AUTODETERMINAZIONE: COSTRUIRE UN MODELLO NUOVO CHE RENDA LA REALTÀ OBSOLETA

 

elezionidi ENZO TRENTIN  – Si sta cercando di fermare i vari “populismi”, perché vogliono un reale esercizio della sovranità popolare. Il regime democratico ha funzionato finché gli interessi delle élite e della base elettorale hanno collimato: anni di crisi, economica e non solo, hanno creato all’interno delle democrazie forze con interessi divergenti dall’oligarchia al potere.

 

Osservando il rito democratico delle elezioni poi, diciamo “broglio” senza renderci conto che stiamo parlando veneziano. Già, perché questo termine evocato a ogni elezione, assieme a un altro che pure riguarda le urne (che però in Italia ha a che fare solo con la nomina del sindaco), “ballottaggio”, viene dritto dritto dal sistema elettorale adottato a Venezia per eleggere il doge e per votare le leggi. Sistema che deve aver affascinato parecchio, se in inglese “ballot” vuol dire voto, e “ballot box” urna elettorale. Per chi non conoscesse questa storia che parte dalla “serrata” del 1297, per brevità rimandiamo a questo vecchio articolo di Alessandro Marzo Magno: http://www.linkiesta.it/it/article/2013/02/24/brogli-alle-elezioni-ecco-chi-li-ha-inventati/11858/

 

Oramai non c’è nessuna “democratica” elezione che non sfoci nella denuncia di brogli. E questo succede un po’ dappertutto: In Austriahttp://www.ilgiornale.it/news/mondo/austria-politica-sinistra-incaricata-controllo-elettorale-1280862.html  In Venezuelahttp://www.lastampa.it/2017/08/02/esteri/brogli-alle-elezioni-della-costituente-in-venezuela-il-parlamento-chiede-di-aprire-unindagine-coqt1hC0Xp19WUl1FQ70fP/pagina.html  In Kenyahttp://www.ilpost.it/2017/07/23/elezioni-kenya-regolarita/  Negli USA le elezioni presidenziali del 2000 si svolsero il 7 novembre. La sfida oppose il candidato repubblicano George W. Bush e il vicepresidente democratico uscente Al Gore. Per giorni si ricontarono i voti e si analizzarono le irregolarità. Alla fine i voti popolari, 271 contro 266, furono favorevoli a Bush e ne determinarono l’elezione. In Messico, il 7 luglio 2006, la destra vince le elezioni. Ma la sinistra contesta: “Ricontare”. Si parla di alcuni milioni di voti conteggiati in modo errato. In Iran sembrerebbe che anche Ahmadinejād, una volta consolidato il proprio potere politico, fosse ricorso ai brogli a seguito delle ultime contestate elezioni presidenziali del 2009. In Africa/Guinea Bissau, il 23/3/2012,  sono contestati i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali “La situazione è in evoluzione, perché i candidati che non hanno accettato i risultati del primo turno presentano il ricorso alla Corte Suprema affermando che le elezioni sono state viziate da brogli. Nel paese di Arlecchino & Pulcinella, ne citiamo solo un paio per brevità: a Barihttps://www.nurse24.it/infermiere/ipasvi/ipasvi-bari-annullate-elezioni-brogli-elettorali.html In Siciliahttp://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/11/05/exit-poll-sicilia-musumeci-in-lieve-vantaggio-su-cancelleri_1002b172-3cb6-40b3-8343-49757e34096f.html

 

Prima dei brogli tuttavia, c’è da riscontrare il “mercato delle vacche” delle candidature, dove i partiti politici si distinguono non solo per trovare una candidatura “visibile”: il cantautore di successo, la “stellina” cine-televisiva, lo sportivo affermato, l’intellettuale spesso di “regime”, lo scienziato famoso; tutti invariabilmente insignificanti, o quasi, sul piano legislativo, quando addirittura non si segnalano per la loro scarsa partecipazione ai lavori parlamentari. E ancora, come sopportare oltre lo stato di conflitto all’interno dei partiti, e tra i diversi partiti? In Germania anche Angela Merkel, in questi giorni, sarebbe “vittima” della contesa tra partiti.

 

Ci sono studi sociologici che affermano che la competizione elettorale democratica induce i partiti politici ad accettare il sostegno di lobby e potentati, e li spinge persino a utilizzare gli strumenti del potere pubblico e le ricchezze sociali per meglio collocare il partito nella competizione elettorale. I politici di professione, pur nelle diversità personali e dei loro intenti originari, sono impiegati statali accomunati, tutti, dall’avere medesimi e oggettivi interessi di categoria. In questo contesto i “rappresentanti dei cittadini” tendono a trasformarsi in “delegati dei partiti”. In questo consiste la “degenerazione oligarchica dei partiti” che si manifesta oggi in Italia in forme persino paradossali. Insomma un mondo estraneo, un universo da cui i cittadini, l’uomo qualunque, rimangono veramente al di fuori.

 

L’elettorato se n’è accorto: nelle amministrative del 2017 l’affluenza al voto scivola nell’allarmante: eccetto Padova e Rieti, con un 50-55% appena decente. Nel resto d’Italia tutti sono al di sotto del 50% (46% complessivo), con Taranto e Como sotto il 35%. Un trend riconfermato in queste ultime ore dalle elezioni a Ostia, dove l‘affluenza è stata del 33,6%, e Trapani addirittura sotto il 27%. L’aspetto più preoccupante della diserzione civica è costituito dal fatto che i voti di chi diserta le urne sarebbero probabilmente i voti più indicativi e utili, perché meno interessati, mentre i voti che fuoriescono dalle urne sono quelli delle immense clientele politiche, degli amici non solo dei 945 parlamentari che saranno eletti, ma della sterminata massa di candidati che si trovano scritti nelle pletoriche liste elettorali. Le caste politiche hanno interesse a tenere lontani dalle urne i cittadini che non appartengono loro. Ci sono alcuni milioni di cittadini che dallo Stato ricevono stipendi, privilegi e riconoscimenti senza grandi meriti. Sono loro che votano l’insana partitocrazia per mantenere lo status quo. Tuttavia per quello Stato di cui si dicono i servitori essi sono dei parassiti. Vedi qui:

 

https://www.youtube.com/watch?v=uY5ivH0ThP8

Infatti, a loro lo Stato eroga e trattiene una parte in tasse; quindi si tratta di una partita di giro. Se così non fosse, allora avremmo la ricetta per eliminare in poco tempo ogni debito pubblico, erogando servizi all’altezza di un nababbo. Basterebbe trasformare i circa sessanta milioni di italiani in altrettanti dipendenti statali. Ma lo Stato ha risorse sue, o sono quelle dei suoi cittadini nelle vesti di taxpayer?

Dall’esperienza vissuta in questi ultimi decenni, nessuna combriccola sedicente indipendentista si estranea. Men che meno chi concorre alle elezioni italiane, poiché sostanzialmente vogliono cambiare il governo con il consenso del governo stesso. Pretendono di “conquistare” le istituzioni per poi da lì dichiarare l’indipendenza. Tuttavia la Catalogna tanto citata e ancor più osservata – ma mai imitata – sta dimostrando che questa via è assai impervia. Questo lo approfondiremo in altra occasione. E qui, per carità di patria, lasciamo stare la mancanza di un serio, condiviso, e innovativo progetto istituzionale. Come diceva Buckminster Fuller: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta».

È possibile allora superare la concezione dei partiti con il sistema del sorteggio attraverso il quale sparisce la partitocrazia, e si democratizza la democrazia? Ad Atene, patria della democrazia, solo una parte dei rappresentanti del popolo era eletta, l’altra era tirata a sorte. Si veda questo video, che spiega la tesi in modo molto comprensibile (per avere i sottotitoli in italiano andare su impostazioni = rotellina in fondo a destra del video e scegliere la lingua).

https://www.youtube.com/watch?v=KS9EMvbBq_U  

Come avverrà più tardi nella Repubblica di Venezia a partire dalla “serrata” del 1297 sino al 1797. Mentre le elezioni – che connotano all’incirca gli ultimi duecento anni – possono servire solo per l’esercizio della democrazia diretta. Gli strumenti di democrazia diretta: istanze, petizioni, iniziativa di leggi e delibere, referendum senza quorum, e revoca o Recall o elezione di richiamo [vedi qui: https://en.wikipedia.org/wiki/Recall_election ] sono da considerarsi solo come strumenti deterrenti o di contro bilanciamento nei confronti di quei sorteggiati che non dovessero agire secondo le aspirazioni-indicazioni della maggioranza.

Se come cittadini pretendessimo una progettualità con cui far politica attiva, la domanda alla quale rispondere in primis sarebbe: «chi sono i “ballotandi” o sorteggiati nelle istituzioni?» E la risposta potrebbe essere: «i Comuni tengono un’apposita anagrafe.» In teoria tutti possono accedere a tale anagrafe; tuttavia molti non sentendosi adeguati, o disponibili, non si iscriveranno per assumere incarichi pubblici (che dovrebbero essere equamente e non spropositatamente remunerati come in Italia); e a chi vuole iscriversi si potrebbe chiedere il superamento di un apposito esame sulla conoscenza delle istituzioni che vogliono reggere.

Ai membri dell’esecutivo o sorteggiati per reggere le istituzioni, indipendentemente dalla loro eventuale appartenenza a un partito, e senza avere costituito una qualche coalizione, non dovrebbe essere consentito parlare a titolo personale o in nome di un partito. Sarebbero tenuti a trovare un consenso è ad esprimersi in modo collegiale per gli interessi della comunità. Le decisioni, di regola, sarebbero prese semplicemente discutendo: cercando e trovando l’approvazione e questo, in genere, lo si riesce a raggiungere senza dover arrivare al voto. È possibile spiegare con un esempio la realtà banale, ma al tempo stesso sconvolgente di questi esecutivi cooperativi e non competitivi, non basati su maggioranze in qualche caso precostituite o “coalizioni”. L’accettazione o meno delle delibere o delle leggi proposte dall’esecutivo dipende esclusivamente dal contenuto della delibera, senza mercanteggiamenti tra gruppi, accordi o coalizioni. L’esecutivo opera ed è al tempo stesso tenuto sotto controllo dall’esercizio della democrazia diretta che ha il potere di destituirlo, come di deliberare o legiferare da sé. I meccanismi decisionali democratici diventano come un cervello collettivo la cui intelligenza aumenta se i singoli neuroni contribuiscono con la propria abilità, discernimento, ed esperienza. Le riunioni dell’organo legislativo diventano un confronto tra governanti (l’esecutivo) e governati. L’”opposizione” non è più costituita dai partiti avversi contro quelli di governo, ma dall’esercizio della sovranità popolare.

Un’altra ragione per non entrare – in questa sede – troppo nello specifico risiede nel desiderio di evitare ogni occasione, per l’effervescente mondo indipendentista (quello veneto in particolare), per polemizzare e frazionarsi.

Non quindi l’unione per un partito indipendentista, ma l’unione su un programma politico-istituzionale. Ecco allora che il compito pare essere quello di indicare alcune linee guida, per stimolare l’indipendentismo più sincero a sedersi attorno ad un tavolo per progettare un nuovo assetto istituzionale seguendo linee indicative già redatte. Ed è su tale progetto che andrebbe ricercato il consenso della cosiddetta opinione pubblica cui ci si intende rivolgere. Per l’eliminazione del monopolio del potere legislativo, contro questa degenerazione dei sistemi democratici solo rappresentativi. Anche perché, spesso, come ripeteva Leo Longanesi in uno dei suoi fulminanti aforismi, “un’idea che non trova spazio a tavola è capace di fare la rivoluzione”.

 

 

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