Articolo 18, un’annosa questione e un sindacato paludato

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

CGIL e FIOM, arroccatesi nelle posizioni guadagnate “sul campo” all’inizio degli anni ’70, non intendono cedere sull’art. 18. Ma sappiamo cosa prevede? Prevede il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. Tuttavia, il giustificato motivo può essere soggettivo oppure oggettivo, per cui nella giurisprudenza sul licenziamento si distingue il licenziamento disciplinare (per giusta causa o giustificato motivo soggettivo) da quello non disciplinare (per giustificato motivo oggettivo) che include ad esempio la soppressione del posto di lavoro, l’introduzione di nuovi macchinari che richiedono minori interventi umani e l’affidamento di servizi a imprese esterne. Tuttavia, in questo secondo caso, nella prassi raramente il giudice avvalora queste motivazioni per cui al lavoratore è di solito concesso il diritto di reintegro. Di fatto, le esigenze delle imprese e del sistema Italia di essere competitivi e concorrenziali nei mercati internazionali non sono mai tenute in conto dal giudice del lavoro.

Tuttavia, la situazione contingente impone una diversa visione del rapporto lavoratore-datore di lavoro. Se, infatti, negli anni ’70, in una situazione economica di mercati ancora molto chiusi e limitati, poteva avere un senso vedere nell’imprenditore il padrone che si arricchiva sfruttando il lavoratore, oggi non è più così, gli avversari sono altrove e c’è bisogno di disponibilità e collaborazione del lavoratore nei confronti dell’imprenditore che non deve essere visto come uno sfruttatore, ma come chi, grazie a inventiva e capacità personali, è in grado di mantenere e creare nuovi posti di lavoro, pur essendo ovviamente motivato in un’economia liberale anche da logiche di profitto personale.

La soluzione a quest’annosa questione dell’Art. 18 è di limitare il reintegro ai soli casi di licenziamento per discriminazione, garantendo alle imprese la possibilità di licenziare per motivi economici oggettivi, legati alla gestione d’impresa, seppur concedendo al lavoratore un indennizzo ben più consistente dell’attuale. E’ chiaro che questa riforma, aprendo il mercato in uscita, va accompagnata da una profonda revisione del sistema di ammortizzatori sociali e da un cambiamento di mentalità del lavoratore italiano che deve rinunciare all’idea del posto fisso inteso come posto di lavoro garantito fino all’età di pensionamento.

E’ necessario invece che egli si renda più disponibile a una crescente mobilità, che non va intesa come precarietà ma come possibilità di cambiare più volte lavoro nel corso della sua vita lavorativa, considerando che anche in condizioni di stagnazione economica, statisticamente a ogni licenziamento corrisponde un’assunzione e che dunque sicuramente in condizioni di crescita, “chiusa una porta, se ne aprono delle altre”, ma anche in una fase di recessione economica attuare tale riforma potrebbe invertirne il trend.

Inoltre, nella mentalità degli italiani l’idea di posto fisso include anche il concetto di posto non trasferibile sul territorio, tanto che fino all’ultima manovra del governo dimissionario Berlusconi, il dipendente statale, aspirazione massima degli estimatori del posto fisso, poteva persino rifiutare un trasferimento. E’ perciò indispensabile facilitare questa mobilità accompagnandola anche con una forte apertura del mercato degli affitti immobiliari che renda disponibile ai lavoratori una vasta scelta di abitazioni a prezzi contenuti e in tutto il territorio nazionale. Questo potrebbe essere fatto agendo sull’IMU e rendendo conveniente per i possessori di seconde case affittarle comunque piuttosto che tenerle chiuse.

Bisogna considerare, infatti, che alla base del mito del posto fisso degli italiani vi è quello della casa di proprietà, il cui mutuo è concesso dalle banche solo ai lavoratori con posto fisso. La principale obiezione posta dai sostenitori del posto fisso verrebbe dunque a cadere se nel tempo risultasse più conveniente affittare una casa piuttosto che comprarsela con un mutuo. Rimane solo da chiedersi se, alla base di questo desiderio della casa propria degli italiani, ci sia solo l’intenzione d’investire nel mattone (anche per garantirsi un tesoretto nei momenti di crisi economica come ora) oppure una reale propensione al radicamento nei territori di origine, ovverosia una tendenza alla stabilità degli italiani più che alla mobilità, così tipica questa, ad esempio, negli USA, dove rasenta il nomadismo.

E’ probabile che per molti giovani, single o accompagnati senza prole, la mobilità più che un problema, costituisca una sfida avvincente, mentre per altri, meno pronti al distacco dai famigliari e dai luoghi natii, rappresenti una fonte d’incertezze e paure. Certamente per i lavoratori padri di famiglia, il dover traslocare più volte da una città all’altra con l’intera famiglia rincorrendo il posto di lavoro può rappresentare una scomodità e uno stress seppur temporanei. Le alternative per i lavoratori sono le imprese gestite collettivamente (cooperative) o diventare lavoratori autonomi o imprenditori, se si ritiene di averne le capacità. In questo caso ci si può confezionare un lavoro come un abito su misura che ci permetta un reddito stando dove si vuole, come fanno la maggior parte degli imprenditori, degli dei autonomi e professionisti.

Tutto ciò, naturalmente, a condizione che, in un’economia di libero mercato ispirata ai principi della concorrenza e della lotta ai monopoli, le liberalizzazioni di corporazioni, professioni, trasporti, energia, banche, assicurazioni e media siano sostanziali, profonde e non di pura facciata e aprano realmente delle nuove opportunità di lavoro soprattutto per i giovani. Sia per una questione di equità, perché se si chiede ai dipendenti di rinunciare alle loro tutele e garanzie è giusto chiedere gli stessi sacrifici a quelle categorie di lavoratori le cui garanzie si basano sul numero chiuso (tassisti, benzinai, farmacisti e albi professionali) sia perché l’introduzione di una maggiore concorrenza nel sistema va a tutto vantaggio del consumatore.

Non è comunque solo l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori a destare perplessità. Anche l’art. 4, dove si vieta “l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”, appare anacronistico e discutibile. Diverse sentenze dei pretori del lavoro hanno orientato la giurisprudenza a includere tra queste apparecchiature anche i navigatori satellitari (posti nelle auto aziendali o in dotazione ai cellulari di lavoratori che hanno l’obbligo della reperibilità) e l’installazione di file log nella memoria dei computer aziendali che mostrano ora e data di tutte le operazioni in visualizzazione e aggiornamento compiute da un utente. Sembra quasi che il controllo a distanza del dipendente durante l’orario di lavoro sia considerato un’intrusione nella sua vita privata e non alla stregua del controllo elettronico del cartellino in entrata e uscita dal lavoro.

Anche qui non si tiene in nessun conto la meritocrazia, ossia le esigenze aziendali di misurare la produttività e la correttezza del lavoratore e si preferisce coprire i lavativi e gli imboscati se non i disonesti, comunque immunizzati così anche dal licenziamento disciplinare. La cosa fa specie se si pensa che quando questa norma dello Statuto dei lavoratori fu imposta in Italia dalle lotte sindacali, contemporaneamente il comunismo imperante nell’URSS esercitava i suoi controlli sui lavoratori, nelle fabbriche e negli uffici, attraverso il sistema della delazione incentivata. Ma in Italia, persino il senso civico deve cedere il passo a una malintesa solidarietà proletaria e il sindacato, che difende a prescindere il lavoratore utilizzando ogni inghippo burocratico per favorirlo, non è diverso dall’imprenditore che nelle pieghe della legislazione scova i modi per eludere le tasse. Assieme costituiscono una simmetria che va sempre a discapito dell’interesse generale del paese.

Rimane poi da chiedersi se lo stimolare il paese alla mobilità abbia unicamente degli sviluppi socioeconomici o non si ottenga insieme che la mobilità territoriale, contrastando la tendenza alla stabilità nei luoghi di origine e quindi le diversità territoriali e i campanilismi, possa favorire lo sviluppo di un paese più omogeneo dal punto di vista etnico-culturale, annacquando le differenze che esistono tra un siciliano e un lombardo piuttosto che tra un ligure e un veneto.

Diciamo subito che questa sarebbe una pia speranza se non una mera illusione. E’ facilmente intuibile quali sarebbero le direzioni dei flussi migratori. Est-Ovest nei due sensi con differenze variabili lungo lo stivale, Nord-Sud con flusso prevalente verso Nord mano a mano che si scende lungo lo stivale. Questo porterà certamente a una maggiore varietà d’italiani a centro-nord, ma il centro-sud rimarrà sempre uguale a se stesso. Anche se qualche settentrionale potrà comprarsi una seconda casa a Taormina per passarci le ferie estive, è poco probabile che qualcuno di essi si trasferisca al sud, stanco delle brume e delle nebbie padane, per la semplice ragione che i posti di lavoro si trovano principalmente al nord. Gli stessi imprenditori del nord hanno poco interesse a delocalizzare le loro imprese al sud, anche se allettati da consistenti incentivi fiscali e procedure semplificate, oltre che dal clima gradevole, principalmente per mancanza di sicurezza e legalità.

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11 Comments

  1. Ultimi Veri Venexiani says:

    Il mondo del “Lavoro” (cioè Datori, Dipendenti, Autonomi), dovrebbe capire che una VERA RIVOLUZIONE e validissima soluzione, perfetta sotto il profilo socio-economico, potrebbe essere l’unificazione dei due “sistemi di lavoro”, cassare quello dipendente in tutte le sue forme prevedendo il solo lavoro autonomo o società di persone o società di persone e capitale. L’Italia diventerebbe in Europa il paese più competitivo in assoluto: equità fiscale senza pari, altissima produttività, azzeramento definitivo del licenziamento, del precariato, dell’apprendistato, della cassa integrazione, dei sindacati, della confindustria e confartigianato. Un risparmio enorme che permetterebbe una protezione per tutti in caso di disoccupazione. Finalmente sarebbe possibile ottenere, da tutti i lavoratori, nelle scelte di vita aziendale, consapevolezza e responsabilità, elevatissima competitività, giusta selezione meritocratica e infine, una concreta possibilità per tutti di maggiori compensi oltre alla partecipazione degli utili societari.

  2. max says:

    Non la voglio offendere,ma offendo e contrasto con forza il pensiero che lei dalle colonne di questo giornale continua a sviluppare senza sosta.
    Molte delle cose che lei espone sono verissime,peccato che riguardano i dipendenti pubblici,il sud e dunque parliamo e discutiamo dei soliti noti.
    Sulla triplice si possono dire le cose peggiori,ma non si possono difendere i padroni come se fossero dei santi,ci sono milioni di prove schiaccianti sulla loro incapacità,ladroneria ecc..,e non dica che in Italia non si licenzia perché dice una castroneria gigantesca,le ripeto lei non ha la più pallida idea di cosa vuol dire lavorare come dipendente e ne sono sempre più convinto.
    La mobilità è necessaria nel pubblico perché nel settore privato già esiste,sorvolo sulle telecamere,sulle pensioni.

    • giuseppe says:

      Sono assolutamente contrario agli impianti audiovisivi, anche se oggi, voglia o no, coscenti o no, per ragioni di sicurezza siamo filmati e controllati quasi dappertutto, tranne che a casa nostra, ma includere nella violazione della privacy pure i navigatori satellitare e i file log nei computers mi sembra eccessivo. Di pensioni non ho parlato perché Il governo Monti ha fatto anche più del necessario, ma sulle liberalizzazioni (inclusa quella del mercato del lavoro) la resistenza delle lobbies, da un lato, e quella della CIGL, dall’altro, hanno fatto sì che questo governo partorisse il classico topolino.

  3. Federico says:

    Uno dei motivi della rovina per la industria italiana è proprio questo…una volta assunto un lazzarone devi mantenerlo a vita.
    Teoricamente lo puoi licenziare…nella pratica è impossibile…in anni passati praticamente andava a lavorare chi voleva…specie nello stato… altrimenti un bel certificato e via.
    Vogliamo competere con queste regole sul mercato mondiale ?
    Milioni di Cinesi ed altri poveracci non aspettano altro che portarci via il nostro benessere… stiamo già pagando le conseguenze… è assurdo che una impresa sia esposta alla concorrenza, variabilità del costo delle materie prime ed altri fattori che cambiano continuamente, mentre è ingessata al suo interno per quanto riguarda il costo del personale.
    Se un imprenditore può offrire lavoro …benissimo…se non può più per qualunque motivo occorre sia libero di licenziare…altrimenti chiude-

    • luigi bandiera says:

      La societa’ umana non e’ formata da tutti bravi e buoni.

      Come nel regno animale c’e’ il buono (la pecora ma non il montone, el MOLTON) e il cattivo (il SELVATICO).

      E’ vero o no che nel mondo animale, ci sono i BRIGANTI, I RAPINATORI E I MANTENUTI… PROPRIO COME DA NOI..?

      E le pecore beeano e i canarini cantano sebbene in GABBIA, proprio come noi.

      Cosi’ i canarini sono come i cittadini… se cantano bene sono elogiati e premiati con l’osso di seppia, altrimenti fatti volare via… ad arrangiarsi. A morire insomma di fame.

      Il diciotto faceva fare, a chi voleva farlo, di tutto e di piu’. La cattiveria della fornera e dei suoi collaboratori (da posto fisso e ecc. choosa o schizzinosa per esempio nei confronti di chi la intervistava o voleva farlo) e’ un pugno nello stomaco per qualsiasi persona attenta a come gira la faccenda in questo stato di merrrddd..!

      Bastava essere opositore dei Tre Moschettieri e del D’Artagna per essere un LAZZARONE..!

      Provare per credere…

      Non era gran che sto kax di art.18, ma era il meno peggio.

      Poteva essere migliorato ma non demolito… che poi ha evidenziato che i mantenuti si preoccupano e molto dei produttivi… i loro mantenenti.

      Non siamo tutti KOMPAGNI o uguali per cui sara’ sempre INGIUSTIZIA SOCIALE e in AETERNUM.

      Parentesi veramente SCHIFOSA intellettualmente parlando, soprattutto perche’ la cattiveria veniva e viene da intellighenti, malati.

      Hasta la vista…

  4. luigi bandiera says:

    Tuttavia, i lavoratori non vanno considerati come un parco buoi.

    Le colpe… sono sempre degli altri..?

    Leggendo i fatti e non sognando, si evince che in molti casi i lavoratori dipendenti sono considerati come parco buoi se non, a volte, peggio..!

    Provare per credere…

    E’ vero una cosa: i sindacati NON HANNO FATTO IL PROPRIO LAVORO e quindi DOVERE.

    Il perche’ sta nel fatto che sono APPENDICI POLITICHE.

    Come si puo’ avere giustizia se i iudici sono di parte..?
    E gli avvocati..?

    Se siamo tutti di parte abbiamo voglia DI RISOLVERE I PROBLEMI SOCIALI.

    MI SCAPPA DI PENSARE AI VINCITORI DEL LOTTO SENZA MAI COMPRARE UN GRATTA E VINCI O UNA CARTELLA, GLI STRAPAGATI..!! E, STRAPAGATI E, DA CHI..??

    Facciamo una prova: giriamo sui posti di lavoro.

    Per un mese o un anno. Poi tiriamo le somme.

    Se NE VEDREBBERO DI BELLE..!!

    Povero homo mai stato sapiens sebbene va in te la Luna…

    Scrivevo: la ricchezza fruttyo del lavoro collettivo o della societa’ civile, e’ mal distribuito… non si avra’ MAI ma poi MAI la giustizia sociale. Proprio perche’ olrtre a non essere tutti uguali o kompagni, siamo EGOISTI, CINICI e tanto IPOCRITI..!

    Mi scappa di dire: la costituzione italiana, la piu’ bella del mondo, ripudia la guerra e ma e pero’ manda in giro aerei e soldati ad ammazzare la gente, sicuramente innocente..!

    Vuole il cittadini disarmato ma l’istituzione ha un esercito ben armato e ovviamente costoso: PAGATO DA CHI..???

    DA GLI STRAPAGATI O DA I BASSI..?

    LE KASTE… varie ed eventuali… PAGANO..?

    O PAGANO SEMPRE I FORTUNATISSIMI BUOI DETTI ANCHE PEONES..?

    STA SCRITTO: DAI FATTI LI ICONOSCERETE..!

    AMEN

  5. Franco says:

    Questi sindacati cialtroni hanno demandato ai giudici il compito di intermediazione che il sindacato dovrebbe avere e quindi si può capire come è sempre andata a finire. L’attuale situazione economica è figlia della “posizione di rendita”, come si dice nell’articolo, ovvero dell’economia non globalizzata e del mostruoso debito alimentato dal “non lavoro” e dalla burocrazia parassitaria della funzione pubblica e del sindacato. Quando per attivare un’impresa artigiana, ad esempio, si devono rispettare 120 adempimenti fiscali, si devono dedicare 80 giorni lavorativi l’anno per la burocrazia e 285 ore per adempimenti burocratici e vi sono da tenere a bada 29 enti che controllano gli artigiani, mi sembra che si possa capire perché le imprese spariscono o delocalizzano. Poi i coautori di questo sfacelo (politici e sindacalisti) si stracciano le vesti quando imprese, anche di grosse dimensioni, chiudono e vanno via. Non ci pensano nemmeno a fare riforme strutturali. Non si possono gestire le le realtè produttive moderne con regole ottocentesche, sia nelle istituzioni e,soprattutto nel mondo del lavoroche la base di ogni progresso economico-sociale. L’esempio che il lettore “Loris” adduce è confutabile in quanto il compito dell’avvocato è di difendere l’imputato e non di farlo condannare!Questi e sottolineo questi, sindacati non svolgono il compito di difesa ma di estensione della disoccupazione e quindi dei lavoratori. Difendendo solo il loro potere e i loro privilegi. Senza responsabilità giuridica! .Sono la metastasi del sistema.

  6. max says:

    Questo signore palesa dei gravissimi problemi neurologici.

  7. Alessandro De Martino says:

    Ottimo articolo, dice veramente come stanno le cose e come dovrebbero essere; nessun politico dice queste cose siamo rovinati (già da tempo).

  8. lloris says:

    Condivido. Tuttavia fare il sindacalista è un “mestiere” devi tenere sempre x il lavoratore anche se sbaglia. Come l’avvocato difende lo stupratore , anche se sa che l’assistito è un farabutto, non è il suo compito farlo condannare.Un discorso non semplice di sicuro…

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