Lingua e toponomastica da salvaguardare: appello ai sindaci brianzoli

di RENATO ORNAGHI

Gentilissimi Sindaci*, approfitto del più tranquillo periodo agostano per inoltrarVi questa lettera-appello, che ha lo scopo di sensibilizzarVi alla tutela attiva dell’idioma peculiare del territorio brianzolo: l’insubre (tutela della quale – come argomenterò tra breve  – la presenza sul territorio di cartelli toponomastici bilingue è parte non secondaria). Mi rendo ben conto che attualmente problemi più seri agitano le riunioni delle Vostre Giunte: farò proprio per questo uno sforzo di chiarezza proponendoVi almeno tre chiari motivi per non togliere i cartelli in “lengua” (laddove esistano), per auspicarne la re-installazione (laddove rimossi) ovvero per considerare la loro introduzione, laddove ancora assenti. Ciò ovviamente, in parallelo auspicando da parte Vostra ancor più incisive azioni di sostegno e difesa della nostra madrelingua..

E’ però prima necessaria un’argomentazione: che cioè l’insubre (la lingua alternativa all’italiano-toscano parlata nei secoli nella cosiddetta Regio Insubrica, territorio del quale la Brianza è parte) non è un dialetto, e men che meno una sottospecie volgarizzata dell’italiano (il quale, ricordo, prima dell’unità d’Italia non era altro che l'”insubre” della regione Toscana). L’insubre è lingua originale e autonoma, a tutti gli effetti.

Esso è lingua originale e autonoma per ragioni sintattico-morfologiche (ad es., nella frase insubre la negazione segue il predicato e non lo precede), per ragioni strutturali (ad es., i verbi in insubre hanno quattro coniugazioni, contro le tre dell’italiano), per ragioni idiomatiche (ad. es., medesimi oggetti sono connotati con parole differenti: sedia / cadrega) e per ragioni fonetiche (l’insubre contempla sonorità vocaliche non presenti nell’italiano, ad es. la “u” francese).

La denominazione di “lingua a pieno titolo” per l’insubre è peraltro corroborata dalla presenza di un amplissimo corpo scritto di grande valenza e qualità letteraria, realizzato nei secoli da scrittori del calibro del Porta, Parini, Maggi, Tessa, Cherubini, Balestrieri, Loi, solo per citarne alcuni.

Last but not least, lo status di lingua a pieno titolo è certificato dall’istituzione statunitense no-profit SIL International (Summer Institute of Linguistics), la quale censisce stabilmente da 80 anni oltre 2550 idiomi sulla terra e colloca (come potrete consultare qui) l’insubre lombardo all‘82° posto al mondo (al 18° in Europa) per la numerosità di coloro che lo intendono (oltre 9,1 milioni di individui).

Che significato pratico ha questo “status di lingua a pieno titolo” che l’insubre possiede? Di fatto, esso implica che tutti i brianzoli che lo parlano o almeno lo intendono sono – anche se inconsapevolmente – bilingui, nel senso più pieno del termine. Il bilinguismo in Brianza è nato in quanto nell’ultimo secolo sin dalla più tenera età i brianzoli sono stati esposti all’idioma ufficiale italiano, sovrapposto all’insubre parlato nel microcosmo della comunità locale. Ciò in analogia a quanto accade ad esempio al figlio di una madre inglese residente in Italia, il quale assimila sin dall’inizio della vita non una ma due lingue (la materna e l’italiano), arricchendo – come si può ben intuire – in modo straordinario le proprie possibilità comunicative ed espressive.

Premesso doverosamente ciò, ecco finalmente i tre buoni motivi per consentirVi di valutare in modo oggettivo (alieno da qualsiasi coloritura politica) la scelta di mantenere o meno il bilinguismo sulla toponomastica ufficiale, e magari associando a questa prima cruciale forma promozionale della “lingua madre” una serie di opportune azioni ulteriori di sostegno (ad esempio promuovendo iniziative specifiche in “lengua” nella biblioteca comunale, mettendo nel giornale informatore comunale almeno un articolo in insubre, ecc.).

1. La prima motivazione è di natura culturale. Il fatto che un individuo brianzolo sia bilingue rappresenta per lui, dal punto di vista intellettuale e dei suo universo di valori, un supplemento potentissimo di orizzonti razionali e creativi sconosciuto ad altri che siano – purtroppo per loro – monolingue. Per dirla tutta, tanto della creatività e flessibilità italica viene proprio dal fatto che gli italiani (lombardi, veneti, napoletani, ecc.) sono tutti bilingui, nelle loro rispettive regioni.

Il fatto che – come ho sopra già segnalato – oltre 9 milioni di lombardi intendano l’insubre non è però per nulla garanzia che, in un mondo globalizzato come l’attuale, tra due generazioni l’insubre diventi di fatto lingua morta. Ci affanniamo giustamente nel difendere le specificità botaniche in via di estinzione e paradossalmente non facciamo nulla per tutelare quello che è il patrimonio culturale più vivo di una comunità: la sua lingua.

E credo che a nulla valgano i benaltrismi di chi afferma che la lingua si difende in altri modi e non con inutili cartelli bilingue: quando in realtà quei cartelli sono il primo fondamentale elemento di chiarezza espresso da una comunità, nel suo affermarsi inequivocabilmente bilingue e intenzionata a continuare ad esserlo in futuro.

2. La seconda motivazione è di competitività economica. Come hanno recentemente dimostrato innumerevoli studi neuro-linguistici su popolazioni bilingue e monolingue, realizzati da Università europee e americane, il primissimo fattore in assoluto che di gran lunga rende un essere umano abile ad apprendere una nuova lingua è quello di essere bilingue nativo (come di fatto siamo noi brianzoli, in base a quanto si è visto sopra).

Il fatto cioè di aver stimolato ed esercitato già nei primi cinque anni di vita il proprio cervello all’informazione che un medesimo oggetto/concetto possa avere denominazioni diverse, potenzia in maniera davvero eccezionale le funzionalità sinaptiche di quella porzione cerebrale connessa all’apprendimento delle parole di una lingua e della relativa sintassi.

All’atto pratico, il fatto di essere “bilingui nativi” offre ai brianzoli la massima capacità nell’apprendere lingue nuove; ciò com’è ben intuibile è di fondamentale valore pratico, è oggi anzi decisivo per la “competitività economica” di tali persone, una volta adulte. Esistono etnie al mondo che tanto si rammaricano di non essere bilingue, proprio per questo motivo; noi brianzoli invece fortunatamente lo siamo  e a maggior ragione siamo tenuti a tutelare questo patrimonio, a mantenere cioè vivo e persistente questo cruciale elemento di competitività, davvero strategico per le nostre più giovani generazioni.

3. La terza motivazione è di natura estetica. In una situazione economica precaria come l’attuale e in un mondo ormai votato alla praticità funzionale, si ha quasi vergogna ad affermare che è importante parlare una lingua solo perchè è bella, perché essa rappresenta con le sue tipiche sonorità il carattere più intimo e altrimenti inesprimibile delle persone che la parlano. Io mi permetto tuttavia di affermarlo: la nostra madrelingua insubre – sia parlata che scritta – è un gioiello linguistico raro, sia dal punto di vista della bellezza della sua produzione letteraria che della sua armoniosità.

Anche le parole insubri più neutre, come ad esempio i toponimi dei nostri paesi, non rifuggono da questa melodiosità implicita. E per dimostrarvelo, mi sono preso la briga di realizzarvi tre sonetti (uno per ogni Provincia brianzola) composti esclusivamente coi toponimi di Comuni della Brianza, sonetti che con piacere vi allego in formato pdf. Mi chiedo davvero come si possa a non cogliere il tanto di noi brianzoli indigeni così profondo che emerge dal semplice pronunciare in insubre i nomi dei nostri toponimi. Se vi farà piacere, provvederò senz’altro a farvi pervenire quei medesimi tre sonetti di toponimi in cartaceo, stampati in plaquette a tiratura limitata. Auspicando che tale libretti siano sempre presenti sulla vostra scrivania e – soprattutto – nella vostra azione amministrativa di Sindaci.

RingraziandoVi per l’attenzione a questo mio appello Vi saluto cordialmente, augurando a Voi e ai Vostri collaboratori il più proficuo lavoro.

*Lettera inviata alla c.a. Dei Sindaci di Missaglia e Arcore  e p.c. ai Sindaci brianzoli delle Province di Como, Lecco e Monza-Brianza

 

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4 Comments

  1. Dan says:

    Arcur…. Ar culo !!! Ecco perchè il nano s’è fatto la villa da quelle parti !

    • Marco says:

      Ah, abbiamo anche un romanazzo che ci segue.

      Per noi padano-alpini la tua battutaccia, che stona e non di poco con il valore dell’articolo, non ha significato ma se riapre il bagaglino un posto là lo trovi senz’altro.

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