ARRIVA L’ELEMOSINA PER I COMUNI ALPINI DI CONFINE

di REDAZIONE

Sta per arrivare l’elemosina del fondo di “perequazione” dei comuni della montagna alpina che hanno la sfortuna di appartenere a regioni di serie B che confinano con le privilegiate provincie autonome di Trento e Bolzano

Molti comuni lombardoveneti della montagna alpina sono giornalmente umiliati da circostanze che ricordano anche agli amministratori più distratti l’abisso tra la loro disponibilità finanziaria e quella delle amministrazioni al di la del confine. Lo sono anche gli amministrati, i cittadini, le imprese concretamente danneggiate nei rapporti economici per via della maggiore competitività degli operatori trentini e bolzanini sostenuta da un quadro normativo e di supporti pubblici estremamente più favorevole. In questo contesto ci sono cittadini e aziende che fanno trasloco verso l’Eldorado dell’automomia discriminatoria impoverendo ancora di più i comuni d’origine. L’aspetto surreale di tutto ciò consiste nel fatto che gli “autonomi” ricavano la loro dotazione dal trasferimento di risorse originate dal prelivo fiscale in Lombardia e nel Veneto; risorse succhiate da Roma e da quest’ultima graziosamente trasferite a Trento e Bolzano.

Voglia di secessione (o “autoannessione”)

In questa situazione sono andate facendosi sempre più numerose le velleità secessionistiche dei comuni della Lombardia e del Veneto confinanti con le provincie autonome super privilegiate di Trento e Bolzano. Un fatto imbarazzante per Milano e Venezia. Si è arrivati ai referendum consultivi a favore del “trasloco” verso le provincie autonome. Un trasloco non già di singoli e di ditte a questo punto ma di intere comunità che però vogliono rimanere dove e chiedono di spostare il confine per essere inclusi nell’area del privilegio. Le tensioni secessionistiche più forti interessano la Comunità dei 7 comuni (altipiano di Asiago), l’alto Garda bresciano (che vogliono passare in provincia di Trento) e Cortina d’Ampezzo (in quella di Bolzano). In alcuni casi sono rivendicati legami storici indiscutibili: Cortina è sempre stata legata al Tirolo, l’alto Garda bresciano è entrato in Lombardia sono nel 1918. In generale, però, il movimento secessionistico dalla Lombardia e dal Veneto (che inizia a serpeggiare anche in Valcamonica) rappresenta una forma di protesta politica che non esclude altre soluzioni.

C’è anche la strada del “sindacalismo” confinario

Nella sua forma matura e “strategica” la protesta dei “secessionisti del privilegio” può rappresentare una componente del movimento per l’autogoverno delle Terre alte e per il riconoscimento di forme di autonomia a tutta la montagna alpina. Vi è però anche chi, comprensibilmente, ha cavalcato ua forma di rivendicazionismo spicciolo.Comprensibilmente perché la discussione (e gli atti) sul federalismo in Italia si sono persi in una coltre di nebbia e con il neocentralismo del “governo tecnico” appaiono allontanarsi verso un orizzonte escatologico.

Già nel 2005, però, Marco Scalvini, allora sindaco di Bagolino in alta val Caffaro (Bs) (comune particolarmente interessato al problema dello scomodo confine con la provincia di Trento), invece che spingere sulla secessione (che anche qui avrebbe pezze d’appoggio storico-giuridiche) si inventò un “sindacato” dei comuni confinanti sfigati. Lo scopo dichiarato era quello di ottenere risorse perequative per risolvere l’emorragia di abitanti e di imprese che dal centro valsabbino sceglievano di trasferirsi nel vicino Trentino. Nacque l’AssComiConf che iniziò una forte azione di lobby.

Arriva la “micro cassa del mezzogiorno” per il Nord sfigato

La pressione dell’AssComiConf e la consapevolezza a Milano, Venezia, Brescia, belluno, Verona, Vicenza e Sondrio che la questione dei comuni di confine rischiava di divenire incandescete e politicamente imbarazzante (specie per la Lega Nord) ha finito per partorire solo un’operazione di basso profilo, una specie di “Cassa del Mezzogiorno” in sedicesimo. Alle Provincie autonoma di Bolzano e di Trento, in cambio della sordina su iniziative tese a mettere in discussione i loro smaccati privilegi, si è chiesto un obolo di 40 milioni ciascuna da ridistribuire ai comuni al di là dei loro confini.

Così con la legge finanziaria per il 2010 del 23 dicembre 2009 n. 191 è stato istituito l’ODI che gestisce un fondo di 80 milioni annui per il finanziamento di progetti “per lo sviluppo economico e sociale dei territori confinanti con le province autonome di Trento e Bolzano”. Dopo l’erogazione di una prima tranche, però, tutto si è fermato e ora i comuni attendono gli arretrati di tre anni. In questo periodo le polemiche sulle modalità di erogazione sono state furiose e hanno scatenato deprimenti guerre tra poveri. Un effetto collaterale non secondario che accentua i fenomeni di scollamento territoriale invece di cerare coesione. Ora in Lombardia sono 11 comuni bresciani e 2 valtellinesei ad attendere i fondi. Fondi da 300 a 800 mila euro per comune: una vera elemosina.

Una “cassa” che crea divisioni e monetizza un disagio legato ad un trattamento discriminatorio anticostituzionale

Il blocco dei fondi è stato dovuto al fatto il vertice dell’Odi (presieduto da Aldo Brancher, il famoso ministro per un giorno, reo confesso di mazzette) voleva adottare criteri di spesa dirigistici mentre i comuni chiedevano di spendere i soldi a loro discrezione secondo una distribuzione a pioggia (in questo caso forse meno dannosa di altri criteri a rischio clientelismo). L’ODI in ogni caso non rappresenta un capitolo molto dignitoso della politica per la montagna e per l’autonomia. In primo luogo risorse che provengono dalle tasche dei lombardi e dei veneti vanno a Roma, di qui a Trento e Bolzano e di qui ancora rientrano in Lombardie e Veneto. Un giro surreale.

Nata per “tenere buoni” i comuni di confine la mini cassa per il mezzogiorno voluta dalla Lega comprende comuni fortemente svantaggiati e comuni ricchi come Cortina d’Ampezzo e Bormio. Una situazione parzialmente mitigata dai criteri di distribuzione delle risorse che tengono conto di parametri che premiano, ma solo un po’, i comuni piccoli e realmente svantaggiati. L’ultima beffa è che, specie con il nuovo governo, la gestione è accentrata a livello ministeriale (la sede è presso la tesoreria dello stato di Verona) e il tutto appare come un tampone centralistico per frenare, monetizzandole, le spinte autonomistiche di quella che reata la “montagna alpina di serie B”.

 

di Michele Corti

FONTE ORIGINALE: http://www.ruralpini.it/Commenti08.02.12-Elemosina-alla-montagna.htm

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