Assemblea del movimento Indipendenza Lombarda

di STEFANIA PIAZZO

La rassegnazione quotidiana del niente che avanza. La consapevolezza di vivere in uno stato fallito anche per aver tradito l’appuntamento con la svolta, quando 17 anni fa un milione e mezzo di cittadini del Nord scesero in strada, con una normalità disarmante, per dire sì ad una Padania libera. Era una dichiarazione di indipendenza che evocava come in America il diritto alla felicità, il dovere di garantire alle nuove generazioni un futuro, non una rovina.

Oggi si è punto e a capo, tra il dire e il non fare, nell’astratta concretezza di progetti macroregionali che non scalzano né la crisi d’identità, già svenduta peraltro per altri fini di occupazione, né la necessità di accelerare la coniugazione di un passo cruciale per la libertà: la giustizia sociale. Non esiste democrazia. Né vi sono leader in grado di essere disposti a tutto per la libertà. E’ ancora tempo di mediazione? O serve altro? Questa è la cronaca di una mattina qualsiasi scorrendo le prime notizie.

Sette cittadini su dieci temono la crisi. (Coldiretti). All’estero vedono l’Italia come un morto che cammina. Troppa ignoranza nella classe dirigente (Giovani Confindustria). Alitalia salvata all’ultimo minuto, una pezza. (Cgil). Pensioni, messa in sicurezza non assicura il futuro (ministro del Lavoro governo Letta). Scioperi, si ferma la metropolitana di Milano. Scioperi, gli operai del Sulcis occupano i pozzi. La legge di stabilità delude la maggioranza del Paese (indagine Ixè). Poche ore di agenzie e la fotografia dell’Italia è pronta.

La crisi non è solo quella dei partiti, semmai è l’effetto terminale che travolge anche le ideologie, ma alla base la crisi è quella della democrazia. Da lì nasce la rassegnazione al non cambiamento. I partiti sono la forma che si è data nel tempo la nostra democrazia occidentale. E i tirannucci che da destra al centro e a manca, pure negli spazi cosiddetti delle autonomie, imperversano, hanno fatto scadere la democrazia in un esercizio di demagogia.

Esiste così la demagogia anche sull’indipendenza, sul facile estorcere un voto al gonzo elettore, al bifolco che spera nel messia carismatico. Accade, è accaduto. A essere in crisi non sono i partiti, e nemmeno le ideologie, ma un certo tipo di democrazia. È perché la democrazia è in crisi che sono in crisi i partiti come tali, non perché la democrazia stessa ne abbia bisogno in sé e per sé, ma perché essi sono la forma principale che la democrazia occidentale si è data, per fotterci il voto e una delega in bianco.

Val la pena ribadire che la demagogia non ama l’educazione (e val la pena rimarcare che democrazia, la paideia, è e-ducare, saper tirar fuori). Quindi i demagoghi, i politici dell’autonomia nei vagoni separati della metropolitana, non amano la cultura e il confronto, comunicano luoghi comuni alle masse. E riscuotono il consenso sui barconi degli schiavi. Fanno senatori i loro cavalli, lasciano che le scuole siano e restino appannaggio di chi forma le nostre generazioni all’indifferenza di massa  e alla cultura di Roma. Con cui trattano per non sparire. Per l’indipendenza al Nord non si sono visti grandi colpi di scena. Tranne i Serenissimi sul Campanile. E il loro abbandono politico, una presa di distanza che ancora oggi interroga le coscienze.

In Padania, nessuno può ancora paragonare la lotta di liberazione con i gesti estremi di libertà alla Bobby Sands. Con lui, morirono anche altri 9 membri della resistenza irlandese. I nostri politici “macroautonomi” li vediamo, al contrario, imbolsiti e preoccupati di dispensare cariche.  L’autonomia, anche la più minima, non si conquista con la tattica dei ruffiani e degli adulatori, della continua dei piccoli passi inconcludenti. In 25 anni nulla è stato conquistato.

La lezione irlandese oggi ci serve ancora per uscire dalla rassegnazione e per specificare che la politica deve anche essere estranea al compromesso. La libertà ad un certo punto impone scelte radicali, non può scendere a patti. O sì o no. O un risveglio, per scuotere chi è stato assopito dalla demagogia, o è rassegnazione.  Il nome del mondo è potere oppure la ricerca dell’uomo che supera i confini del mondo, pure quello della democrazia apparente dei partiti e dei loro tirannucci.

Gli Strikers muoiono martiri, non disperati. Come gli studenti di Tien An Men. Come Jan Palach a Praga nel 1968. Come gli insorti di Budapest, contro i carri armati sovietici, nel 1956. Come il Catone di Dante Alighieri, che «libertà va cercando chè sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta». Come una lunga schiera di uomini liberi … Muoiono uccisi dal terrorismo di Stato, non suicidi. Muoiono per svegliare il loro popolo, e anche noi”, scriveva Giuseppe Reguzzoni in una eloquente analisi del fenomeno irlandese.

Ira come vizio, ma ira anche come virtù, antidoto all’indifferenza, all’accidia. Ira giusta, quella che si ribella all’ingiustizia. Un bel “temete l’ira dei mansueti”, oppure il salmo 58, “Il giusto si rallegrerà nel vedere la vendetta; si laverà i piedi nel sangue dell’empio”. Oppure secondo il pensiero di san Tommaso d’Aquino:

«Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore costituisce una lode per colui che uccide il tiranno».

Noi siamo nella fase in cui il tiranno è a portata di tiro ma il suddito dorme ancora, diseducato dalla demagogia.