Attorno al Po la vita dei valori

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di PAOLO GULISANO* –   Il fiume Po: per i libri di scuola e per gli atlanti geografici “il fiume più lungo
d’Italia che scorre per 652 chilometri attraversando l’Italia settentrionale da Ovest verso Est”. Ancora i libri aggiungono che la sua sorgente si trova sul Monviso (nelle Alpi Cozie), e dopo aver percorso tutta la Pianura Padana sfocia nel Mare Adriatico. Il bacino idrografico del Po occupa un’area di 71.000 km² ed è il più grande d’Italia. In esso vi abitano circa 16 milioni di persone e sono concentrate, dicono i libri, oltre un terzo dell’industria e della produzione agricola, così come oltre la metà del patrimonio zootecnico della repubblica italiana…”. Tutto ciò rende il Po e il suo bacino una zona nevralgica per l’intera economia italiana”.

Anche dal punto di vista naturale il fiume Po ha un’importanza straordinaria: con il suo grande delta di 380 km², con centinaia di corsi d’acqua minori e cinque principali, che è stato dichiarato patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco. Il Po è questo, ma per chi lo conosce, per chi ci vive accanto, per chi lo ama, esso è molto di più.

Scrittori e poeti lo hanno percepito, e tradotto questa consapevolezza nella pagina scritta. Tra questi forse il più commovente cantore della poesia del Po fu il grande Giovannino Guareschi, il creatore di Don Camillo e
Mondo Piccolo. Nelle sue pagine il Grande Fiume è una realtà viva, pulsante, dotata di carattere e temperamento, una compagnia tenera e a volte difficile, come una persona. Guareschi riesce in qualche modo a far sentire quanto avessero ragione gli antichi miti, le antiche leggende relative al maestoso
grande fiume.

Nella mitologia il fiume Eridano è protagonista della storia di Fetonte, figlio del dio del Sole Elio, che implorò affinchè gli facesse attraversare il cielo alla guida del suo carro. Elio, accondiscese anche se con riluttanza alla richiesta del figlio, e non valsero a nulla i suoi avvertimenti sui pericoli che correva. Ammonì il figlio con le seguenti parole. «Nell’attraversare il cielo segui il percorso che troverai segnato dalle mie
ruote». Quando l’alba spalancò le porte dell’Est, Fetonte montò pieno d’entusiasmo sul carro dorato ornato di gemme scintillanti del dio del Sole, ignorando i pericoli che stava affrontando. I quattro cavalli notarono immediatamente la leggerezza del carro e le mani diverse che tenevano le redini e si lanciarono in avanti allontanandosi dalla strada battuta, con il carro che sobbalzava paurosamente.

Anche se Fetonte avesse saputo quale era il percorso da seguire, non aveva l’abilità e la forza per controllare
le redini. Il tiro galoppò verso Nord, e per la prima volta le stelle del Gran Carro si riscaldarono e il Dragone, che fino a quel momento era stato inerte per il freddo, per il gran caldo sudò abbondantemente e ringhiò furiosamente. Guardando verso la Terra da quelle altezze vertiginose, il povero Fetonte terrorizzato impallidì e le ginocchia cominciarono a tremare per la paura.

Alla fine vide la costellazione dello Scorpione con le enormi tenaglie tese verso di lui e la coda velenosa sollevata, pronta a colpire. Il giovane mollò le redini e i cavalli galopparono via incontrollati. Il carro puntò verso il basso e la Terra prese fuoco. Avvolto dal fumo, Fetonte fu trascinato dai cavalli, senza sapere dove fosse. Fu allora che la Libia divenne un deserto, la pelle degli Etiopi si colorò di scuro e i mari si
prosciugarono. Per porre fine a quelle catastrofi, Zeus abbattè Fetonte con la folgore. Con i capelli che grondavano fuoco, il giovane precipitò nell’Eridano come una stella cadente. Le Eliadi, che prima lo avevano assecondato, piansero amaramente il povero Fetonte, versando lacrime d’ambra al suolo. Zeus le trasformò in pioppi e le pose lungo le rive del fiume Po, dove era caduto il loro sfortunato fratello.

Il Po è dunque realtà e leggenda, mito ed entità economica, è storia oltre che geografia. Quando nel 1996 i popoli della Valle del Po, altrimenti detta Padania, così come la principale regione del Reno è chiamata
Renania, e nessun tedesco ci trova nulla da ridere, decisero di manifestare clamorosamente la propria istanza di libertà e indipendenza dallo Stato italiano, artificiosamente e violentemente assemblatotra il 1859 e il 1918, scelsero il Grande Fiume come mezzo e come alleato per la realizzazione del loro sogno.

Anche se la manifestazione di allora- e di quelle che seguirono- ebbe a concludersi nella Serenissima, a ricordo di una secolare gloria che aveva brillato davanti agli occhi dell’Europa e dell’Oriente quando ancora la parola “Italia” esprimeva semplicemente e solamente un concetto geografico, fu il Po la spina dorsale dell’orgoglio padano, l’elemento di unione, il collante tra popoli da tempo divisi e colonizzati dal centralismo italico.

D’altronde, dell’importanza del Po se ne resero conto in primo luogo gli avversari storici dell’autonomismo, che ne fecero un elemento cardine del loro sarcasmo, della loro derisione, del loro livore. Nacque il mito del “Dio Po”, un’invenzione, una bufala politica e giornalistica: nessuno, nel campo dell’autonomismo padano, aveva pensato di divinizzare il Grande Fiume, di ergerlo a proprio Dio, magari “celtico” come si udì delirare. Si lesse anche di “rievocazioni di antichi riti padani”, di “liturgie a testimonianza
della purezza del Nord”.

Ancora oggi si leggono dichiarazioni di personaggi di spicco della Sinistra come Pecoraro Scanio che vaneggia di “folle di gente che considera sacra l’acqua del dio Po e agita in aria bandiere di una fantomatica Padania”. Il “Dio Po” è da quasi dieci anni il tormentone sventolato da chi si oppone a che qualcuno possa riconoscersi in un’identità che non sia quella italiana. Questo fantomatico “dio” non è mai esistito nelle tesi politiche come nella cultura dei popoli padani. A differenza degli italiani, che hanno una robusta maggioranza di pagani e neo-pagani, di atei, di laicisti, di scettici, di relativisti, i popoli padani sono profondamente religiosi, una religiosità cristiana e cattolica che ha visto fiorire nelle nostre terre
opere di fede e di santità per secoli.

Il “Dio Po” è la caricatura becera di questa fede, ed è un’offesa alla nostra tradizione, alla nostra identità, ed anche – se Dio (quello vero) vuole – un’offesa al caro, vecchio Grande Fiume.

*(da il settimanale “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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