ANCHE L’ALTA MODA ITALIANA SCAPPA NEL CANTON TICINO

FONTE ORIGINALE: il Corriere della Sera  di Claudio Del Frate

LOCARNO (Svizzera) — Ci sono 40 milioni di euro sul piatto; la casa di moda Gucci ha deciso di investirli per un grande polo logistico che governerà tutta la produzione e la commercializzazione in Asia e in Europa dei prodotti della rinomata «maison». Solo che questi 40 milioni sono rotolati al di là del confine, per la precisione a Sant’Antonino, estremo lembo nord del Lago Maggiore, in territorio svizzero. Lì Gucci ha deciso di espandersi, lì la «griffe» internazionale raggiungerà altri marchi dell’alta moda che da tempo hanno scelto il Canton Ticino per aprire nuove sedi. Insomma, i campioni dell’alta moda eravamo noi, l’Italia detta legge in fatto di stile e di gusto, ma quando si tratta di spendere, l’industria dell’abbigliamento sceglie di approdare su altri lidi; e il fatto che lo faccia ancora una volta a pochi chilometri dal confine di casa non fa altro che accrescere il rammarico per le tante occasioni perdute. In Ticino si parla ormai apertamente di una «Fashion valley », dal momento che nel raggio di una ventina di chilometri, allineate ai lati dell’autostrada che dal valico di Chiasso sale verso il Gottardo, sono concentrate le attività (logistica, amministrazione, direzione, più raramente produzione) di case dai nomi altisonanti come Armani, Versace, Ermenegildo Zegna, Tom Ford, Guess, North Face e altri ancora.

Il comparto vale già, prima dell’arrivo di Gucci, circa 10miliardi di fatturato l’anno e sviluppa poco meno di 4 mila posti di lavoro, molti dei quali occupati da manodopera italiana. Indagare sui perché di questo boom in un settore che da noi era considerato «maturo» e destinato al declino, significa udire un ritornello già sentito: in Svizzera la pressione fiscale non supera il 25%, la burocrazia assiste le imprese anziché fare loro la guerra, le cause giudiziarie non sono un rebus senza fine; e, in più, i salari sono più alti di quelli italiani. «Ma questo non basta a spiegare il fenomeno, dovuto anche al fatto che noi svizzeri in un certo senso abbiamo imparato da voi»: Franco Cavadini, presidente di Ticino Moda, l’associazione che raggruppa le aziende del settore, si permette anche un filo di ironia. «Il quadro generale della Svizzera indubbiamente aiuta — prosegue Cavadini —e le infrastrutture, l’amministrazione efficiente, le tasse moderate, la disponibilità anche della manodopera italiana hanno il loro peso. Ma nel caso dell’abbigliamento abbiamo saputo sviluppare un modello di distretto simile a quelli attivi in tante zone d’Italia. Vale a dire che qui sono nate professionalità, esperienze, filiere che hanno reso particolarmente conveniente e attrattivo spostarsi in Canton Ticino».

Nel caso della moda, poi, a nord del confine italiano si è creata un’altra condizione particolarmente vantaggiosa: le grandi case hanno delegato il grosso della loro produzione in Asia; se quelle merci entrassero nello spazio comunitario dovrebbero subito pagare le tasse e i diritti doganali delle merci extra Ue; la Svizzera, al contrario, funziona come un grande punto franco in cui i prodotti arrivano dall’Asia, ma possono restare parcheggiati nei magazzini senza essere sdoganati (e dunque senza pagare nulla) prima di riprendere la strada verso i negozi di tutto il mondo. «Ma il nostro governo non ha offerto nessuna particolare agevolazione — precisa Stefano Rizzi, direttore del dipartimento Economia del Canton Ticino — se non in misura molto limitata; l’unico nostro intervento consiste nel convincere le imprese ad assumere personale svizzero. La “Fashion valley” è un fenomeno che si è sviluppato in piena economia, perché qui chi investe ha trovato le condizioni per fare business liberamente ». E l’Italia, al di qua della rete di confine, resta a guardare, vede passare i treni che vanno e vengono dal nuovo eldorado dell’impresa. A un tiro di sasso da casa.

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6 Comments

  1. Anonimo says:

    Semplice, non comprare più gucci.
    Facciamoli morire tutti di fame questi stramiliardari che speculano guadagnando nel mercato italiano e poi reinvestono gli utili creando lavoro ed infrastrutture all’estero, il tutto solo per via della tassazione più bassa.
    Tutti uguali questi grandi industriali, sempre alla ricerca del massimo profitto.
    Il vero made in Italy, quello fatto dalle maestranze italiane nelle fabbriche sul territorio italiano sta morendo per colpa loro e di queste loro strategie che vanno avanti da 15 anni.
    Come si prospetta un minimo di crisi e come vendono scendere i loro guadagni da 10 a 9, subito a mettere la gente in cassa integrazione e a decentrare la produzione verso paradisi fiscali o verso paesi dove il lavoro viene inteso come una schiavitù, come Cina, India, paesi del’est europa.
    Confindustria dei miei stivali, la crisi e l’impoverimento degli italiani è cominciata anche grazie a voi.
    Fermatevi a pensare al settore industriale che avete ereditato daila generazione dei nostri nonni, e pensate al settore industriale italiano che lascerete alle future generazioni.
    Fatevelo dire, siete proprio gente di bassa lega, avete tradito la nazionem, la patria e il popolo italiano, al pari dei politici degli ultimi 20anni.

    • Trasea Peto says:

      Non ho soldi per comprare i prodotti Gucci e comunque poco me ne importa dell’alta moda, ma lo Stato italiano ha la tassazione più alta d’Europa, qualunque Stato ha tasse più basse. Il 68,5% di tasse è da inferno fiscale.

      • gianluca says:

        Mi scusi, ma non è tanto importante se uno vuol comprare prodotti Gucci o cosa, ma la notizia sta nel fatto che un investimento da decine di milioni di euro, con relativo lavoro per molte persone, emigra ancora una volta, e giustamente, in Canton Ticino. Cerchiamo di non guardare la pagliuzza personale e guardiamo la trave invece.
        glm

        • Trasea Peto says:

          Devo essermi spiegato male. Fa bene Gucci a trasferirsi in Svizzera per sfuggire all’usuraio italico.

        • Anonimo says:

          Ma emigra giustamente che cosa?
          Non ti rendi conto di quello che dici.
          Prendi l’esempio della Fiat, non perchè Gucci sia dameno, ma la Fiat è più lampante come esempio.
          Bene, la Fiat per 40 ani è sempre ricorsa agli aiuti di stato. Appena gli introiti passavano da 10 a 8, non ci pensavano due volte a mettere in cassa interazione migliaia di persone.
          Qei soldi li metteva lo stato, stampando moneta e creando debito pubblico che ricade sulle spalle della popolazione, il tutto affinchè la fiat potesse continuare d essere una azienda florida.
          Ora L’Italia non può più permettersi queste pratiche.
          E questi grandi industriali cosa fanno? scappano all’estero?
          Benissimo, si accomodino, possono far quello che vogliono, ma per me restano dei traditori della nazione e del popolo.
          Sono 15 anni che fanno così.
          Decentrano tutta la produzione all’estero. Hanno ereditato dai nostri nonni un comprato Industriale Italiano famoso in tutto il mondo per il made in Italy, quello vero fatto da maestranze italiane su territorio italiano.
          Questi sciagurati invece hanno preso tutto questo, togliendolo agli italiani, impoverendo tutto il settore manufatturiero dell’italia e di conseguenza impoverendo di fatto tutta la popolazione.
          E per cosa? per inseguire il massimo guadagno possibile?
          Te lo ripeto, sono dei bastardi traditori del popolo e della Nazione.
          Devono sparire loro e i loro conti miliardari all’estero nei paradisi fiscali.
          Speculi in Italia e depositi e investi nel canton Ticino…..ma muori piuttosto te, le tue fabbriche e i tuoi conti in svizzera o alle Cayman.
          Come quell’altro fantoccio cocainomane di Briatore che vuol chiudere i suoi locali per aprirli all’estero.

          Gianluca e Trasea Pietro svegliatevi belli miei, qiuesti sono solo traditori della nazione che non meritano niente, neanche la vostra comprensione.

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