Ancora gli orrendi Savoia?

risorgimento03Dai social

di GIUSEPPE REGUZZONI – Ancora gli orrendi Savoia? Ma non abbiamo problemi più urgenti? “Una maledizione sui Savoia”, dal mio libro:
http://www.editorexy.it/shop/saggi/pensare-il-risorgimento/
Arona 2011 (qui dall’Appendice: Svetonio Redivivo, Vita, vizi e virtù del primo re d’Italia …, p. 88s.).

Come giustamente scriveva Friedrich Nietzsche, abbiamo bisogno della storia: essa occorre al vivente «in quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione». A questi tre rapporti corrispondono tre specie di storia: monumentale, antiquaria e critica. La storia critica è quella che si interroga e che, incalzando i bastioni retorici del potere, ne dimostra l’inconsistenza e, proprio in questo modo, contribuisce alla liberazione. I testi presentati in questo volume vorrebbero essere proprio questo: momenti di riflessione critica, a tratti anche provocatoria, per scoprire che i mali di cui ci lagniamo oggi sono, in fondo, gli stessi che la storia di questo paese si trascina da un secolo e mezzo. La storia d’Italia non inizia nel 1861, e nemmeno nel 1945, ma, almeno, a partire dalla Costituzione Repubblicana, sia pure in termini e in forme a tutt’oggi incompiuti, l’idea di sovranità popolare è divenuta il pilastro che regge o dovrebbe reggere le istituzioni. Pretendere di fare del 1861 l’anno zero della nostra storia è mettere in atto un’operazione di propaganda, tra l’altro non delle migliori quanto a efficacia. La storia seria, che lavora su fonti e documenti, ha da tempo alzato i veli della retorica e iniziato a svelare quel che realmente accadde in quegli anni lontani. Ripercorrendo le tappe del cosiddetto Risorgimento, la storia e la politica non possono non chiedersi perché siano state sistematicamente e violentemente eluse tutte le alternative all’orrenda costruzione centralistica imposta al neonato Regno d’Italia. Le logge e la cricca al potere poterono censurare le grandi domande e la richiesta di libertà che salivano da secoli di vita e di civiltà, ma non impedire che esse riemergessero dal fiume della storia. Nel 1861 si compì una tappa della nostra storia politica, ed essa non fu l’esito di un patto, di un “foedus”, ma di un atto di forza e di coercizione con cui un gruppo di interesse si garantiva privilegi e potere. Non è scritto da nessuna parte che quella tappa debba essere l’ultima e la definitiva, a meno che si voglia dare a quel momento storico una connotazione religiosa, sacrale e, dunque, intoccabile e inviolabile.

Giuseppe Reguzzoni
Dopo studi di lettere, filosofia e teologia, ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con una tesi, poi pubblicata (Milano 2006), con a tema il rapporto tra modernità e secolarizzazione. L’ambito di ricerca a cui si è dedicato è quello della storia dei concetti, soprattutto in riferimento alla storia religiosa della Germania e dell’area mitteleuropea. In tale contesto ha pubblicato diversi contributi, curando, tra l’altro, la traduzione dal tedesco di numerose opere storiche, giuridiche e teologiche. Ha collaborato con l’Istituto di Storia Moderna e Contemporanea dell’Università Cattolica di Milano (Istituto «Mario Romani»), dove ha tenuto di specializzazione nell’ambito della Scuola di Dottorato.savoiasavoia2

 

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7 Comments

  1. Luca says:

    Senza i Savoia non esisterebbe la Regione Lombardia che venne disegnata dopo l’unità d’Italia staccando dal Piemonte la Lomellina e l’Oltrepò Pavese.

    Senza i Savoia non esisterebbe il matrimonio con rito civile in Italia

    Senza i Savoia non ci sarebbe la democrazia con il parlamento e le elezioni

    Senza i Savoia la penisola Italiana sarebbe rimasta in mano agli stranieri

    Per questi motivi, migliaia di esuli lombardo-veneti e meridionali arrivarono nel ’48 a Torino a leccare i piedi al re Carlo Alberto ed a tutti i piemontesi affinchè si impegnassero a liberare le loro terre ed a fare l’Italia.

    ——————-

    Il lombardo Cesare Correnti – I dieci giorni dell’insurrezione di Brescia :
    ” A confermarli nel qual proposito si aggiunsero verso il mezzo novembre i conforti de’ fuorusciti Lombardi , che in gran numero raccoltisi allora in Piemonte, assediavano Re Carlo Alberto e il Parlamento
    e l’esercito perchè non venissero meno ai patti giurati della unione e commuovevano l’opinione pubblica, mirabilmente spalleggiali da quanti erano in quelle province amatori del viver libero e teneri dell’onor nazionale.
    E tanto valse la fede recente del più solenne patto politico, di cui la storia dia esempio, e la pietà d’un popolo intero di profughi, che protestavano di non esser stati vinti e di non volersi rendere vinti, ed il dispetto di una fuga inesplicabile, che in breve il Piemonte si rincuorò e tornò a credere a’ proprii destini.[Quali destini? Quelli di combattere e morire per dare a tutta Italia la libertà e la democrazia che vigeva allora solo in Piemonte? ndr]
    https://archive.org/stream/bub_gb_tdDG0b6hWF4C#page/n9/mode/2up/search/destini

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    Il VENETO Manin sui Savoia e sull’ Unità :
    — Dovendo l’Italia avere un re, non poterlo avere altrimenti che in Vittorio Emanuele: gl’italiani tutti, amanti d’indipendenza , concorressero operosi intorno a questo miracolo di re, e farebbero l’Italia indipendente e libera :
    andassero ormai sbandite e dimenticate le sette, le divisioni e le gelosie passate, e financo le proprie inclinazioni e simpatie, e fosse il grido comune dall’un capo all’altro della penisola: Vittorio Emanuele Re d’Italia. — https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n15/mode/2up
    — Ho veduto la settimana scorsa il contino Casati. Parlando di Napoli, gli dissi che se la rivoluzione rovesciasse il Borbone , dovrebbe proclamare Vittorio Emanuele re d’Italia.
    Ed egli rispose: Magari ! https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n85/mode/2up/search/emanuele
    — Ai Repubblicani della Giunta Nazionale d’Azione :
    Dopo le vicende del 48 e del 49 la politica dinastica, in Piemonte, deve consistere necessariamente nel vincere lo straniero, e nel riunire tutta la Penisola sotto lo scettro di Casa Savoia. Se così non fosse, qual significato avrebbe la bandiera tricolore nelle file dell’esercito sardo?
    Questa bandiera, o signori, che attira sul governo del re tante minacce e tanti pericoli…, questa bandiera, salutata con amore dal nobile figlio di Carlo Alberto, è un testo luminoso che non ha bisogno di commento.
    Dunque Casa Savoia vuole, come noi, l’indipendenza e l’ unità d’Italia.
    Questo santo scopo Vittorio Emanuele, secondato dall’opinione liberale, avrebbe i mezzi di raggiungerlo quando che sia.
    Perchè dunque, invece di rendere forte il Piemonte coll’opera del vostro senno e del vostro braccio , voi attendete ad infievolirlo, opponendo in Italia allo stendardo regio un altro stendardo, lo stendardo repubblicano?
    Per la memoria di Dottesio e di Sciesa (dirò con Giuseppe Mazzini), per le migliaia che gemono nelle prigioni, pei milioni che gemono oppressi dalla doppia tirannide, pei centomila Austriaci stanziati nelle nostre contrade, per la battaglia suprema che ci pende sopra, la patria v’ intima silenzio….
    Dare vanti al nemico voi non dovete discutere che del come atterrarlo, del come inspirare fiducia nel popolo, dargli armi e cartuccie dove ei ne manca , del come accentrare tutti gli elementi a un disegno, ad una mossa… nel gran giorno della vendetta nazionale.
    Repubblicani d’Italia, siate italiani!
    L’impresa della nostra politica redenzione voi non potete assumerla coscienziosamente se non quando il Piemonte vi avrà rinunciato , abolendo lo Statuto e rinnegando la bandiera nazionale.
    Ma oggigiorno il Piemonte, malgrado i mille ostacoli che sorgono ad impedirgli il passo, procede sulla buona via: dovete dunque seguirlo.
    S’arresta egli? Dovete stimolarlo. Vacilla?
    Dovete sostenerlo acciò non cada. Guai a voi , se il Piemonte cadesse!
    Caduto il Piemonte, voi non avreste la repubblica, siatene certi; ma, dopo inutili conati per riuscire Italiani, vi ritrovereste un bel giorno o Tedeschi o Francesi. Avvertite alle condizioni politiche della patria nostra.
    Noi abbiamo nemici palesi, nemici occulti, e freddi o falsi amici. Avversando il Piemonte, voi dunque, con intenzioni pie, attendete a colorire disegni parricidi ; predicando la repubblica nazionale , voi vi adoperate in prò dello straniero. Il caso è serio!…. pensateci seriamente. https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n145/mode/2up/search/emanuele
    — Persona molto intelligente che viene da Torino m’assicurava che ivi è ancora prevalente e quasi esclusiva l’idea del Regno dell’ Alta Italia.
    Quello che non so comprendere, e che non vogliano discutere, nè lasciar discutere l’ipotesi della rivoluzione.
    Comunque sia, diletto amico mio , stimerei opportuno seguire il sapiente proverbio veneziano : « Se tutti dicono che sei ubbriaco, vattene a letto. » Buona notte.
    https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n59/mode/2up

    ———————————————-

    – Il pugliese Giuseppe Massari, esule a Torino per una decina di anni, scrisse:
    “Né la stampa italiana falli al suo debito; non ci era su questo argomento nessuna diversità di linguaggio : a Torino la Concordia ed il Risorgimento, a Genova la
    Lega italiana ed il Corriere mercantile, a Firenze la Patria e l’Alba, a Pisa l’Italia, a Roma il Contemporaneo, a Bologna il Felsineo, svolgevano lo stesso tema,
    bandivano lo stesso principio : Italia ab exteris liberanda..
    Il Piemonte era stato l’ultimo ad entrare nella via delle riforme, ma ad un tratto aveva occupato il primo posto; il giorno in cui Carlo Alberto si appigliò alla risoluzione magnanima, fu gioia indescrivibile da un capo all’altro d’Italia, poiché tutti o per istinto o per ragionamento sentirono e compresero che finalmente la causa della indipendenza nazionale aveva la sua spada.”
    https://archive.org/stream/bub_gb_lUWVHnrZbpQC#page/n19/mode/2up/search/spada

    ——————————————–
    Come i Veneti cercarono di fare proseliti a Torino, moltiplicando gli “apostoli”, per convincere i Piemontesi a fare l’Italia Unita : https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n81/mode/2up/search/apostoli

    ———————————————————
    Il lombardo Casati:
    ” Si; la Lombardia che geme crede ìn quel principio,che unanime acclamava nei giorni della speranza (1848 ndr) ; tien fiso lo sguardo in questa bandiera italiana che sventola nelle città subalpine( piemontesi ndr); confida in questa stirpe di
    principi (Savoia ndr) che è ferma nei suoi giuramenti; spera in questa libera terra (il Piemonte ndr.), ove è nerbo di forze italiane, politica onestà, amore di libertà ordinata e fede nell’avvenire d’Italia.
    Torino, il 15 febbraio 1853
    ANTONIO CASATI https://archive.org/stream/milanoeiprincip00casagoog#page/n14/mode/2up

    • Luca says:

      La repubblica veneta del 102 giorni nel 1848, come appendice a tutte le storie di Venezia finora pubblicate – Nicolò Foramiti – anno 1850 – :
      CAPO IV ORDINAMENTO CIVILE E POLITICO.
      “La bandiera della Repubblica veneta venne stabilita di tre colori, verde, bianco e rosso; il verde al bastone, il bianco nel mezzo , il rosso pendente in alto, in campo bianco fasciato dai tre colori, il Leone giallo. Coi tre colori comuni a tutte le bandiere d’ Italia si voleva professare la comunione italiana, il Leone poi era il simbolo speciale di una delle italiane famiglie. La coccarda nazionale era composta dei tre colori, cioè il verde, nel centro, il rosso al di fuori, ed il bianco nel mezzo dei due.”
      https://play.google.com/books/reader?id=oGIoAAAAYAAJ&printsec=frontcover&output=reader&hl=it&pg=GBS.PA30

      ___________________________________________
      Il veneto Daniele Manin fondatore della 2°repubblica veneta nel 1848:

      “Il Piemonte è una grande forza nazionale. Molti se ne rallegrano come d’un bene, alcuni lo deplorano come un male, nessuno può negare che sia un fatto. Ora i fatti non possono dal-
      l’uomo politico essere negletti : egli deve constatarli, e cercare di trarne partito.
      Rendersi ostile , o ridurre inoperosa questa forza nazionale nella lotta per l’emancipazione italiana, sarebbe follia.
      Ma è un fatto che il Piemonte è monarchico.
      È dunque necessario che all’idea monarchica sia fatta una concessione, la quale potrebbe avere per corrispettivo una convalidazione dell’idea unificatrice.
      A mio avviso, il partito nazionale italiano dovrebbe dire :
      « Accetto la monarchia, purché sia unitaria : accetto la casa di Savoia, purché concorra lealmente ed efficacemente a fare
      « l’Italia, cioè a renderla indipendente ed una. — Se no, no — cioè , se la monarchia piemontese manca alla sua missione ,
      « cercherò di fare l’Italia con altri mezzi, ed anche ricorrendo, ove bisogni, ad idee divergenti dal principio monarchico. »
      Ora mi domanderete forse come io creda che la monarchia piemontese debba condursi per adempiere alla sua missione.
      Ecco la mia risposta :
      La monarchia piemontese, per essere fedele alla sua missione, Dee sempre tenere dinanzi agli occhi , come regola di condotta, lo scopo finale, consistente nell’italiana Indipendenza ed
      Unificazione ;
      Dee profittare d’ogni occasione, d’ogni opportunità, che le permetta di fare un passo in avanti nella via conducente verso
      quello scopo;
      Non dee a verun patto, e sotto verun pretesto, far mai alcun passo retrogrado, o divergente ;
      Dee con cura vigilante e vigorosa cercar d’allontanare e rimuovere tutto ciò che in quella via le potesse riuscire d’impedimento o d’inciampo ; ”
      https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n131/mode/2up

      ————————————-
      Centosessanta veneti tra i Mille con Garibaldi:
      “Italia Libera, Roma Libera, Venezia Libera e Giuseppe Garibaldi Liberatore. Non si tratta di slogan risorgimentali, ma dei nomi dati ai propri figli da Pietro Freschi, nato ad Altavilla Vicentina nel 1842, che ricorda in questo modo curioso il suo passato di garibaldino.” http://ricerca.gelocal.it/mattinopadova/archivio/mattinodipadova/2010/05/05/VT1MC_VT101.html?

      ————————————–

      -“E noi, esuli infelici e perseguitati, balestrati dalla burrasca politica fuori del nostro paese ma troppo lieti di trovar ricovero in questo Magnanimo Piemonte, sacrario augusto della italianità, noi rivolgiamo a voi, elettori subalpini e liguri, fratellevoli preghiere, perchè vogliate
      compiere il voto di tutti i buoni e salvare l’Italia” – Giuseppe Massari -1849 .. https://books.google.it/books?id=tOoWMmlizD0C&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false
      ——————————————
      – Qua Gilberto Oneto racconta la storia di questi esuli che convinsero i piemontesi a conquistare il sud (dal minuto 6: 52 ): https://www.youtube.com/watch?v=fxiaRvHP2SA
      ——————————————-

      Dal sito della Treccani:
      “UNITÀ ITALIANA. – Associazione segreta che si formò in Napoli nel giugno del 1848, quando, dopo i fatti del 15 maggio, i patrioti di quella città decisero di congregarsi al fine di abbattere il governo borbonico, con aspirazioni verso Carlo Alberto e il Piemonte.”
      http://www.treccani.it/enciclopedia/unita-italiana_(Enciclopedia-Italiana)/
      https://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=hvd.32044061707733;view=1up;seq=7
      ——————————————————–
      Il CAMPANO De Sanctis sulla conquista del Veneto del 1866 : “Ora noi vogliamo vincere, dobbiamo vincere; dunque non gridi, ma fucilate, non parole, ma baionettate, non chiacchiere, ma cannonate: dunque abbasso le dimostrazioni! Viva i fatti!
      La gioventù napoletana non ha bisogno di esortamenti; agli abitanti delle terre dei vulcani ci vuol freno non spinta. I giovani dissero otto sere fa: i fatti li faremo. Ebbene il tempo è venuto”
      http://www.liberliber.it/mediateca/libri/d/de_sanctis/scritti_politici/pdf/de_sanctis_scritti_politici.pdf

      • Luca says:

        Il prete lombardo Giuseppe Robecchi:

        Allora io intesi CARLO ALBERTO.
        I giorni che vennero poi ve li ricordate o Signori? Che bei giorni ! e quante consolazioni, e quante speranze! Oh! se io ma nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria!
        Lo so, lo so; pure lasciatemelo dire.
        Oh! se io, povero uomo, povero prete, povero di tutto, che non potei offrire alla Patria che minuti sacrifizii, se in que’ giorni io ho provato tanta gioia , tanta abbondanza, tanta ebbrezza di vita, se io ho vissuto più in quei giorni che in tutti i miei anni precedenti, chi potrà dire che consola-
        zioni provasse allora il tuo cuore o CARLO ALBERTO ?
        Ormai l’ indipendenza d’ Italia era una realtà; il sogno di tutta la sua vita si
        avverava; il gran disegno stava per compiersi, e i suoi sacrifizii e i suoi sforzi erano vicini ad essere coronati .
        O Signore, Signore, per il dì, ahi troppo vicino della sventura, della più terribile delle sventure, preparate a CARLO ALBERTO una di quelle grazie che rendono l’animo indomabile ai colpi della sorte! La sventura è venuta.
        E già i mille Semei si preparavano a gettare il fango sull’Unto del Signore, sul Davidde che
        credettero abbattuto; già la razza di quegli uomini, pei quali la servitù è un guadagno, è un bisogno, esultava che il primo tentativo di libertà fosse andato fallito; e già cercavano un padrone da sostituire in luogo del Padre del Popolo, e già maledicevano
        Italia e indipendenza, quand’ecco da Vigevano movere un grido; è CARLO ALBERTO che dice a’ suoi Popoli, che la causa d’Italia non è perduta.
        No, la causa d’Italia non è perduta.
        E la causa della verità, e della giustizia; e la verità e la giustizia non muoiono mai. Guardati
        però intorno o CARLO ALBERTO.
        Vedi? T’hanno lasciato solo a difenderla.
        Il Borbone di Napoli vagheggia il ritorno de’ bei dì dell’ assolutismo, e prepara prigioni e patiboli pel Popolo che lo forzò al dono del 29 gennaio; è una belva: avea cambiato il pelo, ma non il vizio.
        Pio Nono ha abdicato alla supremazia morale del mondo: anch’egli fece per viltà il gran rifiuto, e spaventalo del bene che inconscio aveva fatto , al mondo scandolezzato annunzia, ch’egli è innocente del delitto d’aver benedetto Italia e libertà.
        Leopoldo non aveva creduto che il rimbombo de’ cannoni potesse rompere l’alto sonno nella testa a Toscana sua; vistala svegliarsi, fuggi, e nell’esilio distilla papaveri per il dì che la mano dell’austriaco lo riponga sul trono.
        Vili, mentitori a coscienza e a giustizia, traditori a Dio e al Popolo, l’hanno lascialo solo!
        Ma con Lui è la fede, e l’amore; la fede inconcussa noveri eterni,
        l’ amore indomito del bel Paese. Intorno al trono cento codardi pregano pace; pace insinuano Francia ed Inghilterra, invide e paurose della futura grandezza d’Italia, e l’Austria che crede appena alle insperate sue vittorie dimanda pace.
        Pace?
        No: prima dovrai sgombrare dal suolo d’Italia, poi parleremo di pace. E allo levato qui sventola il tricolore vessillo; e intorno a lui si raccolgono quanti hanno in cuore amore di Patria; sono ristorate, rifornite, rafforzate, raddoppiatele file dell’esercito, ancora glorioso.
        Ei viene, e le scorre, e le numera; sono centomila combattenti, agguerriti, animosi.
        Oh quanto gli tarda di varcare il Ticino! O Lombardia,
        terra diletta, è presso al suo termine il tuo martirio; o Venezia, resisti, resisti ancora, fra poco verrò.
        Novara! Ah è dunque delitto per un Re il combattere per l’indipendenza e la libertà de’ suoi Popoli; è il più nero de’ delitti, perchè io non so che delitto mai sia stalo più barbaramente punito di quello di CARLO ALBERTO.
        Novara! è un mistero d’iniquità cui t’ accosli con ribrezzo , e che tremi di vedere svelato. Novara! chi ha cambiato i prodi in vigliacchi, i soldati in assassini? Novara! vedo su certe faccie un riso… è dell’inferno quel riso, perchè Giuda si è appiccato, ma non ba riso.
        Che mediti o CARLO ALBERTO ? di spezzare il tuo scettro?
        Ma non ti resta, di tanto Esercito, un pugno di prodi che ti seguano e giurino vendetta di
        quest’orrido scherno?
        No! e lo scettro è spezzato, e l’umile casa d’Oporto accoglie il tradito di Novara!
        Miserabili! che cosa speravate?
        Che Italia avrebbe rinunciato alla sua indipendenza, alla sua libertà? Sentitela, ora più che mai Italia freme libertà, indipendenza… e l’avrà.
        Li ha visti i suoi nemici, li ha visti impallidire, tremare, fuggire ogni volta che vennero alla battaglia prima d’aver comprata la vittoria.
        Oh! ma la estirperemo questa razza caina! allora lo straniero non troverà più venditori, allora combatteremo e vinceremo.
        Per quel dì, o CARLO ALBERTO, tu serbavi la spada, e speravi di combattere ancora una volta volontario nelle file de’ soldati d’Italia, speravi…
        a Novara quel rovescio, quella fuga, quel precipizio de’ tuoi, fu uno strazio pel tuo cuore, pure potesti sopravvivere a quello strazio, e speravi…
        ma quando ti vennero a mente Brescia insorta e fumante di cittadino sangue, Venezia perseverante nella disperala e inutile difesa, e le speranze deluse di cento Popoli, e la baldanza de’ vincitori, e le angustie de’ vinti, e gl’incendii, e le rovine, e gì’ insulti, e le verghe, e le carceri, e gli esilii, e le morti, il tuo povero cuore più non resse al cumulo di tanti dolori e si spezzò!
        Qui, qui, o inverecondi, a rinfacciare al Martire, che more sull’eculeo, gli errori della sua vita.
        Qui, qui, o traditori, a vedere di che morte lo fate morire.
        Non è però senza conforto la sua agonia.
        Vedete! la pallida faccia, già bagnata del sudore di morte si ravviva un momento, la , bocca si compone ad un sorriso Oh! ha creduto ancora una volta che l’Italia sarà!…
        e in quel sorriso spira.
        Or che parola di consolazione avrò io per Voi o Signori? Una sola ne trovo.
        Il pensiero, il voto, il sospiro di tutta la sua vita CARLO ALBERTO non potò vederlo compiuto.
        Raccogliete voi l’ultima e prima volontà del vostro Padre e giurate che sarà fatta: così CARLO ALBERTO non sarà morto tutto per voi, così vi parrà, continuando la sua opera, di prolungare la sua vita, così Voi vivrete in Lui, ed Egli in Voi.
        Condotti dal suo spirito voi entrerete in una via di dolori, ed Egli vi mostrerà come si sopportino fortemente; lungo tempo voi dovrete
        faticare, stentare, ed Egli vi sarà maestro di perseveranza ; la Patria vi dimanderà sacrilizii di comodi, di sostanze, di affetti, ed Egli vi insegnerà a farli generosamente; e se venga dì che la Patria vi dimandi il sacrifizio della vita, Egli vi insegnerà a morire.
        Sì sì, o CARLO ALBERTO, per noi come per Te il primo desiderio è la libertà della nostra Patria; è come un elemento che entra nel nostro sangue è come l’aria senza di cui non possiamo vivere.
        Qui col latte i bambini succhiano dal seno materno l’amore di Patria, qui i Padri insegnano ai loro figli a ripetere tra i primi e più cari i nomi d’ Italia e di libertà, qui il Popolo impara da’ suoi Sacerdoti , che chi non soccorre alle miserie della Patria terrena non merita la Celeste; qui il Cittadino prendendo le armi benedice a chi gliele ha date, e su quell’armi giura che Italia vivrà!
        O CARLO ALBERTO! quando di noi ragionerai al Signore, digli che soffrimmo, e che servimmo assai, digli che meritiamo la libertà, digli che quel bisogno di libertà, che a ha messo in cuore, finora non ci fruttò che dolori, digli, oh digli, che lo soddisfi una voi la, o ce lo strappi dal cuore.

        A CARLO ALBERTO
        CHE PONENDO LE ARMI NELLE MANI DEL POPOLO
        GLI DICEVA
        DIFENDI TU STESSO LE TUE LIBERTA’
        LA MILIZIA CASALESE
        PREGA QUELLA LIBERTA’
        CHE
        NÈ PER ABUSO MAI NÈ PER VIOLENZA
        NON ISCEMA
        ——-
        APRITEVI PORTE ETERNALI
        È IL PRIMO RE CHE ENTRI IN PARADISO
        MARTIRE PER LA LIBERTA’ DE’ SUOI POPOLI
        ——-
        IMPARATELO O REGI
        ANCHE PER VOI LA RELIGIONE STA
        NELL’ADEMPIMENTO DEI DOVERI
        ——-
        LA RELIGIONE GLI AVEVA INSEGNATO
        CHE NON I POPOLI PEI RE
        MA I RE SONO FATTI PEI POPOLI
        ——-
        IO SCENDERE A PATTI COLLO STRANIERO?
        PIUTTOSTO L’ ESILIO LA MORTE
        E ESULAVA E MORIVA
        ——-

        https://archive.org/stream/bub_gb_skJMqChoeJIC#page/n9/mode/2up

  2. Vittoria (Kobarid) says:

    .017. Don Giovanni Bosco

    Premonitore, a Torino, il santo:
    «gran funerali a corte», l’argomento;
    e al re, che a firmare era convinto
    legge Rattazzi, alla Chiesa affronto,
    in breve gli morì più d’un congiunto.

    Nel dicembre 1854, mentre in Parlamento è in discussione la legge per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni, don Giovanni Bosco (canonizzato nel 1934) fa due sogni ed invia inutilmente tre lettere al re per dissuaderlo dal firmare. Dopo breve tempo muoiono improvvisamente: la madre Maria Teresa, la moglie Maria Adelaide, il fratello Ferdinando e il figlio più giovane V. E. Leopoldo.
    (ancora da INSORCIMENTO di Maurizio Colombini)

  3. caterina says:

    ma come si fa a negare il valore della storia e presumere di farla partire dalla Costituzione Italiana del 1945, che vuol dire dalla contemporaneità! pazzesco….
    allora vi invito a leggere “Repubblica Italiana” di Giulio Vignoli, un libriccino che con linguaggio come si dice “fuori dai denti” racconta di questi ultimi 70 vita morte e miracoli…
    Per me l’unica cosa buona che riconosco al parlamento repubblicano è l’aver restituito l’onore di quei quasi o forse oltre mille soldati fatti fuori dai commilitoni o poi dagli alti comandi militari per non aver sopportato la tragedia di trovarsi obbligati a combattere sul fronte della guerra 15-18 in territori di cui magari non sapevano neppure l’esistenza perché non era certo la patria in cui si potevano riconoscere… altro che distruggere passato e tradizioni… è come togliere le radici ad un albero… giusto come il pino natalizio portato a Roma… splendida e involontaria metafora dell’Italia di oggi…

  4. Vittoria (Kobarid) says:

    .025. Vittorio Emanuele III

    Di mente e di statura ben compatta,
    tant’è che lo chiamavan “sciaboletta”,
    lui fece guerre sempre, a manca e a dritta:
    di un criminale ebbe la condotta;
    con lui la dinastia giunse alla frutta.

    Per porre fine a matrimoni fra stretti consanguinei, Vittorio Em. III di bassa statura (1,53 m) sposò la principessa montenegrina Elena. Il Duca d’Aosta definì la coppia “Curtatone e Montanara”. Il “re soldato” nel 1938, dopo l’uscita del “Manifesto della razza”, firmò le leggi razziali; all’alba del 9 settembre 1943 fuggì da Roma alla volta di Brindisi. Dopo Vittorio Em. III ci fu solo il “re di maggio”. Già nel 1855 San Giovanni Bosco aveva scritto: «la famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione».
    (da INSORCIMENTO di Maurizio Colombini)

  5. Alessandro Guaschino says:

    I Savoia si sono estinti con Carlo Felice. Gli sono succeduti i Savoia-Carignano ramo collaterale che dalla guerra civile ai tempi della Regina Maria Cristina di Francia non ha fatto altro che danni, quindi i vari Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II e III, Umberto più che disastri verso i piemontesi e i padani in genere non hanno combinato. Meno male che ce ne siamo sbarazzati…..rimangono i Savoia-Aosta che se non erro, per lotte dinastiche interne ai monarchici, sono attualmente quelli che aspirano alla corona, ramo collaterale formato da gente tutta di un pezzo.

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