GESU’ NON HA MAI IMPOSTO IL PAGAMENTO DELLE TASSE

di MATTEO CORSINI

“Sono tre i principi cui vorrei accennare: il dovere morale di pagare le tasse; l’esigenza etico-sociale che esse siano eque; l’affidabilità delle garanzie offerte da chi governa e dal quadro economico-politico generale circa il buon uso del denaro pubblico. Che pagare le tasse sia un preciso dovere morale dovrebbe essere un’evidenza: come tutti hanno il diritto di beneficiare dei servizi offerti dallo Stato, per quanto più o meno efficienti essi possano essere, così ciascuno in rapporto alle proprie possibilità deve contribuire ai costi che tutto questo comporta, dall’istruzione alla tutela e cura della salute, dalle reti di comunicazione all’assistenza ai più deboli e alle garanzie dovute all’anzianità. Dove l’equilibrio fra servizi e risorse fosse minato da una parte o dall’altra, ci troveremmo di fronte rispettivamente all’assistenzialismo o all’enfatizzazione anarchica dei diritti di alcuni.

Il “bene comune” si realizza precisamente nell’offerta adeguata e il più possibile alta dei servizi, supportata da una partecipazione alla spesa che sia responsabile e commisurata alle possibilità di ciascuno. In questo senso, l’evasione fiscale è una forma di furto al bene di tutti, una colpa morale frutto di egoismo e di avidità, una negazione di quell’esigenza di solidarietà verso gli altri, specie i più deboli, che deve regolare la società e l’impegno dei singoli. In riferimento al Decalogo – grande codice della coscienza morale universale – chi evade le tasse trasgredisce il settimo comandamento, “Non rubare!”, con l’aggravante di farlo a discapito soprattutto dei più deboli e bisognosi. Affermato il dovere morale di pagare le tasse, occorre richiamare un secondo principio non meno importante: che le tasse siano eque! L’equità è misurata da parametri oggettivi e soggettivi: ai primi appartengono le urgenze congiunturali.

Dove il bene comune è minato da una crisi socio-economica generale – come sta avvenendo ora nel “villaggio globale” e nel nostro Paese in particolare – è giusto che sacrifici siano fatti da tutti. Sul piano soggettivo, tuttavia, essi vanno commisurati alle effettive risorse e possibilità di ciascuno: chiedere a tutti lo stesso prezzo secondo un apparente criterio di giusta ripartizione, è in realtà somma ingiustizia (è quello che avviene di fatto col rialzo dell’Iva, che finisce col colpire diffusamente tutti e specialmente chi meno ha e può dare!). Chiedere di più a chi ha di più è invece la misura equa che è necessario mettere in atto: e l’accortezza sta qui nel domandare di più specialmente a chi dispone di grandi risorse e gode di un’ampia gamma di beni superflui o non strettamente necessari…. C’è infine un terzo orizzonte etico da tenere presente nel ricorso alla pressione fiscale: l’affidabilità delle garanzie offerte da chi governa riguardo al buon uso del denaro pubblico. Ciò che proviene dalla contribuzione dei cittadini va speso al servizio del bene comune: sprechi, leggerezza ed errori nella spesa pubblica, corruzione e indebite appropriazioni, vanno combattuti con tutti i mezzi legittimi… Occorrono dunque un’azione di governo e una volontà politica dichiarata e trasparente che diano ai cittadini il senso dell’affidabilità di chi gestirà di fatto le risorse provenienti dal contributo di ciascuno.” (B. Forte)

Ho riportato ampi stralci di un articolo di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, perché contiene un compendio dei più diffusi luoghi comuni riguardanti la tassazione. Si tratta di argomentazioni che ho già commentato in altre occasioni, ma sulle quali ritengo utile tornare, anche a costo di ripetermi.

Partiamo dal “dovere morale” di pagare le tasse. Monsignor Forte ritiene che sia evidente il dovere morale di pagare le tasse, dato che tutti hanno il diritto di beneficiare dei servizi offerti dallo Stato. Aggiunge, poi, il monsignore, che “dove l’equilibrio fra servizi e risorse fosse minato da una parte o dall’altra, ci troveremmo di fronte rispettivamente all’assistenzialismo o all’enfatizzazione anarchica dei diritti di alcuni”. Da qui si giunge a un altro classico: chi evade le tasse ruba, quindi viola il settimo comandamento.

Le argomentazioni di Forte sono le stesse che utilizza abitualmente ogni fautore del dovere di pagare le tasse. A mio parere si tratta di argomenti basati implicitamente su una definizione di tassazione la cui correttezza è tutt’altro che scontata. Le tasse non sarebbero altro che quanto ognuno (meglio se in base alle proprie capacità) è chiamato a pagare per i servizi che lo Stato offre alla collettività. In altre parole, le tasse sarebbero necessarie per il bene comune e chi fosse contrario alla tassazione sarebbe contrario al bene comune e, per di più, ladro. Se si abbandona per un attimo la retorica del bene comune e si sottopone a scrutinio critico questa idea della comunità volontaria nella quale tutti devono dare il loro contributo, ci si può rendere conto che la rappresentazione offerta (imposta?) dai fautori della tassazione non è molto verosimile.

Lo Stato non offre servizi: li impone e sovente non consente, a chi lo volesse, di ottenere gli stessi servizi rivolgendosi ad altri fornitori, stabilendo per se stesso (o per soggetti specifici) il monopolio per l’offerta di quei servizi. In sostanza, lo Stato non consente ai cosiddetti contribuenti di scegliere tra due opzioni: tassazione e fruizione dei servizi, oppure esenzione dalla tassazione a fronte della non fruizione dei servizi. Peraltro, non potrebbe essere altrimenti, data la funzione essenzialmente redistributiva dello Stato. Dalla funzione redistributiva deriva anche la non corrispondenza tra i servizi di cui il singolo fruisce e il carico fiscale a cui è sottoposto.

Ciò comporta la formazione di due categorie di soggetti con riferimento all’azione statale e alla tassazione: coloro che sono beneficiari netti e coloro che sono pagatori netti. In sostanza, lo Stato redistributore rende coercitiva la solidarietà tra individui. Una solidarietà che, sia detto per inciso agli esponenti del clero, Gesù non ha mai imposto con la forza a nessuno. Alla luce delle considerazioni fin qui espresse, credo non sia un’eresia affermare che lo Stato viola inevitabilmente la proprietà di ogni contribuente, imponendogli il pagamento di somme di denaro non necessariamente a fronte della fruizione di servizi i quali, tra l’altro, potrebbero anche essere non richiesti da chi è costretto a pagare per essi.

Tutta la retorica del bene comune credo non cambi la sostanza del rapporto tra lo Stato e l’individuo; né mi pare sia molto nobile l’idea di imporre con la forza la solidarietà. A questo punto anche l’evasione fiscale non penso meriti di essere vista come una piaga, ma può, al contrario, essere in taluni casi una forma di autodifesa. Sarebbe bene che chi evade non usufruisse di nessun servizio pubblico, anche se nella pratica è sostanzialmente impossibile. Peraltro, è altrettanto impossibile l’esistenza dei cosiddetti evasori totali, ancorché spesso se ne senta parlare. Nessuno, anche volendo, riuscirebbe a evadere completamente, per fare solo un paio di esempi, Iva e accise. In definitiva, ammesso che la solidarietà sia un dovere morale, imporla con la tassazione non mi sembra affatto morale. E se di furto si vuole parlare, si consideri l’essenza di un rapporto, quello tra Stato e cosiddetto contribuente, nel quale il primo impone al secondo di pagare una somma di denaro nell’ambito di una transazione non volontaria e, magari, a fronte di nessun servizio da costui realmente fruito.

Anche con riferimento all’equità della tassazione, le argomentazioni di Forte mi sembrano discutibili. Ovviamente è una conseguenza delle considerazioni già espresse in merito al fenomeno stesso della tassazione. Il principio della progressività dell’imposizione fiscale è implicitamente considerato equo da monsignor Forte, ma non penso sia necessariamente così. Se l’imposta è proporzionale, a maggior reddito o patrimonio (a seconda della base imponibile) corrisponde in ogni caso maggior onere fiscale, a parità di aliquota. Quanto alle imposte indirette (come l’Iva), a maggior consumo corrisponde maggiore onere fiscale. Chi ritiene equo il principio della progressività dell’imposta sostiene esplicitamente o implicitamente che un reddito o un patrimonio elevato siano colpe. Ma se il reddito e il patrimonio non sono frutto di violazione della proprietà altrui, non mi pare vi sia alcun motivo, se non l’istituzionalizzazione dell’invidia, per appoggiare l’idea che essi debbano essere colpiti dal fisco più pesantemente.

Infine, il punto realmente più utopistico, alla luce dei dati empirici che la storia di millenni di umanità offre: “l’affidabilità delle garanzie offerte da chi governa riguardo al buon uso del denaro pubblico”. Qui preferisco davvero non dire nulla. I fatti sono sotto gli occhi di tutti e ritengo siano più che sufficienti.

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18 Comments

  1. jimmie says:

    Letto l’articolo, ho riletto le dichiarazioni del Vescovo e, – spero non si offenda nessuno, – sono osservazioni lapalissiane e di una banalita’ sconcertante. E mi scuso per aver scoperto l’acqua calda. La dichiarazione e’ una sfilza di generalizzazioni (altra acqua calda) che vanno bene per tutti e per nessuno a seconda di come si interpretano.
    L’unica osservazione da aggiungere (ahime’ ancora acqua calda) e’ che il Vaticano da sempre ha due “reggimenti” come diceva Dante, civile e religioso. Il potere civile richiede patti di assistenza simbiotica con qualunque governo che si presti a collaborare con la chiesa e a sostenerne il potere (fascismo docet).
    Del resto gia’ Dante (appunto), fa dire a Marco Lombardo,
    … la Chiesa di Roma,
    per confondere in sé due reggimenti,
    cade nel fango e sé brutta e la soma
    Traduzione: la Chiesa di Roma, confondendo in sé i due poteri (reggimenti), cade nel fango e insozza sé e il potere civile (soma) che ha assunto.
    Magari qualcuno ancora non vorra’ crederci ma purtroppo cosi e’ se vi pare.
    Jimmie
    http://www.yourdailyshakespeare.com

  2. Cristian Merlo says:

    Un plauso a Matteo Corsini, grande articolo.

  3. Castagno12 says:

    Senti chi parla !
    E no, caro Monsignor Bruno Forte, non ci siamo proprio.
    “La crisi socio-economica-generale, presente nel Villaggio Globale”, quindi anche in bell’italia (“agli ordini”) è stata volutamente provocata da Lorsignori.
    Inoltre molte Banche hanno fatto aperture di credito a soggetti registrati come non solventi.
    Quindi la sua considerazione “è giusto che i sacrifici siano fatti da tutti” è inaccettabile, è una tesi ingannevole.
    La crisi dovrebbe essere tutta a carico dei responsabili.
    Non è capitata per caso.
    Questa crisi economico-finanziaria è stata spesso descritta – anche da Tremonti – come imprevista e imprevedibile. Infatti ! Già da anni, si vendevano libri che l’annunciavano con descrizioni dettagliate.

    Lei sostiene che l’evasione è un furto. Ma nella stragrande maggioranza dei casi viene utilizzata per problemi di sopravvivenza e non sarebbe così diffusa se la tassazione fosse equa.
    Invece l’entità di questa è sempre in aumento perchè, oltre ai furti presenti nella gestione pubblica, agli sperperi, all’assistenzialismo che garantisce voti, al lusso e ai privilegi di chi ci governa, ai costi enormi per l’invasione programmata, ecc.,c’è la voragine provocata dal Signoraggio a gestione PRIVATA.
    Il Signoraggio è alimentato dalle tasse dei contribuenti e i relativi “utili” che sono ESENTASSE (si documenti al riguardo) vanno agli azionisti di Bankitalia che è privata al 94,75%.
    Fra questi, cè pure il Vaticano (azionista di Carigenova).
    Magnifico per Voi, no ?
    Spesso politici, giornalisti, sacerdoti (filo Vaticano), opinionisti – tutti inseriti nel Sistema che ci devasta – affermano che l’evasione provoca l’aumento delle tasse.
    E’ FALSO !
    La tassazione è sempre crescente perchè aumentano le esigenze dei gestori del potere e per tutte le cause suddette.
    A pag.100 del libro di Stefano Livadiotti “I senza Dio”, leggo che il Vaticano smaltisce le acque di scarico attraverso la rete dell’Acea, ignorando gli avvisi di pagamento. Così nel 1999 è intervenuto lo Stato italiano (cioè noi) ripianando UN DEBITO VATICANO di 44 miliardi (di lire) e nel 2005 uno di 25 miliardi di euro.
    ” … I papaveri in sottana si ostinano, infatti, a non considerare la bolletta dell’Acea. Per loro è semplcemente straniera.
    Così, alla fine, pagano gl’italiani … “.

    Monsignore, le affermazioni e i rimproveri che ha fatto sono suggeriti dalla carità cristiana ?

  4. angelo says:

    le tasse non servono (come si crede erroneamente) solo ed esclusivamente per far “andare” la macchina dello stato….ospedali, scuole, ricerca,stato sociale ecc…….

    Hanno anche altri scopi

    alcuni dei quali

    – tenere a freno il potere economico dei ricchi ( che poi da noi e in altri paesi sia troppo poco sono scelte politiche)

    -limitare una eventuale inflazione (troppi soldi in giro?)

    -imporre ad ogni cittadino l’uso della sua moneta sovrana ( ecco perché il concetto riportato nell’ articolo……. “lo Stato non consente ai cosiddetti contribuenti di scegliere tra due opzioni: tassazione e fruizione dei servizi, oppure esenzione dalla tassazione a fronte della non fruizione dei servizi”…. …..sia giusto). Lo stato non può fare diversamente perché andrebbe, secondo me, contro la costituzione in quanto essa difende l’unità dello stato e se uno stato non impone una moneta che vada dalle alpi a Lampedusa ci sarebbe il rischio di trovarsi tanti piccoli staterelli con una loro moneta)

    -le tasse hanno anche degli scopi sociali oltre che a imporre e controllare….
    ad esempio con le tasse uno stato può incoraggiare o scoraggiare alcuni comportamenti, esempio tassare tabacco, alcolici, inquinamento in modo da scoraggiare i cittadini al consumo di tabacco,alcolici ed inquinare ecc…..
    detassare/zero tasse ad esempio sulla donazione ad associazioni come Emergency oppure al proprietario di un immobile che decide di ristrutturarselo per diminuire gli sprechi ecc…….

    ecco perchè uno stato deve imporre le tasse

    • Albert1 says:

      Il tuo è il legittimo punto di vista di uno statalista. L’altrettanto legittimo punto di vista di un liberale, come il sottoscritto, non contempla alcuno dei punti da te elencati.

      • angelo says:

        il mio commento non era per criticare questo o quel pensiero lo so anche io che il liberale non contempla niente dei punti elencati, o fatto un commento esclusivamente tecnico,visto che vanno di moda 🙂

        volevo sottolineare che sia l’articolo che le parole del cardinale riportare all’inizio riconducono il pagamento delle tasse solo per usufruire dei servizi…… ma le tasse non sono nate solo ed esclusivamente per questo anzi……

        poi uno può essere liberale, statalista o quello che gli pare

  5. Antonino Trunfio says:

    PLAUSO, A MATTEO CORSINI.
    Almeno si apre un varco nella corrente del main stream mediatico – liturgico – esegetico – dottrinale
    Grazie.

  6. breant says:

    mah! A me questo articolo sembra di una banalità disarmante. Ammesso che un soggetto possa non pagare le tasse a fronte di non ricevere nessun servizio, questa persona si autoescluderebbe dalla società non solo per via fiscale ma anche per via materiale e cioè, l’uso di una qualsiasi infrastruttura, ospedali , autostrade, scuole pubbliche ecc, ecc.
    A meno che non si desideri costruire una società ex-novo tutta a carattere privato. e queste sono solo utopie, perchè anche a voler tutto privato senza “la solidarietà forzata” si creano comunque meccanismi di “contribuzione” per far funzionare il sistema. non si scappa da li.
    e poi, non c’è bisogno di ricorrere ad una morale basata su precetti religiosi , fondati o non, basta solo un po’ di buon senso, che di questi tempi e leggendo questi articoli, veramente ci sarebbe parecchio bisogno

    • bruno says:

      Se un’infrastruttura NON e’ statale per usarla (vedi le Autostrade) basta pagare il pedaggio; il SSN cura tutti (anche gli irregolari) per legge e le scuole private NON costano tantissimo in piu’ di quelle pubbliche (quelle private le finanzia lo stato), di cosa sta’ parlando??

  7. JP says:

    Questo eccellente articolo fa emerge un argomento importantissimo ma tragicamente trascurato perché considerato irrilevante: le implicazioni della teologia nell’economia e nella politica.
    I libertari italiani storceranno pure il naso, ma magari leggessero (e pubblicassero!) qualcosa dei “christian libertarians” americani. Lo stesso tanto acclamato Ron Paul attinge a questa fonte: uno dei suoi primi collaboratori, quel Gary North fatto conoscere in Italia da Francesco Carbone con la traduzione di “Cos’è il Denaro”, ne è uno dei massimi esponenti contemporanei.
    Vale la pena ricordare che Ron Paul ha detto che il suo modello di governo (che poi era quello dei padri fondatori americani) si rifà alla Repubblica Ebraica esistita tre millenni fa e descritta in un libro la cui ignoranza è una delle principali cause dei mali di questo paese: la Bibbia.

    • Sebastiano says:

      Se non fosse per le non poche contraddizioni all’interno della Bibbia che suscitano quanto meno un po’ di “disagio intellettuale”, si potrebbe discutere costruttivamente sulla tua ultima affermazione.

      • JP says:

        Proprio viene risposto al ricco epulone all’inferno, “se non credono a Mosè e ai profeti non crederebbero neppure se un morto risuscitasse dai morti”, allo stesso anche se la Bibbia non contenesse le cosiddette “non poche contraddizioni” che gli attribuisci, tu non la crederesti lo stesso perché la respingi a priori, contraddizioni o non contraddizioni.

  8. Fabio says:

    Sull’affidabilità dello Stato è meglio lasciar perdere, però sarebbe anche ora di sfatare un altro mito, ovvero il fatto che la ricchezza derivi sempre da azioni legali, quando in realtà (ed esempi ce ne sono tantissimi) non è così.

    • Drago78 says:

      Beh hai detto un’ovvietà, il problema però è che di recente la ricchezza (qualunque essa sia e di qualunque provenienza essa sia senza distinzione alcuna…), viene continuamente demonizzata da tutti, perchè ovviamente fa comodo farlo, non sapendo che così fancendo si fanno autogol. Eh così scatta l’operazione “di tutta l’erba un fascio” (ed anche di ciò di esempi ce ne sarebbero tantissimi), di cui i nostri politicanti da strapazzo ne sono abili maestri XD. E siccome già gli italioti sono di per sè un popolo di capre ignoranti, che non studia, poveracci ed invidiosi (e questo i politicanti l’hanno capito mica scemi sono oh XD), alimentano ulteriormente il cosiddetto odio sociale immotivato. Saluti.

    • Federico Lanzalotta says:

      Di sicuro la ricchezza della maggioranza dei politici che non hanno mai lavorato un giorno nella propria vita è quantomeno sospetta.

  9. michela verdi says:

    Analisi davvero chiara e molto fondata! Magari la stampa ospitasse ogni tanto voci come queste, di grande coraggio e profondita’! Naturalmente e’ immaginare l’impossible.
    Congratulazioni all’autore! Grazie per il suo aiuto a comprendere l’amara realta’, nascosta da troppi figuri interessati a fare confusione sul problema…

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