno dei maggiori conflitti delle guerre d’Italia del XVI secolo, e fu scatenata allo scopo di arrestare l’espansione della potentissima Repubblica di Venezia in terraferma) avevano interessato il Vicentino riducendo i più alla pura sopravvivenza legata alla “terra”. Vicenza mirava a spuntare il massimo dal “contado”. A sua volta Venezia necessitava di risorse per sostenere i conflitti in cui era impegnata. Una realtà in grado di ridurre le libertà e gli spazi di manovra dei cittadini caltranesi.

Gli Statuti rappresentavano un antidoto alle necessità di Venezia dovute ai conflitti in cui era impegnata. Erano importanti perché prevedevano l’elettività delle cariche da parte dell’assemblea cittadina, tutelavano il patrimonio comune tramite l’uso civico, sanzionavano i trasgressori, fissavano multe e tasse. In sostanza erano i circa 800 abitanti di Caltrano che decidevano quali e quante tasse versare alla “Dominante”, e non viceversa.

Questo, si badi bene, non durante il ciclo di Venezia democratica (692-1297) in cui il doge veniva eletto dal popolo e il popolo stesso, raccolto in assemblea, approvava le leggi e deliberava la pace e la guerra, bensì quando l’aristocrazia si sostituisce alla democrazia, dichiarando (1297) la Serrata del Maggior Consiglio, il quale viene trasformato in un circolo esclusivo delle famiglie che sino a quel momento ne avevano fatto parte. Vale a dire durante il periodo di Venezia aristocratica in cui il Doge era eletto dal Maggior Consiglio che legiferava e deliberava indipendentemente dal popolo. E su quest’ultimo versante la differenza con l’oggi è decisamente stridente.

Ecco allora che una Costituente veneta potrebbe avere i lavori facilitati, considerando che si dovrebbe occupare solo delle competenze residue, vale a dire quelle delegate dalla sovranità popolare per mezzo dei Comuni.

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

One Comment

  1. PIERINO says:

    cercare il percorso giusto per la secessione dalla ‘talia, quando in ‘talia NON siamo mai entrati
    (vedi pelbiscito truffa del venerdi 19 ottobre 1866 e successiva gazzetta ufficiale PRIMA del voto)
    fà TANTO TANTO strano.

Leave a Comment