Ancora soldi per l’Irpinia. Dateli al Nord, sappiamo cosa farne

di GIULIO ARRIGHINIterremoto irpinia

Che cosa vuoi dire davanti a notizie così, e cioè che ci sono ancora da spendere 219 milioni di euro per la ricostruzione post terremoto 1980 in Irpinia?  E che i fondi   sono stati assegnati a 631 enti locali diversi? E che 34 anni dopo sono ancora là col piattino in mano!?

In altre parole, i soldi sono stati stanziati ma stanno lì, fermi in cassa, polverizzati in centinaia di enti. “Per gli interventi di ricostruzione post sisma dell’Irpinia del 1980, risultano ancora disponibili circa 219 milioni di euro, complessivamente accreditati in 631 contabilità speciali corrispondenti ad altrettanti enti locali beneficiari”, ha infatti confermato il sottosegretario all’Economia e deputato di Scelta Civica, Enrico Zanetti, rispondendo ad un’interrogazione presentata dal deputato Luigi Famiglietti (Pd), nell’Aula di Montecitorio.

“L’elenco dei singoli enti locali beneficiari e delle corrispondenti somme disponibili, che giacciono inutilizzate – ha poi commentato a margine Zanetti -, evidenzia situazioni sia per poche migliaia di euro, come anche per alcuni milioni”. E cosa attendono? L’apparizione della Madonna?  “Ci sono enti locali che hanno già utilizzato tutto, e sarebbero pronti a ben impiegare altre risorse, mentre ce ne sono altri che non ne hanno bisogno o che non sanno farlo”, conclude Zanetti. Bene, Zanetti, e allora se non sanno come fare, passi la palla e i soldi a chi sa come si fa a ricostruire e a investire dove c’è voglia di fare.

Segretario Indipendenza Lombarda

 

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3 Comments

  1. lucano says:

    Leggete qua…..
    Decine di imprese, spesso del Nord, hanno fatto affari d’ oro
    speculando con i lavori del dopo sisma. Il caso pių clamoroso a Lioni
    con la ĢIatoģ che doveva assemblare fuoristrada Ma la fabbrica piena
    di rifiuti tossici č ancora lė E’ chiusa, nelle f ondamenta arsenico,
    cadmio e residui di lavorazione dei metalli che rischiano di inquinare
    il fiume Ofanto DAL NOSTRO INVIATO LIONI (Avellino) – Č una gara con
    in palio la pelle: arriveranno prima le ruspe del risanamento o quelle
    migliaia di tonnell ate di veleni che stanno affondando nelle falde
    dello sventurato Ofanto? Venti anni dopo il terremoto e il via alla
    ricostruzione miliardaria che un convegno Dc salutō entusiasta come
    Ģla pių grande mai compiuta in Europaģ, il cadavere di cemento del la
    Iato, la fabbrica morta con la pancia gonfia di rifiuti tossici
    sepolti di nascosto nelle fondamenta, č ancora lė. In attesa di essere
    sventrata, svuotata, ripulita. Ci vogliono almeno 5 miliardi. Firma
    dopo firma, pare che l’ approvazione del fin anziamento faticosamente
    s’ avvicini. Goccia dopo goccia, l’ arsenico e il piombo e le altre
    scorie portate dal nord si avvicinano alla falda. Il fiume č lė, a
    pochi passi. E ogni giorno che trascorre i pių pessimisti cercano una
    risposta nella salut e del gregge che il burbero ĢBertoneģ pascola
    davanti ai capannoni decrepiti e disseta con l’ acqua pescata in due
    pozzi artesiani: Ģ”Bertone”, come stanno le pecore?ģ. Grugnisce:
    ĢBene…ģ. Sono stati tanti gli imprenditori venuti dal Nord che hanno
    fatto i soldi col dopo-terremoto in Campania. Si pensi ai consorzi
    crea ti per fare incetta delle grandi commesse per le infrastrutture
    tipo quello che dietro la Pizzarotti di Milano vedeva allineati la
    Pessina di Rho, la Grassetto di Padova, la Bon atti di Parma, la
    Furlanis di Fossalta di Portogruaro e la Cifa di Rovigo. O a quel
    veneto coperto d’ oro per metter su un cantiere nautico (mai aperto) a
    Morra de Sanctis, che stava a 860 metri di altitudine e a 100
    chilometri dal mare. O a quell’ a ltro padovano che si fece finanziare
    una fabbrica di camicie a Nusco per poi confezionare solo una lettera
    in cui prometteva centinaia di assunzioni una settimana prima delle
    elezioni. O alle schiere di architetti, geometri e ingegneri
    settentrionali che si spartirono, secondo il rapporto della St. John’
    s University di New York, Ģalmeno seimila miliardiģ. Poche storie come
    quella della Iato illustrano perō quanto nel buco nero della
    ricostruzione, salutato dal libro di Andrea Cinquegrani e Rita
    Pennarola col titolo feroce di ĢGrazie, sismaģ, si siano saldati
    insieme l’ affarismo di certi politici meridionali e la
    spregiudicatezza di certi imprenditori settentrionali magari pronti a
    sparare sui Ģterroni che si mangiano i soldoniģ. Perché i liguri della
    Iato non si accontentarono di farsi dare dei soldi per mettere su un’
    impresa fantasma: riuscirono perfino a farsi pagare prima lo
    smaltimento dei rifiuti tossici e poi l’ acquisto degli stessi rifiuti
    come materiale inerte per costruire lo stabilimento. Se li ricordano
    ancora, a Lioni, i camion che arrivavano nell’ area industriale a metā
    strada tra Lioni e Nusco carichi di una poltiglia di uno strano
    colore. Ne arrivarono per settimane e settimane. Centoventi
    autorimorchi, forse d i pių. Che portavano almeno 3.600 tonnellate di
    arsenico, cadmio e vari residui della lavorazione del piombo che la
    Metalli e Derivati di La Spezia aveva rastrellato qua e lā. Buttarono
    tutta quella roba, la quale secondo Legambiente ha ancora oggi u na
    concentrazione seimila volte superiore al tollerabile, nella grande
    fossa costruita per le fondamenta. A pochi metri dalla falda che
    rifornisce l’ Ofanto, che scorre a 300 metri. Coprirono tutto e ci
    costruirono sopra la fabbrica. E che fabbrica! Benedetta da un
    sontuoso finanziamento pubblico e fortissimamente voluta da Paolo
    Pofferi e gli altri protagonisti della Metalli e Derivati di La
    Spezia, destinati a essere presto arrestati per altri scandali e poi
    travolti in una catena d’ una dozzi na di fallimenti, la Iato sarebbe
    dovuta essere uno dei punti di forza dell’ area industriale, assumere
    un sacco di gente e assemblare fuoristrada. Roba di buon livello,
    sulla carta. Con motori della Fiat e scocche di una speciale
    vetroresina costrui te dalla Passat, un’ impresa bulgara di Mit churim
    che come fiore all’ occhiello vantava la produzione di sofisticati
    sommergibili per l’ Unione Sovietica. ĢSolo che per ogni scocca in
    vetroresina perfetta, coi suoi strati da 4 millimetri, ce ne arri
    vavano tre cosė scadenti da essere inservibili. Le accatastavamo sul
    retro e le lasciavamo lėģ, ricorda Pasquale Mattia, uno dei dipendenti
    finiti sulla strada, ĢCon la “nostra” vetroresina laggių c’ era chi si
    faceva gli sci, chi la barca…ģ. Fatti i conti, ogni fuoristrada
    veniva a costare alla produzione una quarantina di milioni. Troppi,
    per competere sul mercato. Finė che in quattro anni, invece di
    quattromila come era stato previsto, la Iato produsse 250 esemplari.
    In buona parte rimasti per mesi e mesi nel parcheggio e poi svenduti,
    chiusa la fabbrica e licenziati gli operai, a prezzi stracciati. L’
    inchiesta sulla truffa, cominciata dal pm di Sant’ Angelo dei Lombardi
    Mario Pezza, č finita a La Spezia. Dove giā la magistratura avev a
    accumulato due stanze stracolme di faldoni sulle varie avventure
    fallimentari della Metalli e Derivati e delle sue sorelle. Come quella
    della Metalli e Derivati Sud, aperta e chiusa a Buccino dopo avere
    ingoiato 16 miliardi. O della Idaf-Igc, coinv olta nello scandalo
    delle Ģlenzuola d’ oroģ per le Ferrovie dello Stato. O ancora della
    Omtes di Buccino, che grazie agli accordi seguiti alla fine della
    guerra fredda aveva incredibilmente vinto (nonostante i titolari
    fossero giā stati incriminati p er altre vicende giudiziarie) un
    ricchissimo appalto per smantellare e distruggere 633 carri armati
    M47. Carri armati smontati ma finiti, invece che in una fonderia,
    nelle caserme di bellicosi Paesi in via di sviluppo sottoposti a
    embargo internazion ale come la Libia, la Somalia o la Costa d’
    Avorio. Quanto all’ inchiesta sui rifiuti tossici seppelliti sotto lo
    stabilimento, partita in gravissimo ritardo e solo grazie ai rimorsi
    di un operaio che a distanza di anni denunciō di aver partecipato a
    ll’ operazione, č finita lā dove finiscono tutte queste inchieste: in
    prescrizione. E i cinque miliardi necessari per rimuovere e ripulire
    tutto chi li paga? Noi. Gian Antonio Stella

  2. amarcord says:

    Per la ricostruzione (sic) dell’Irpinia furono stanziati oltre 65.000 miliardi di lire (lira più lira meno sono due finanziarie). Ci furono i soliti investimenti fantasiosi come nel caso della fabbrica di barche in località montana ed altre furbate terrone. Sul caso Irpinia Gate e sul ruolo di Ciriaco De Mita (il parlamentare originario del luogo, che da parlamentare europeo in 30 anni ha avanzato una sola proposta di legge a Bruxelles!) il settimanale Panorama, attraverso un suo coraggioso giornalista investigativo, indagò a fondo. Ma il parlamentare (che occupò a lungo un attico di 250 mq di proprietà di un ente pubblico nel centro di Roma pagando un affitto ridicolo e che si indignò quando fu costretto dallo scandalo a ridimensionare le sue pretese) era ancora molto influente nelle alte sfere ed il risultato fu che la cosa finì per essere dimenticata. Sarebbe cosa buona se un giornalista intraprendente andasse a scovare come e perché l’indagine di Panorama si arenò. Soprattutto dopo che i 65.000 miliardi di lire furono sottratti alle tasche dei contribuenti italiani (in massima parte del Nord) e nuove estorsioni stanno per essere commesse per allietare il Natale di De Mita e compaesani, le eterne vittime dell’egoismo nordico.

  3. luigi bandiera says:

    Al nord chiedono sempre anche se dicono che danno.

    Adesso con l’aumento dell’IVA sul PELLET chi PAGHERA’..??

    Dove si consuma il PELLET…

    E dove si consuma..??

    A Lampedusa per caso..??

    BASTA ITAGLIA..!!!

    BASTA TASSE..!!

    Insomma, BASTAaa..!!!

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