Lo Stato aiuta Bridgestone, ma affossa il mercato dell’auto con le tasse.

di GABRIELE BARELLO

Il caso Bridgestone di Modugno, in provincia di Bari pare abbia interessato tutti: dal ministro dello Svilupo Economico Passera, al governatore della regione Puglia Nicola Vendola, per passare al sindaco di Bari Michele Emiliano ed addirittura Adriano Celentano, che pare aver abbandonato la carriera di cantante, per abbracciare quella, apparentemente più visibile, di tuttologo. Bridgestone è un colosso impressionante, è il maggiore produttore di pneumatici al mondo, ed è stata fondata nel 1931, ha 143.000 dipendenti sparsi per i vari impianti ed un fatturato annuo che supera i 3 mld di euro. In USA ha il 58% del mercato, in Asia il 67%, in Europa appena il 25%. Fino a prima della crisi produceva qualcosa come 20.000 pneumatici per le fasce medio-basse. Allora cosa è successo?

La decisione di chiudere il proprio stabilimento italiano, da parte della casa nipponica pareva un’impresa impossibile, in un paese come l’Italia dove i sindacati, i politici e lo stato perseguitano le aziende peggio della tortura cinese. Non hanno fatto in tempo ad annunciare la drastica e sofferta scelta, che una valanga di proteste gli si è riversata addosso peggio di un’orda barbarica inferocita. Il grido pareva unanime: Modugno non si tocca. Alla fine la Bridgestone ha dovuto cedere e la chiusura non è stata più irrevocabile, con relativo sospiro di sollievo di mezza Italia. Questa faccenda però non è chiara a molti, e questa drastica cambiata di idea improvvisa non ha convinto molti incluso il sottoscritto.

Adesso pare inoltre, che si aprirà un tavolo di confronto con i vari sindacati, per capire quale sia la strada da seguire. Ma la notizia bomba è ben altra: secondo alcune indiscrezioni, sembra che lo stato tenga pronti 140 mld di “aiutini”, anche se ovviamente tutti tacciono. Ecco svelato il vero motivo, i soldini pubblici, cioè nostri, per cui Bridgestone si impegna a non chiudere. Chapeu! Ma oltre a tutto ciò il caso nipponico è emblematico di una situazione comunque vera e drammatica. Bridgestone stessa ha motivato la propria decisione quale conseguenza di un quadro macroeconomico difficilmente contestabile: in Europa si vendono sempre meno automobili, quindi sempre meno pneumatici. Numerosi studi indipendenti affermano, come il mercato delle gomme sia crollato del 13% tra il 2011 e il 2012 e prevedono che i recuperi di volume pre-crisi arriveranno non prima del 2020. L’unico mercato che non soffrirà sarà quello di alta gamma (cioè berline di lusso e supersportive), per quanto riguarda il solo mercato estero (dato che in Italia sono supertassate, ndr), ed è lì che Bridgestone vuole puntare per tentare di sopravvivere. Insomma in verdetto è chiaro: in Italia le auto popolari sono defunte. Ebbene questo evento merita una riflessione profonda.

Innanzitutto che il mercato auto in Italia sia “morto” è assolutamente vero ed i dati sono lì a confermarlo. Ma per colpa di chi? Dello stato naturalmente, ladro e tassatore mai sazio di denari altrui, e sempre pronto a scagliarsi come sempre maggior veemenza contro le macchine, divenute inoltre per molte parti sociali ed in ultima istanza, per l’opinione pubblica, un insieme di vizi e malcostume, simbolo stesso del male e creazione del demonio. In questo paese si è sempre stati pronti a dare addosso a chi le auto le produce o le usa. Si è sempre stati pronti a chiudere centri storici, fare ZTL, istituire pedaggi di qua e di là o a vietare il passaggio a vetture un po’ anzianotte o d’epoca. Inoltre si è sempre stati pronti ad aumentare accise, che dopo 80 anni ancora paghiamo vergognosamente, tasse e balzelli vari, fino ad arrivare all’agognato superbollo, uno di quei flop talmente grandi che bisognerebbe risbatterlo in faccia a chi l’ha inventato. E che dire delle “domeniche a piedi”? Meglio evitare qualsiasi commento.

In realtà i parchi auto sono strapieni per motivi ben validi e non certo per la famosa sovrapproduzione. La domanda c’è sempre anzi, oggi i veicoli sono molto richiesti sia usati che nuovi, specialmente di fascia medio-bassa. Alcune categorie di auto come i SUV cittadini ad esempio (vedere Range Rover Evoque o Nissan Juke), vanno benissimo ed i dati di vendita ed ordini sono lì a confermarlo. Allora cosa c’è che non funziona in questo sciagurato paese? Che le tasse sono troppo alte! Ecco scoperta l’acqua calda; in Italia ci sono le più alte tasse d’Europa sull’auto, ogni anno ogni famiglia italiana spende qualcosa come 3.400 euro per un’auto normale. Ciò che in realtà frena e di molto, la vendita di auto sia nuove che usate sono le tasse, in particolare l’IPT (Imposta provinciale) ed il passaggio di proprietà, due tra le tasse più assurde che esistano in Europa, forse nel mondo. La prima che si applica alle auto di nuova immatricolazione, ora non è più come in precedenza fissa, cioè di 156,28 euro, ma variabile in base alla potenza a partire dai miseri 54 kw (potenza di una Smart Diesel). La seconda invece si applica alle auto usate e varia anch’essa in base alla potenza del mezzo, in base al ridicolo art. 53 della Costituzione in base al quale ogni cittadino deve cotribuire con le tasse, in base alla propria ricchezza. Sembra di trovarsi in paesi gestiti da soviet.

Col pretesto di beccare i famigerati e tanto odiati “ricchi”, in realtà si è colpito come sempre nel mucchio, facendo un disastro e bloccando tutto. Quindi ora chi ha un’auto, anche se vecchia, preferisce non cambiarla, non avendo possibilità economiche, chi le ha invece preferisce immatricolare con targhe estere per pagare meno tasse, e scamparea numerosi balzelli assurdi, incluso il superbollo. Su quest’ultimo vi bastino questi due dati: se nel 2008 sono state immatricolate 946 auto considerate dallo stato “di lusso” cioè sopra i 185 kw (anche se in realtà tutti ben sappiamo che ci sono auto da 300 cv a prezzi da utilitaria che lo pagano comunque, quindi più che tassa sul lusso, sarebbe meglio definirla tassa sulla potenza e basta), nel 2012 questo dato è sceso a, udite udite, 20! Robe da non credere se non fosse vero. Lo stato ha creato danni incredibili. Un gatto che si morde la coda, ben li sta a tutti quelli che fino a poco tempo fa urlavano ed additavano al ricco mossi dall’invidia. Ora sono stati accontentati, economia allo sfascio e tutti più poveri, inclusi i… poveri! Già, perché ora gli operai che lavorano per la case di lusso, produrranno meno auto, visto che già ce ne sono di invendute, le fabbriche si fermeranno, e magari ci saranno pure licenziamenti, il tutto sempre nel nome del “tutti più poveri tutti più felici”.

Ora le auto potenti e di lusso chi le compra da noi? Ovviamente russi, emiri arabi e “ricconi” provenienti da paesi emergenti, che invece di comprarsi un Cayenne Turbo a prezzo di listino a casa propria, ne approfittano e vengono qua a prendersene uno nuovo a prezzo da usato. Chi ci perde come al solito è lo stato furbo, che di furbizia è sempre maestro, difatti si è visto. Se aumenti tasse, a soffrirne non è solo il prodotto preso di mira ma tutto l’indotto, un’altra scoperta da Nobel dell’economia.

Ora alla luce di tutto ciò viene da chiedersi: ha senso continuare a perseverare su questa strada? Non credo proprio. Le teorie idiote sulla cosiddetta “decrescita felice”, paventate da qualche grillino o ignorante di turno, serviranno solo a peggiorare le cose in un quadro generale già di per sé disastroso. La soluzione? Inutile ripeterla: lo stato si ritiri, lasci respirare la gente, le imprese e tutti noi o sarà la fine. Lasci libertà, perché di danni ne ha fatti già troppi francamente, sperando che questo caso insegni qualcosa, anche se ogni speranza è ormai vana.

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5 Comments

  1. hommelibre says:

    Ottimo articolo ma non basta, bisogna colpire la spesa pubblica per abbassare le tasse, per me, bisogna riconteggiare le pensioni oltre un certo limite secondo il contributivo, non è giusto regalare soldi a chi non ne ha bisogno, mettere un tiket, sui ricoveri ospedalieri, portare i costi della politica ai livelli europei, chiamare al lavoro i cassintegrati e i prepensionati ecc… Insomma per abbassare le tasse sulle imprese, bisogna indicare come spendere meno, altrimenti è un parlare al vento.

  2. Vittorio says:

    Sento da più parti il gioirsi della gente poiché, data la “artificiosa” crisi (costruita dalla politica n.d.r), c’è una radicale diminuzione del traffico e della circolazione e di conseguenza delle multe, oltre che che degli introiti (100 milioni di euro di perdita dal superbollo) perdita su IVA, bollo IPT ecc. data dal totale tracollo del mercato dell’auto.
    Questa perdita stimata in 3 miliardi di euro dal comparto totale auto, dovrebbe mettere tutti in allarme, invece che creare contentezza, perché lo stato estorsore e strozzino, certamente cercherà nuove forme di imposizione per portare a casa i denari persi nel settore auto massacrando i sudditi di nuova tasse . Senza contare le perdite per lo stato, di IRPEF ed IRAP dovute alle concessionarie chiuse ed ad ai 12.000 dipendenti mandati casa. Quindi oltre al doppio danno avremo la doppia beffa, questo ci aspetta!

  3. Mauro Cella says:

    Situazione già vista. Nel 2008 Honda aveva deciso di chiudere tutti gli stabilimenti destinati alla produzione di motocicli al di fuori di Giappone, Asia continentale e Brasile.
    In Europa la “mannaia” sarebbe caduta su due stabilimenti: quello di Barcellona e quello di Atessa.

    Quello di Barcellona, come annunciato, è stato chiuso e nel polo industriale ora si producono solo motocicli a marchio Montesa. Il governo spagnolo e quello catalano, nonostante le proteste, non se la sono sentiti di mettere la mano al portafoglio visto che avevano sentore di come le cose sarebbero andate.

    In Italia, invece, Honda ha rimandato la decisione al 2012 ma ha nel frattempo iniziato a lasciare la gente a casa. Quando è arrivato il momento di decidere, pareva cosa fatta che lo stabilimento sarebbe stato chiuso e la produzione trasferita in parte in Giappone ed in parte in Thailandia.
    Dopo quelle che i periodici specializzati hanno definito “trattative riservate” col Governo Monti, Honda è tornata sui suoi passi ma ha anche annunciato che, a causa della scarsa domanda, avrebbe ridotto la propria forza lavoro a 150 persone. Visto che i tanto richiesti incentivi non sono arrivati, cosa hanno dato ad Honda resta un mistero. A Piaggio per non licenziare hanno dato una maxi commessa per Poste Italiane, a loro probabilmente un “aiutino” per non chiudere.

    A questo punto invito chiunque si trovi nella sgradevole condizione di dovere licenziare o chiudere intavolare “trattative riservate” col Governo Monti, tuttora in carica. pare essere la soluzione giusta, alla faccia della serietà e del rigore.

  4. babbini says:

    Ma sono mld o mln?

  5. Albert Nextein says:

    Se un’attività economica non rende, la si chiude.
    E’ normale.
    Le aziende private non sono istituti di beneficenza.
    Lo stato non deve mettere becco in affari privati.

    E’ evidente che se le tasse sono elevate, ed i consumi vengono per ragioni solo ideologiche penalizzati, in italia non investe più nessuno.
    E le fabbriche che chiudono non vengono riconvertite , riutilizzate, vendute.
    Chiudono e basta.

    Anche qui la soluzione non è chiedere aiuto allo stato.
    Ma il contrario.
    Meno stato, meno tasse.
    Più affari e maggiore prosperità.

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