Alternativa per l’Europa, una Confederazione Europea

di MARCELLO CAROTI

Sta nascendo un nuovo partito in Germania, Alternativa per la Germania, che viene definito euroscettico dai benpensanti anche se i suoi fondatori non sono affatto scettici, sono convintissimi che la nostra unione monetaria non funziona. Nel loro messaggio e nelle loro argomentazioni non c’è la più pallida ombra di scetti¬ cismo, sono sicurissimi. Purtroppo noi non conosciamo il tedesco e dobbiamo affidarci a quello che si trova sui media italiani o inglesi che sono strapieni di polemiche e dedicano poco spazio a una analisi accurata. Comunque, da quello che ci sembra di capire, non offrono un’alternativa valida per l’Europa e quindi (necessariamente) neanche per la Germania. Chi vi scrive è sempre stato un europeista entusiasta. Quando avevo 16 anni ho fatto il giro d’Europa in autostop e al mio ritorno a casa avevo un sacchetto pesantissimo pieno di tutte le monete europee perché alla frontiera cambiano solamente le banconote e non le monete, quindi dovevo tenermi tutte le monete del paese che stavo lasciando. In quel sacchetto c’erano scellini austriaci, franchi svizzeri, marchi tedeschi, franchi belgi, sterline inglesi, franchi francesi e peseta spagnole oltre, naturalmente, alle monete italiane. Dopo aver fatto il conto di quanto mi erano costati tutti i cambi che avevo dovuto fare, nessuno più di me poteva essere convinto della necessità di un’unione monetaria. Oggi potete immaginare con quanta tristezza stia osservando il disastro che è sotto ai nostri occhi.

Una qualunque persona che abbia un po’ di cervello non può non chiedersi come si sia potuto arrivare a questo punto: è ovvio che qualcosa è andato male, molto male. Sia la stampa che la televisione sono piene di accuse ove tutti puntano il dito su qualcun altro ma noi non abbiamo visto nessuna analisi ove si indichi con chiarezza gli errori commessi nel progettare e disegnare questa unione. Questo nostro articolo vuole esaminare cosa c’è di geneticamente sbagliato nell’unione ma, soprattutto, vogliamo dire cosa altro si sarebbe dovuto fare per avere un’unione funzionante. In queste pagine vogliamo spiegare perché questo Euro è un’idiozia e perché cercare di farlo funzionare è una guerra persa. Quando si iniziò a parlare dell’Euro, oltre agli entusiasti (come me), vi erano non pochi commenti nella stampa che esprimevano seri dubbi circa la fattibilità del progetto. L’argomento principale era che una sola moneta non avrebbe consentito di gestire una politica monetaria adatta a tutti i membri del club. Secondo questi economisti, la banca centrale europea non avrebbe potuto fissare il tasso di sconto a un livello adatto sia ai paesi con una economia e una situazione finanziaria solida, che avrebbero richiesto una politica monetaria più restrittiva con tassi di interesse più alti, sia ai paesi con economia debole e uno stato oberato da alti livelli di debito pubblico che invece avrebbero richiesto una politica monetaria più espansiva con tassi di interesse più bassi.

Questi dubbi erano sensati ma furono ignorati dalle autorità europee e non impedirono che si proseguisse nel progetto dell’unione. Io penso con ragione. Infatti è facile osservare che tutti i grandi paesi, Stati Uniti, Cina, Brasile, Russia, eccetera, hanno al loro interno regioni con situazioni economico-sociali molto diverse e questo non gli ha impedito di stare assieme. Nessuno stato americano ha mai espresso dubbi sulla moneta unica americana chiedendo di uscire dall’unione per poter fare una politica monetaria diversa. Queste differenze nella situazione economica dei vari stati sono sicuramente un problema, ma questo è gestibile ed è compensato dal notevole vantaggio di appartenere ad una grande zona economica servita da una sola moneta. Non era questo il problema. I veri problemi furono completamente ignorati, chi vi scrive non ne ha mai sentito parlare ed è per questo che si è deciso a scrivere questo articolo. Nell’esaminare quali sono i veri problemi che pesano tra il successo e il fallimento di una unione monetaria dobbiamo distinguere tra i problemi genetici dell’Euro, che lo renderanno un fallimento a prescindere dalla buona o cattiva volontà dei paesi aderenti, e i problemi specifici dell’Italia che ha portato nell’unione una situazione particolarmente difficile che è specifica del nostro paese.

Quando hanno pensato all’Euro le autorità europee non hanno previsto il fallimento (default) degli enti pubblici europei: stati, regioni, province, comuni, eccetera. Non mondo ove vive che vi scrive, c’è una sola entità che non va mai fallita: il Padreterno. La realtà, su questo pianeta, è che tutte le entità che possono fare debiti possono andare fallite e inoltre, sempre su questo pianeta, tutto ciò che può succedere prima o poi succederà. Lo stato federale americano ha previsto una legislazione per gestire queste situazioni che richiedono leggi molto diverse rispetto al fallimento delle società private: il Capitolo 9. E’ normale in America che stati, contee o città facciano ricorso al Capitolo 9 per essere protetti dai loro creditori. L’approccio mentale degli europei a questi problemi è stupefacente. E’ una facile osservazione notare che nei loro 150 anni di vita la Grecia è fallita 8 volte e l’Italia 3 (o 4 non ricordo); cioè si sono trovate, più volte, in tali difficoltà finanziarie che non hanno pagato i loro debiti. Tutti i paesi europei, nelle loro storia secolare, hanno fatto default una o più volte ma questa amnesia degli europei è ancor più sbalorditiva se si considera che entrando nell’Euro si aumentava a dismisura la probabilità di un fallimento di quei paesi che erano abituati a svalutare le proprie monete. A questo punto dobbiamo chiarire ai nostri lettori che il “default”, fallimento, non è semplicemente “uno che non paga”. E’ una procedura giudiziaria, regolata da leggi e normative, amministrata da tribunali e giudici appositamente nominati ed eseguita da professionisti appositamente addestrati. Si chiude con una sentenza che vincola tutti gli attori (creditori e debitori) e, molto importante nel nostro caso, viene riconosciuta da tutti gli stati nel caso alcuni di questi attori siano entità di un altro stato. Altro elemento da tenere presente è che, nel caso di stati sovrani, non esiste una procedura di fallimento vera e propria perché non esiste un ente sovrannazionale che la amministri, ma è regolato da convenzioni ed accordi internazionali. Se il lettore pensa che questo consente allo stato italiano di fare quello che gli pare (tanto non possono pignorarci il Colosseo) se lo tolga dalla testa. Il fallimento di stati sovrani provoca comunque un contenzioso che va avanti per anni a costi molto elevati. Quanto sopra è per mandare un avviso agli europei: non fate i pazzi, può costare molto caro. Ma il problema è che la pazzia oramai è stata fatta: l’euro ha tolto ai paesi europei la possibilità di stampare valuta senza dar loro la possibilità, in caso di default, di essere protetti dai propri creditori per mezzo di una procedura di fallimento amministrata a livello europeo. Che pazzia! Inoltre, quando vari soggetti si costituiscono in una associazione ove mettono assieme tutti i loro averi e tutti i loro debiti, è pratica corrente (a meno che gli attori non siano completamente pazzi) che alcuni professionisti che godono della fiducia di questi attori, facciano l’inventario dei loro averi e, soprattutto, dei loro debiti. Anche questo gli europei non l’hanno fatto. Non è stato costituito, iniziando qualche anno prima dell’euro, un ente e una procedura che controlli e certifichi i debiti di tutte le amministrazioni pubbliche europee consolidandole a livello nazionale; ci si è fidati di quello che “si sapeva” e questo ha consentito all’Italia e alla Grecia di mentire, imbrogliare, nascondere con manovre finanziarie oscure e pericolose la loro pessima situazione finanziaria. Così sono riusciti a entrare: tutti questi imbrogli per arrivare a vincere… una colossale fregatura. Questo è il prezzo della vanità! Ma la fregatura se l’è presa tutta l’Europa e se l’è meritata.

Un piccolo tocco di grottesco è stato aggiunto a questo quadretto quando gli europei hanno denunciato le agenzie di rating per non averli avvisati. Dopo di questo gli europei hanno raggiunto un picco di idiozia quando hanno proposto di costituire un’agenzia di rating europea sotto il controllo di Bruxelles. Questa proposta è idiota perché non c’è alcun bisogno di agenzie di rating per sapere il rischio che si corre ad acquistare debito europeo. Se l’Europa avesse questo ente di certificazione che tenesse costantemente aggiornata la situazione debitoria di tutti gli enti pubblici europei consolidandola a livello nazionale e pubblicandola, un qualunque risparmiatore potrebbe sapere il rischio che corre semplicemente guardando il tasso di interesse effettivo di ciascun titolo perché nessuna entità umana può dare un giudizio migliore dei mercati ben informati. Meglio dei mercati ben informati c’è solo il Padreterno.

L’ultima mancanza degli europei è stata non aver centralizzato presso la banca centrale europea tutte le funzioni di sorveglianza di tutte le banche europee prima di lanciare l’Euro. E’ semplicemente logico che in presenza di una moneta comune tutte le funzioni di sorveglianza delle banche devono essere eseguite da un solo ente europeo e in base a una sola normativa europea. Infatti è successa una cosa prevedibile e cioè gli stati in crisi hanno cercato di scaricare sulle banche i loro problemi finanziari obbligandole a comprare i loro titoli, in questo modo hanno messo in pericolo la solidità delle banche e hanno drenato i finanziamenti dall’economia produttiva aggravando la crisi. C’era da aspettarselo, i governi disperati fanno cose disperate: questa è una ricetta per un disastro finanziario di dimensioni storiche.

Oggi l’Europa sta cercando, molto in ritardo, di accordarsi per affidare alla BCE queste funzioni di sorveglianza ma è molto improbabile che gli europei riescano a mettere in piedi questo ente con relativa normativa nel bel mezzo di questa crisi perché a questo punto i “patrioti” si sono irrigiditi e non vogliono mollare questa fetta di sovranità. Ma che senso ha cedere la propria valuta e rifiutarsi di cedere il controllo delle banche? Ha senso se considerate che cedendo il controllo delle banche la “politica” perde la possibilità di “governare” tutto il settore finanziario, una perdita dolorosissima, altro che orgoglio nazionale! E’ un fatto tristemente noto che il patriottismo è l’ultima rifugio delle canaglie come si può vedere in questi 150 anni di Italia, dal Banco di Roma all’MPS. Questo è lo stato dell’arte in Europa! Triste,vero? Se la genesi dell’Euro è stata idiota, la reazione degli europei ai problemi che ne sono seguiti non è stata migliore. A nessuno è venuto in mente di analizzare le origini dell’euro per tentare di comprendere le cause del disastro: evidentemente i nostri eurocrati non vogliono neanche contemplare la possibilità che loro si possano sbagliare. Tutti hanno dato la colpa a qualcun altro e spesso con ragione ma è inutile dare la colpa a qualcuno quando si usa uno strumento strutturalmente viziato.

Noi qui preferiamo analizzare una certa evoluzione di pensiero che si sta affermando in Europa. Ogni tanto sentite dire che “c’è bisogno di più Europa!”. Questi slogan servono a nascondere l’incapacità degli europei di comprendere il problema che dovrebbero risolvere e a mascherare un progetto demente che vorrebbe costringere i paesi finanziariamente solidi a finanziare i paesi finanziariamente deboli. Vorrebbero mettere in piedi una struttura che possa forzare un sistematico trasferimento di ricchezza verso i paesi ladri e spreconi. Questo è chiamato “solidarietà” e, incredibile ma vero, gli eurocrati pretendono essere questo il “federalismo”. In poche parole, il modello verso il quale l’Europa vorrebbe avviarsi è il Modello Italia, perché questa è la struttura della repubblica italiana. Per le persone sane di mente questa non è solidarietà, questo è un sistema per allevare popoli di parassiti cronici. Nonostante il disastro prodotto dal “modello Italia” in Italia (gli psichiatri dicono che è proprio per questo) gli eurocrati pretendono essere questa la giustificazione profonda dell’Unione Europea, questo è il vero scopo del federalismo: aiutare i più “deboli”! Per le persone sane di mente questa è l’etica dei pervertiti. Questo (la cosiddetta “solidarietà”) è un problema culturale ed etico che è stato prodotto da duemila anni di cristianesimo e quindi non è facile da affrontare e molto difficile da curare, comunque, come potete vedere non è una patologia specifica degli italiani. Non ho parole per esprimere il senso di angoscia nel vedere che l’Europa, non solo non spinge l’Italia sulla strada del buon governo ma, addirittura, la vuole imitare. Se questi sono gli amici, a cosa servono i nemici?

Un altro elemento particolarmente offensivo è il pretendere che questa struttura sia la realizzazione del federalismo. E’ esattamente il contrario. Il federalismo è un’organizzazione politicoamministrativa, uno sviluppo culturale, una convinzione etica che consente a popoli simili ma con alcune differenze esistenziali di associarsi in una struttura statale senza perdere la propria individualità e senza rinunciare alla ricerca e sperimentazione di formule proprie di buon governo. Per fare questo è indispensabile che ognuno sopporti le conseguenze delle proprie azioni. In una struttura federale ogni livello politico-amministrativo deve avere una capacità impositiva compatibile con le funzioni che deve servire e deve avere una certa autonomia nella ricerca dei metodi di governo in modo che ognuno possa sperimentare politiche diverse. E’ ovvio che questo comporta che alcune di queste entità possano andare fallite, cioè si trovino nella impossibilità di rimborsare i debiti contratti. E’ quindi indispensabile che sia costituita una procedura per gestire queste evenienze in modo che il costo di questo fallimento cada interamente sull’entità che è andata fallita e sui suoi creditori, non sui contribuenti delle altre entità. Sono necessarie leggi e tribunali che regolino queste procedure, ma è innanzitutto indispensabile che l’Unione Europea si dia delle regole ferree e inequivocabili che proibiscano di scaricare i problemi finanziari di una qualunque entità politico-amministrativa sulla comunità o sugli altri stati: una costituzione federale. Questa costituzione deve stabilire con chiarezza la divisione dei poteri tra la Confederazione e gli Stati in modo da dare un potere il più ampio possibile agli Stati per consentirgli di sperimentare politiche economiche differenti e in special modo la tassazione e l’organizzazione del lavoro. E’ necessario uno sviluppo culturale per far capire alla gente che il successo di una economia è il risultato di un sistema complesso di leggi, ove tassazione e lavoro sono una parte, che devono essere adattate al singolo paese e solo il tempo può dire quale è il migliore. Solo una autonomia degli Stati può dar luogo a una competizione che è l’anima del progresso. Questo è esattamente l’opposto di quello che oggi è chiamata “integrazione”. Una convinzione etica è necessaria per far in modo che i popoli accettino le regole del gioco, in particolare, che non pretendano che qualcun altro paghi per i loro sbagli. E’ necessaria una nuova definizione di “solidarietà” in modo che i popoli accettino le conseguenze dei loro fallimenti. In altre parole, l’Europa deve abolire quella schifezza che chiamano “solidarietà”. L’Europa questo non lo ha fatto prima di lanciare l’Euro. Sembra che, in un delirio di onnipotenza, gli eurocrati abbiano deciso che con l’Euro nessun paese europeo potrà più fallire perché loro farebbero intervenire la “solidarietà” e questo paese sarebbe salvo.

Di fatto la Grecia è andata fallita e lo ha fatto malamente attraverso decisioni “politiche” al di fuori della legge perché non c’è alcuna legge; e così gli eurocrati pensano si possa andare avanti. Velleitario, irresponsabile, idiota. In effetti la Merkel avrebbe suggerito che tutti i paesi Euro debbano sottoporre i propri bilanci a un qualche sciamano europeo che, essendo dotato di poteri magici, dovrebbe approvare o meno i bilanci in modo che nessuno andrebbe più fallito. Questa proposta è umiliante per quanto è stupida; avete mai visto un paese di 400 milioni di abitanti gestito in questo modo? Siamo al delirio! Questo è quello che ci si può aspettare da una brava signora allevata nella Germania comunista. Sembra che l’Europa sia avviata verso un nuovo statalismo/dirigismo ottuso, arrogante e ignorante solamente per salvare l’Euro. Questo dirigismo si nasconde dietro un altro slogan tanto amato dagli eurocrati: “integrazione”. Con questa parola magica Bruxelles vorrebbe imporre a tutti gli europei le stesse regole su tutto ciò che concerne l’economia e in futuro su tutto. Da un lato questo è un omaggio a quella ossessione maniacale di voler far diventare tutti uguali e dall’altro è uno strumento per consentire agli stati di poter spennare i propri contribuenti in tutta tranquillità e senza confronti imbarazzanti con i propri vicini.

Questa “integrazione” è la negazione della libertà e dell’ingegno perché impedisce agli stati di sperimentare formule diverse di governo che è esattamente lo spirito del federalismo. Con l’adozione dell’Euro è successo che i popoli hanno dato un’occhiata al proprio vicino e hanno visto quanto costava a loro la vita e si sono chiesti: ma perché io devo pagare di più? E’ quindi indispensabile correre ai ripari con la “integrazione” perché quando tutti saranno “uguali” tutti saranno “felici”. Giusto? Noi pensiamo che questo nuovo statalismo/dirigismo non salverà comunque l’Euro perché questa cosiddetta “solidarietà” non può durare a lungo in Europa. In Italia è durata così tanto per due caratteristiche tipiche dell’animo italiano: un feroce nazionalismo e una cultura catto-comunista fradicia. In Europa non esiste un nazionalismo europeo e la cultura dominante in Europa, che si potrebbe definire cristiano-progressista, è molto meno opprimente e paralizzante del cattocomunismo. Non pensiamo che i paesi nordici siano disposti a dissanguarsi né che i paesi meridionali siano disposti a sopportare il degrado delle loro economie e ridursi a fare i terroni dell’Europa tirando a campare con la “solidarietà” dei nordici.

I paesi meridionali sono fortemente nazionalisti e orgogliosi e i nordici sono molto attenti al denaro e ai propri diritti: entrambi non accetteranno questa situazione per molto tempo. Il dramma che vediamo in questa evoluzione del pensiero europeo è che non solo non salverà l’Unione Monetaria ma distruggerà l’Unione Europea. L’Euro è una follia che questa Unione Europea non si poteva permettere perché non è partito da una struttura confederale già costituita e collaudata.

Abbiamo esaminato i problemi “tecnici” che hanno provocato questo disastro, ora dobbiamo analizzare le cause profonde, che risiedono nell’animo degli europei, per capire come è stato possibile che un popolo sicuramente intelligente e progredito abbia potuto fare una simile assurdità. Il problema di fondo è l’ostilità degli europei verso il federalismo. Uno dei problemi è che gli europei sono gli eredi di Napoleone e del Kaiser: loro adorano comandare, ordinare, progettare, decidere. Detestano e diffidano nel loro intimo di un sistema che lascia alle realtà locali l’iniziativa e la possibilità di cercare per conto proprio una migliore formula di governo: “Dove andremo a finire con tutta questa libbertà!” Un altro problema è che gli europei sono vittime di una cultura cristiano-progressista che considera anatema un sistema che automaticamente premia i migliori e penalizza i peggiori fino al fallimento. E’ una cultura che aborrisce le differenze e ha un culto religioso per un governo che faccia diventare tutti uguali. In fondo loro disprezzano la ricerca del benessere e del successo economico, loro detestano il danaro: “lo sterco del demonio!”. A questa ostilità emotiva va aggiunta l’incapacità intellettuale di capire che un sistema federale, mettendo in competizione i vari stati consente di imitare i migliori con enorme vantaggio per tutti. I paesi falliti si possono riprendere e conquistare anche loro un posto al sole. E’ una cultura sostanzialmente pessimista perché, di fronte a un’occasione per competere con gli altri, ha paura di finire dalla parte del perdente anziché essere entusiasta di cimentarsi perché gli piace competere e spera nel successo. In poche parole: hanno paura della libertà. Noi qui non vogliamo negare che sistemi dirigisti o statalisti hanno avuto, in certe circostanze, dei notevoli successi. Ma in questa circostanza, una Unione Europea, solo una struttura confederale può funzionare.

Decine di paesi che sono stati indipendenti e sovrani da secoli non possono essere impacchettati in una struttura dirigista o statalista: non può funzionare. Questa Unione Europea sfugge a qualunque definizione, non è una confederazione, non è una federazione, non è un’alleanza, non è una libera associazione, ma cos’è? Purtroppo è iniziata malamente senza un progetto di confederazione perché i paesi aderenti non avrebbero accettato un programma che avesse previsto una sostanziale perdita di sovranità e così, alla fine dopo 50 anni, hanno messo assieme un’unione talmente impicciona, oppressiva e liberticida che nessuna confederazione avrebbe mai prodotto. L’Unione Europea è iniziata perché gli europei vi hanno contribuito con un enorme capitale politico di “buona volontà”. Di fronte alla tragedia delle due guerre mondiali hanno trovato la forza per iniziare un percorso verso un’unione che eliminasse per sempre la possibilità di una guerra. Per avere un’idea di quanta “buona volontà” fosse necessaria considerate che questo non è mai stato fatto in tutta la storia dell’umanità. Pensate, nessuno lo ha mai fatto prima di noi!

Purtroppo la buona volontà non è sufficiente, è indispensabile anche un poco di cervello e gli europei questo cervello non ce l’hanno e non sono riusciti a selezionare una classe politica sufficientemente evoluta da comprendere il federalismo. Quello che sta succedendo è che questi eurocrati stanno distruggendo l’enorme capitale politico di “buona volontà” degli europei e non sarà facile ricostruirlo se non ci avviamo sulla strada giusta. Oggi gli europei temono per il proprio futuro perché iniziano a percepire che questa unione non funziona anche se non hanno la più pallida idea del perché. La delusione e la sfiducia che stanno penetrando nell’opinione pubblica è più che comprensibile: sognavamo un robusto cavallo da lavoro e quello che oggi abbiamo sotto i nostri occhi è una balena spiaggiata. E’ evidente che l’unione scricchiola e sta perdendo consensi: un fatto tristissimo. Purtroppo nessuno in Europa ha riflettuto su quanto successo per analizzare le cause del disastro e quindi non esiste alcuna voce che reclami un federalismo.

Eppure nel bel mezzo dell’Europa c’è un paese ove la confederazione è stata sperimentata con un notevole successo: la Svizzera. Pensate che funziona da mille anni nonostante si trovi nel centro dell’Europa, una posizione decisamente pericolosa. Possibile che a nessuno sia venuto in mente di studiarla e imparare? Le uniche voci che si levano contro l’Unione Monetaria lo fanno per chiedere di uscire (o far uscire qualcun altro). Questa è una follia, uscire per fare cosa? Se non si è compresa la causa del disastro, a cosa serve uscire? Si pensa forse di tornare a vent’anni fa e riprendere il serpentone monetario? O addirittura tornare a cinquant’anni fa per ritrovarci tutti da soli? Chi propone di uscire dovrebbe dirci quale nuova forma di Unione si dovrebbe costruire dopo essere “usciti”.

Il fior fiore della intellighenzia economica mondiale sta versando fiumi d’inchiostro per proporre il metodo migliore per uscire o far uscire gli indesiderati, ma nessuno ci dice per poi fare cosa. Soprattutto è necessario essere onesti e dichiarare se, dopo questo disastro dell’Euro, l’Europa dovrebbe rinunciare per sempre ad una moneta comune oppure se pensano che si potrebbe fare un altro tentativo, e se si, come. Una situazione particolarmente dolorosa per un europeista è quella che si è creata in Inghilterra. Un partito antieuropeista, UKIP, si sta battendo da anni per far uscire il paese dall’Unione Europea e il suo obbiettivo dichiarato è di ritornare a essere un paese indipendente e sovrano senza alcun legame istituzionale con altri paesi europei. Dopo aver constatato che queste idee stanno penetrando nell’opinione pubblica inglese, il governo conservatore ha deciso un referendum popolare se uscire o meno dall’Unione ma, prima di questo referendum, il governo inglese conta di ottenere da Bruxelles di pagare meno tasse (una cifra comunque irrilevante) e di essere alleggerito da alcune normative europee che opprimono le aziende. Ammesso che Bruxelles accetti, cosa avrebbero risolto con questo? E’ solo un trucco politico per bloccare l’avanzata di UKIP. Questo è lo stato dell’arte del dibattito politico in Inghilterra che è molto triste se consideriamo che il Federalismo è un’invenzione della civiltà anglosassone e quindi non possiamo non chiederci perché nessuno in Inghilterra non proponga di lanciare una nuova unione basata su principi federalisti piuttosto che andarsene e tornare da soli.

In un istante l’Inghilterra passerebbe dall’essere il rompiscatole dell’Unione ad essere un leader. Ci rendiamo conto che è molto poco probabile che l’Europa accetti una Confederazione Europea e a quel punto all’Inghilterra non resterebbe altro da fare che andarsene perché è meglio tornare a stare da soli che restare nel ventre di una balena spiaggiata. Ma questo è un tentativo che deve essere fatto perché la posta in gioco è talmente alta che vale la pena di fare un qualunque tentativo. Purtroppo questo dibattito è viziato dal fatto che oggi la sola forza che tiene assieme questa unione è la paura di uscire. Infatti il dramma di questa unione è che lasciarla è complicato e comunque molto traumatico: un salto nel buio che fa paura perché l’Euro è una trappola gigantesca da dove è molto difficile uscire.

A questo punto non resta che suggerire come uscire da questa impasse nel modo meno traumatico possibile ma non per ritrovarci da soli, l’uscita deve essere finalizzata a realizzare una nuova unione perché l’Europa deve avere un’alternativa. Immaginiamo per un attimo l’Utopia, cioè che gli europei siano diventati svizzeri, abbiano recepito i principi etici che sono alla base di un’organizzazione confederata e si siano ripuliti della loro “solidarietà” (non è proibito sognare). I paesi tripla A escono da questa unione e iniziano un nucleo di Confederazione Europea con un’altra valuta, l’Euro 2.0 e una Banca Nazionale con tutti i poteri necessari. Sono i paesi solidi che devono lasciare questa unione, non i deboli. L’uscita dei paesi forti non provoca l’effetto domino e loro possono permettersi il costo del cambio di valuta e possono affrontare l’inevitabile rivalutazione con relativa perdita di competitività. L’Euro si svaluta sensibilmente e consente ai paesi lazzaroni di rimettere in sesto le proprie finanze; col tempo, quando saranno maturi, potranno entrare nella Confederazione Europea che sarà pur sempre una decisione politica ma sarà fatta nella completa trasparenza e sarà inutile imbrogliare. Se la Confederazione funziona con i principi esposti in questo articolo, un eventuale imbroglio sarebbe immediatamente avvertito dai mercati e questo paese andrebbe fallito velocemente. L’utilità di una struttura confederata è che elimina l’arbitrio delle decisioni “politiche”. Non esiste altro metodo o altra struttura che possa obbligare tutti i paesi a cambiare vita, è una evoluzione che avviene nello spazio di una o più generazioni e deve essere forzata da una struttura che non consenta di deviare dalla retta via.

La situazione dell’Italia è così speciale che necessita di un discorso a parte. Un anno fa, un bell’articolo su Der Spiegel ci ha informato di come il governo Prodi abbia imbrogliato falsificando i dati di bilancio italiani per “convincere” il cancelliere Kohl che l’Italia si stava avviando sulla retta via. Nonostante l’imbroglio fosse palese, per dei motivi che non conosciamo, il cancelliere decise comunque di far entrare l’Italia nell’Euro regalandoci così una colossale fregatura. Il problema dell’ingresso dell’Italia era comunque impostato male perché non solo la situazione finanziaria del paese non consentiva di entrare nell’Euro ma la stessa struttura del paese era, ed è, incompatibile con una moneta comune. E’ un fatto che al momento di entrare nell’Euro l’Italia era arrivata a essere l’ottavo paese esportatore al mondo, un successo strabiliante che è stato ottenuto con la sistematica svalutazione della lira. Il punto è che questo successo non sarebbe stato possibile altrimenti. Questo è dovuto essenzialmente a due problemi strutturali dell’Italia: una cultura catto-comunista grottesca e un meridione rapace. La repubblica italiana è riuscita a mantenere il paese unito, sia da un punto di vista sociale che geografico, grazie a un sistematico trasferimento di ricchezza tra le classi sociali e le regioni; interrompere questo trasferimento avrebbe implicato la frattura del paese. Con l’entrata nell’Euro il declino dell’Italia era inevitabile. Il problema dell’Italia è che, a prescindere dal fatto che l’Euro sia più o meno un’idiozia, questo paese non può partecipare a nessuna unione monetaria. Anche in questo caso, se l’Europa avesse avuto una struttura confederale, sarebbe stato possibile far entrare l’Italia, o meglio, due o tre macroregioni italiane, in un’unione monetaria in tempi diversi. Ci rendiamo conto che tutto questo è utopistico, gli europei non riusciranno a liberarsi dalla loro lurida “solidarietà”. Noi comunque speriamo che gli europei riflettano su quanto scritto perché non c’è un’altra soluzione ai nostri problemi: solo una Confederazione Europea può darci una unione che duri nel tempo.

Alternative for Europe, a European Confederation (IN INGLESE)

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4 Comments

  1. Castagno12 says:

    Beati tutti voi che in un momento drammatico come questo, trovate la voglia e, soprattutto il tempo per disquisire, analizzare, ipotizzare e, concludere niente.

    Cercate di capiire che, una Europa dei popoli, una Europa federale sarebbe soltanto una Ue IN MASCHERA.

    Perchè, nell’attuale contesto, non sarebbe possibile ottenere (dico ottenere perchè siamo agli ordini, alle dipendenze) nulla di diverso.

    E non pensate di poter decidere voi qualcosa di buono in maniera autonoma.

    Le uniche cose possibili da fare sono:

    1) Togliere forza al Sistema, smettendo di finanziarlo spontameamente, per vostra libera scelta:vedi l’uso della carta di credito e l’acquisto di asset finanziari emessi dallo Stato

    2) Unirsi ai Movimenti e ai Partiti europei che vogliono uscire dall’Ue e dall’€uro.
    Fare gruppo, fare massa perchè sarebbe inutile ed imprudente andare sotto uno alla volta.

    Tuttto il resto costituisce chiacchiere e passatempo (si fa per dire).

    Come potete pensare che ciò che avete scritto possa essere preso in esame, in considerazione da Lorsignori ?

    Le parole non servono, BISOGNA INFORMARE E FARE, SOPRATTUTTO FARE.

  2. Sandi Stark says:

    “Sono gli eredi di Napoleone e del Kaiser”

    Quale Kaiser? Entrambi i diretti successori dei paesi di origine dei due Kaiser sono federali e stanno molto bene nella UE attuale. Se cerca tradizioni centraliste deve cercare presso gli eredi dei Re meridionali, non presso gli eredi dei Kaiser. La Germania è una confederazione di vari regni, i cui regnanti portavano la Corona ancora nel 1939. L’Austria è “federale” o meglio autonomista fin dal medioevo.

  3. Schwefelwolf says:

    Caro Caroti,
    devo confessare che ho faticato a seguire il Suo discorso: dipenderà – evidentemente – dal fatto che io, a differenza Sua – non sono mai stato “europeista entusiasta”. Al contrario: devo dire che già da ragazzo quell'”Europa” mi sembrava qualcosa di fasullo e, soprattutto, di antistorico.

    Col tempo quella mia sensazione è andata sempre piú radicandosi, in questo assistita dalle “realtà” che venivano imposte alla mia generazione (e quindi anche a me, classe 1946). Da quando ero ragazzino ho continuato a sentir parlare di “Europa”, ma nessuno ha mai chiesto a me, o alla mia famiglia cosa ne pensasse. Questa “Europa” è nata da una negazione aprioristica delle piú elementari dimensioni democratiche, e questo – a mio avviso – non è stato frutto di casualità.

    Per capirlo si deve risalire alle origini del progetto, si deve tornare al ’45, o meglio al ’46-’48: ai giorni in cui – finita la guerra – si cominciò a riflettere, nelle varie capitali europee (e a Washington) su come affrontare la situazione sortita dalla guerra, con una Germania spezzettata e occupata, l’Armata Rossa sull’Elba, le vecchie potenze europee (Francia & Inghilterra) stremate, i vecchi imperi coloniali avviati alla “ridistribuzione” (cioè: rispartizione fra USA e URSS).

    Chi ancora due anni prima voleva la “ruralizzazione” della Germania aveva nel frattempo cambiato idea: la nuova situazione prendeva atto delle necessità imposte dalla “guerra fredda” e quindi della necessità di una “ricostruzione” della Germania, per integrarla – volente o nolente – nel “fronte” occidentale. Si cominciò con la “Bizona” (fusione delle zone d’occupazione americana ed inglese), mentre la Francia continuava a tentare di mettere le mani sul bacino carbonifero-industriale della Saar e della Ruhr. Per la Saar il gioco riuscí, per la Ruhr venne bloccato dagli inglesi, che ne imposero l'”internazionalizzazione” con il cosiddetto “statuto della Ruhr”, uno statuto (d’occupazione) che estendeva il controllo (e lo sfruttamento per quote) della produzione mineraria e siderurgica della regione ad una gestione congiunta che coinvolgeva – oltre alla Francia – anche gli Stati del Benlux e, parzialmente, anche la Germania occidentale. Con l’ampliamento della “Bizona” a “Trizona” (integrando la zona d’occupazione francese) e la trasformazione della “Trizona” in “Repubblica Federale” integrata (piú o meno a forza) nella compagine occidentale si creò una situazione che generava un problema gravissimo: come tenere sotto controllo una Germania che aveva già dimostrato (nel 1919-1945) cosa sapesse fare quando si rimetteva in piedi. La risposta fu una “riedificazione controllata”, con una rigida integrazione in strutture “occidentali”: lo “Statuto della Ruhr” si trasformò in CECA (Comunità Europea del Carbione e dell’Acciaio). La Germania di Bonn venne “indotta” (contro la grande maggioranza della popolazine) a riarmarsi aderendo alla NATO: rinunciando, ovviamente, ad ogni sovranità militare (l’intera “Bundeswehr” era direttamente subordinata al comando NATO). Il tutto, ovviamente, mantenendo in vigore lo statuto d’occupazione (che – detto al margine – è in certa misura tuttora – 2013 – in vigore). Lord Ismay, primo segretario generale della NATO sintetizzò il concetto in una celebre frase sulle funzioni dell’Alleanza: “„to keep the Americans in, keep the Russians out and keep the Germans down.“ (Cioè: tenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto).
    Con l’allontanarsi della guerra, con la stabilizzazione politica e con la ricostruzione economica si cominciò ad ampliare queste strutture integrandole con una sorta di “unione doganale” chiamata MEC (trattati di Roma): trattati che – a quanto mi risulta – furono firmati dai rispettivi governi, senza alcuna forma di referendum o di consulazione popolare. Quelli di Roma furono, comunque, gli unici della “trafila” europeista che abbiano avuto per tutti i partecipani piú vantaggi che svantaggi. Ma il progetto “politico” non poteva esaurirsi in una proficua Unione Doganale, tanto piú che ben presto cominciarono a presentarsi – inevitabilmente – gli squilibri derivanti dalle diverse potenzialità economiche e industriali. Di conseguenza si tenne tutta una serie di “conferenze” finalizzate a portare avanti il “progetto Europa”: tutte concluse con rinvii al rilancio. Quello che non si era raggiunto in quella conferenza veniva rimandato alla prossima, aggiungedogli ulteriori orpelli ed ampliamenti. Basti ricordare l’infinita discussione sull’introduzione del “voto a maggioranza” e sul diritto di veto. Poi si aggiunsero – come paraventi cosmetici – carrozzoni demagogico-parassitari, come l’Europarlamento. E quando qualcuno ebbe l’ardire di coinvolgere il proprio popolo/elettorato in questo “processo” i risultati furono disastrosi. Ricordiamo la Danimarca, costretta a votare tre volte, fino a quando il popolo accettò di rassegnarsi alla volontà di “qualcuno” che aveva deciso di portarlo in Europa.

    E cosi, risalendo un fiume di demagogia, a bordo di sempre piú costosi e sempre piú pachidermici carrozzoni
    eurocratici, si è continuato per anni a “portare avanti” il “progetto”. Sempre, comunque, mantenendo i presupposti: che la leadership politica restasse – piú o meno ufficiosamente – a Parigi, con una “Germania” che rimaneva quella di Bonn – “un gigante economico, ma un nano politico”, come disse allora Franz Josef Strauß. Ogni altra situazione avrebbe fatto saltare il sistema. Nelle sue memorie Henry Kissinger,parla di un suo incontro con De Gaulle, a Parigi, a fine anni ’60: di fronte all’ipotesi di un ripristino di sovranità nazionale tedesca il presidente francese gli aveva detto: “Sarebbe la guerra”. Stiamo parlando, ripeto, di fine anni ’60!
    Fino al 1989 (e anche dopo) la Germania continuò comunque a fare il possibile per NON recuperare sovranità: gigante economico, nano politico.
    Con l’iniziativa di Gorbaciov, e la sua proposta – accettata dagli americani – di riunificare le due “Germanie” il sistema entrò in crisi: chi non ricorda i tentativi di Mitterrand, della Tatcher (e di Andreotti!) di bloccare quel processo. Costretti a far buon viso a cattivo gioco i Francesi decisero comunque di “arginare” il problema imponendo alcune condizioni, che la maggioranza della popolazione: un parziale mantenimento dello Statuto d’occupazione, l’introduzione di un impegno costituzionale tedesco all’integrazione della Germania nell’Unione Europea ed infine la rinuncia tedesca al marco. Ricordo la frase di Mitterrand: “Noi abbiamo l’atomica, ma i tedeschi hanno il marco”. Ricordo anche l’imbarazzo di Kohl quando si trattò di ritrasferire la capitale a Berlino, in ossequio al dettato del “Grundgesetz”: sembrò quasi che cercasse un modo per lasciarla a Bonn…In fondo Bonn è “a due passi” da Parigi, mentre Berlino è molto piú vicina a Varsavia, che a Parigi.

    Comunque sia: l’idea francese – di incatenare l'”orso tedesco” nella gabbia di una moneta comune – si è rivelata disastrosa – penso per tutti. Tutti – al di fuori dell’Italia – sapevano già allora che il progetto “Euro” non poteva funzionare. E’ stato voluto per motivi politici, in piena e consapevole violazione di ogni buonsenso economico-finanziario. Per “venderla” ai tedeschi Kohl – consapevole di quella follia – dovette garantire loro che l'”euro” sarebbe stato un nuovo “marco”, altrettanto forte. La BCE doveva essere una “Bundesbank” europea, il trattato doveva escludere qualsiasi forma di “trasferimento” di debiti fra Stato e Stato. Era tutto scritto nei trattati. Quello che Kohl dimenticò di dire ai tedeschi fu che Francesi, Italiani, Spagnoli etc. hanno una visione molto diversa dell’applicazione dei trattati, e che in altri Paesi le interpretazioni possono variare da un mese all’altro. Col risultato che adesso, ancora una volta, i tedeschi si ritrovano “colpevoli” di un disastro. Vedremo come andrà a finire…

    Nota conclusiva: NON è vero che negli USA nessuno abbia mai cercato di lasciare l’Unione: gli Stati Confederati lo tentarono, democraticamente, per salvare il proprio sistema economico (agrario/esportatore) dall’imposizione di un sistema diverso (industriale/protezionista) voluto dagli Stati del Nord. Non fu un tentativo fortunato. Sulla base di un’interpretazione abbastanza arbitraria del “trattato dell’Unione” (Federazione o Confederazione?) vennero distrutti e depredati, travolti da un rullo di “terra bruciata”, al punto da non essersi piú veramente ripresi neanche a 150 anni di distanza. Questo a proposito della libertà di “uscire” da “sistemi” ormai consolidati.

    Fermiamo Bruxelles prima che sia troppo tardi – o è già troppo tardi?

  4. Stefano Gamberoni says:

    Interessante, ma la conclusione italica è confusa. La linea di frattura del paese nello scenario di confederazione europea è Marche-Toscana (incluse) e tutte le altre regioni a nord. Ovvero tutte le regioni con un residuo fiscale attivo. (ovvero bilanci pubblici in utile).
    Resta poco chiaro che ne sarebbe dell’ingente debito pubblico italico. Se lo lasci ai paesi euro te lo svalutano e non te lo pagano più. Chi se lo prende? I paesi dell’euro2.0?
    Saluti

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