Agenzia delle Entrate: ecco come ti sistemo il contribuente

di ANGELO PELLICIOLI

Non ci stancheremo mai di dirlo: la burocrazia sopravvive a se stessa alimentandosi con i soldi dei contribuenti, al fine di sopperire ai suoi ingenti costi e sperperi. Così corroborata  riesce pure a disseminare terrorismo fiscale, spesso perpetrando paure e costrizioni ai cittadini medesimi, i quali la mantengono per avere un servizio pronto ed efficace. Servizio sacrosanto e necessario, ma che, spesso,  viene snaturato dal comportamento di taluni burocrati (e sono tanti, sempre di più), sovente incapaci, quanto pretestuosamente saccenti.

Sappiamo benissimo tutti che, con i tempi che corrono, sia l’Agenzia delle Entrate che il suo naturale segugio Equitalia, devono ponderare molto bene i loro atti e quindi controllare in modo particolare il comportamento dei loro dipendenti e collaboratori. E questo al fine di non inasprire ulteriormente una reale situazione in continua ebollizione e, per certi versi, già tragica.  E’ quindi auspicabile che Befera e compagni, incominciando da tutti i loro sottoposti:  dai direttori delle varie sedi regionali e provinciali delle Agenzie delle Entrate a quelli di Equitalia, impartiscano direttive al fine di evitare, sul nascere, qualsiasi possibile o probabile costrizione o vessazione, in capo ai contribuenti.

Eppure, anche in questo periodo in cui tutto, anche un minimo atto o gesto, potrebbe, da un momento all’altro, scoperchiare il pentolone e dar fuoco alle polveri, c’é ancora chi, facendosi scudo della divisa che indossa, o del potere che la burocrazia bieca gli attribuisce, cerca di prevaricare gli altri, con comportamenti pretestuosi, se non addirittura illegittimi. Solo che una volta, sia per dovuto rispetto, o per pura convenienza, o ancora per il quieto vivere, si lasciava correre, forti anche di una situazione economica che ci permetteva di sopportare anche qualche angheria di troppo da parte del fisco sempre più vorace, quanto spendaccione.

Oggi che gli stipendi (quando ci sono) sono ridotti all’osso, che le piccole e medie imprese faticano a trovare le risorse finanziarie per andare avanti, che la produzione industriale cala di brutto, che la disoccupazione è quasi a due cifre di percentuale,  non si è più disposti a perdonare alcunché. Nemmeno il minimo sgarro. Tutto può contribuire a una sollevazione di massa. Niente da fare. Incuranti di tutto ciò, parecchi solerti (si fa per dire) funzionari segugi del fisco italiano non si accontentano di eseguire le verifiche presso le aziende o gli studi professionali con la dovuta serietà e con lo scrupolo proprio di chi compie tali delicati interventi, ma, sovente, pongono in essere atteggiamenti sfrontati e per nulla coerenti con la funzione che svolgono. Si propongono, e si pongono, in verifica fiscale,  con un tono ed un sussiego di chi ha il coltello per il manico e che quindi sa di poter fare il bello ed il cattivo tempo nei confronti dei malcapitati soggetti controllati. Che quasi sempre sono delle piccole medie imprese o dei lavoratori autonomi.

Perché, ci si chiede, quei signori non si pongono in tal modo quando verificano aziende tipo Fiat o Montedison, piuttosto che la grossa società partecipata statale A o B? Perché devono infierire sempre sul malcapitato piccolo contribuente con una perenne sorta di “dagli all’evasore” quando sanno benissimo dove si nasconde la vera e grossa evasione fiscale, in quali settori, in quali regioni ed in quali comparti? Sarà pure un caso, ma ci siamo mai chiesti come mai questi segugi in miniatura, spesso ringalluzziti e prepotenti e per la maggior parte provenienti dal sud Italia, non vengano rispediti a casa loro a controllare (proprio a casa loro) là dove si annida la vera e propria  evasione fiscale, piuttosto che rompere l’anima alle aziende delle regioni a più alto tessuto economico produttivo che, alla fine di tali verifiche, si vedono poi accogliere due ricorsi su tre dalle rispettive Commissioni Tributarie di primo e di secondo grado? C’è un qualcosa che non va!

Ed i loro superiori responsabili cosa fanno? Che controlli hanno su questi “verificatori” ?  Sanno quanto lavorano in termini effettivi, in sede, o in missione pagata con indennità e trasferte?  A questi superburocrati, incominciando dai direttori delle sedi provinciali e su su fino a Befera, gli passa mai per la testa che alle catene di montaggio, piuttosto che nel lavoro a cottimo, spesso non si riesce ad avere il tempo di bere un bicchiere d’acqua o di accedere al bagno?

Siamo alle solite. Da una parte si produce e dall’altra si va al traino. Ma questo sarebbe ancora tollerabile. Quello che non lo è più è che la maggior parte di questi trainati statali viene  rompere l’anima a chi col sudore del suo sacrosanto lavoro permette loro di avere uno stipendio (fisso e ipergarantito). Ma non solo. Spesso, con i loro inconsueti comportamenti, questi segugi del nulla si arrogano anche il diritto di bistrattare o far ammattire chi, in questa situazione, riesce a mala pena a sopravvivere. E che poi, magari, si spara.

Usque tandem?   

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15 Comments

  1. calimandin says:

    Una soluzione potrebbe essere in quel mio commento all’articolo redazionale “Il fisco ci spierà anche sui telefonini”

  2. lelia kita says:

    E’ un articolo che riflette la realtà delle cose………con un titolo significativo ed un’illustrazione divertente…….ma non troppo!!!!!!

  3. Francesco says:

    L’articolo mi piace, ma la parte a proposito degli addenti dell’agenzia delle entrate che sono prevalentemente del sud non tanto. Mi sembra superfluo e anche poco veritiero. Una degli aspetti per il quale mi piace frequentare l’indipendenza è proprio l’idea di guardare oltre i luoghi comuni imposti dallo stato e da tv e giornali classici. Se il messo di equitalia non fosse del sud allora sarebbe del nord, cambierebbe la sostanza? Credo proprio di no. Dare la colpa alla gente del sud, quando è invece la classe politica del sud quella da accusare è quanto mai errato. A chi mi dice “siete voi ad eleggerli!” rispondo che nelle liste elettorali trovi: un mafioso, un mafioso, e un forse mafioso. Chi votare quindi? Ricordiamo inoltre che in zone dove il lavoro scarseggia e dove fare impresa è difficilissimo se non impossibile, quando un dannato politico ti chiede i voti per dare un posticino meschino e statale a tuo figlio allora, purtroppo, per quanto tu possa essere consapevole di quanto sia sbagliato (o il contrario, la cultura ormai intrisa di parassitismo ha assuefatto i tuoi neuroni) allora puoi anche scegliere di soccombere per il bene immediato della tua famiglia, pur sapendo (o non comprendendo affatto) che questo perpetrerà lo stato delle cose.

    • lelia kita says:

      Francesco, tu hai in parte ragione. Ma i dipendenti statali dovrebbero esserte scelti equamente sia al nord che al sud, senza discriminazione alcuna. Devi convenire con me che , fino ad oggi, così non è avvenuto. Ed è proprio questa anomala situazione che ha fatto nascere l’intolleranza dei piccoli imprenditori del nord che si sbattono dalla mattina alla sera, rischiando in proprio, senza godere della garanzia del posto di lavoro e del relativo stipendio. Quanto poi alle aree di effettiva evasione fiscale sono le statistiche che parlano da sole. Quindi è auspicabile che la maggior parte di tali dipendenti pubblici venga utilizzata in tali zone, di maggior evasione fiscale.

      • Francesco says:

        Pur essendo del sud non voglio difendere le ragioni del sud a spada tratta. Questo compito lo lascio a gente che ritengo, ad esser buoni, buffoni, quali Miccichè, Cammarata o Cuffaro.

        Per le assunzioni non ho dati alla mano, ma credo che l’alta percentuale di dipendenti del sud nei posti pubblici sia dovuta, per l’appunto, ad una preferenza per il posto fisso e statale che hanno i cittadini del sud italia, proprio per via del discorso che ho fatto su.Se anche al nord ci fosse stata una carenza storica di lavoro allora credo che anche al nord italia ci sarebbe stata questa tendenza. Invece, visto che lo stipendio statale di un dipendente qualunque non è certo brillante, molti hanno preferito, giustamente scegliere altre strade (ovvero la cultura del parassitismo sociale è stata assai poco sponsorizzata, anche se credo che ci sia una paurosa inversione di tendenza da questo punto di vista). Anche dividendo equamente i posti pubblici fra sud e nord (fatto che credo di per se impossibile, per questioni discriminatorie) non credo affatto che il nord avrebbe avuto un cosi grande amore, comunque, per il posto statale di basso livello e quindi le cose sarebbero rimaste per lo più invariate.

        Anche al sud c’è gente come me che lavora non nell’ambito statale e fa nel suo piccolo impresa, e anche qui ho i così detti rotti da equitalia e l’agenzia delle entrate (e ringrazio siti come questo che mi hanno dato il coraggio di ribellarmi facendomi capire che avevo tutt’altro che torto). L’evasione qui c’è, ma credo che riguardi i pesci piccoli (che fanno bene ad evadere cosi come credo faccia bene ad evadere un imprenditore del nord). Poi c’è quella odiosa e malsana della criminalità organizzata che prolifera proprio in tempo di crisi e contro la quale dovrebbero davvero usare metodi ben più duri e invasivi che invece sono riservati a chi il proprio guadagno lo suda, sia al nord che al sud.

        • lelia kita says:

          E’ stato un boomerang occupare così tanti posti pubblici, perché così facendo i cittadini utenti hanno identificato in loro (burocrati meridionali) i responsabili di tutte le vessazioni ricevute (cartelle pazze, ingiunzioni immotivate, code agli sportelli, perdite di tempo rubate al lavoro e così via). Vessazioni che, invece, nascono da una burocrazia partorita da politici corrotti ed incapaci, sebbene strapagati. Se fossero stati un po’ “più mescolati”, i cittadini utenti avrebbero forse compreso che l’origine di tutti i loro mali proveniva da molto più lontano:

  4. Dan says:

    Stamattina su La Stampa, nelle lettere di specchio dei tempi:

    “«Giovedì mattina, ore 10.45, mercato di Corso Brunelleschi, ben 9 (dico nove) vigili per fermare un pericoloso spacciatore di libri usati, venduti a ben 0,50 euro il pezzo! I fiancheggiatori, verdurieri e titolari di bancarelle regolari, si offrivano di pagare la multa ma, cortesemente inflessibili e professionali, i tutori dell’ordine sequestravano bancarella e libri, nella disperazione angosciante dell’abusivo. Da piccola casalinga ho registrato i commenti degli avventori (casalinghe e pensionati) che spaziavano dal “governo ladro” a “siamo in dittatura”, “se la prendono solo con i poveracci “, “ .. e poi quando hai bisogno dei vigili non arrivano mai”, “devono vergognarsi”, “se usassero la stessa solerzia nei confronti dei delinquenti avremmo il parlamento vuoto e la scomparsa dei manager pubblici”, “bisognerebbe fare la rivoluzione!”.

    «Potrei continuare per qualche pagina, sorgerebbe però il problema del linguaggio, piuttosto pesante, che persone molto indignate usavano, e non sarebbe carino, per una signora, ripetere; meglio lasciare spazio all’immaginazione. Tornando a casa, nella mente aleggiava la canzone “io non mi sento italiano, ma per fortuna, o purtroppo, lo sono”. Nel cuore un macigno di sconforto e tristezza. Povera nostra Patria, depredata, insultata, vilipesa da impuniti mascalzoni e difesa con fermezza da un innocuo venditore abusivo di libri usati!»”

    Allora, capiamoci bene una buona volta. Dalla lettera si capisce che questo gesto è avvenuto in mezzo a decine di persone. Se invece di stare lì ad invocare una fantomatica rivoluzione, avessero acchiappato gli agenti e gentilmente li avessero accompagnati ai margini del mercato con l’invito (almeno la prima volta) di andare altrove, quel poveraccio con i suoi libri usati da 50 centesimi avrebbe potuto portarsi il pane a casa.
    Invece stanno tutti a parlare, stanno ad inveire, ad invocare rivoluzioni risolutive che però non si capisce mai chi dovrebbe iniziarle dal momento che chi viene oppresso si guarda bene dall’agire.
    Certa gente è addirittura convinta che questa rivoluzione dovrebbe partire da un qualche generale peccato che è al quanto difficile sperare in un gesto del genere da un funzionario che si becca ogni anno svariate centinaia di migliaia di euro e di certo non ha bisogno di mettersi a vendere libri usati al mercato.

    • Francesco says:

      Non posso che sottoscrivere però, spero proprio che non si arrivi mai alle mani o peggio, spero proprio che tutti si scelga la via di affamare lo stato piuttosto che dargli motivo e ragione di usare le armi per ribattere alla violenza (sacrosanta) che si scatena dalla disperazione.

      • Dan says:

        Il problema è che lo stato non lo puoi far morire di fame perchè questo ci mette due secondi netti a scrivere una legge ad hoc dove ti porta via tutto.
        Qui è ora che la gente prenda esempio dal, suo malgrado, famoso cane e relativo osso: mascella serrata, denti in vista e pronti a mordere chi cerca di rubare il frutto del proprio lavoro.

        • Francesco says:

          In sardegna hanno organizzato veri gruppi di resistenza. Il risultato? Ad ogni sfratto forzoso arriva anche la polizia (in un caso addirittura 300 poliziotti) a presidiare la zona e, alle 5 del mattino, a buttare fuori i proprietari (fra cui anche un ragazzino invalido), a questo come si risponde? E normale che poi si generi violenza su violenza, perché ad un atto del genere ti vien voglia di rispondere per li rime. No, credo che la cosa migliore sia che nessuno, di coloro che possono, paghi più le tasse che alimentano questo stato ladro e anzi, ancora meglio, che la classe produttrice semplicemente si sposti in un paese civile dove non si è tacciati di essere criminali solo perché si ci azzarda a lavorare.

          • Dan says:

            Lo stato manda 300 poliziotti ? Arrivano 600 persone armate e li spediscono a calci. Lo si vuole capire sì o no che questa è una guerra e vince chi non si risparmia ?
            La verità è che la stragrande maggioranza della gente si culla nella speranza che se la bestia si sazia del proprio vicino, probabilmente li lascerà perdere ma le cose non stanno così, la bestia non è mai sazia anzi ne vuole sempre più.
            O le si chiude la bocca con le cattive o prima o poi si finisce tra le sue fauci e quel giorno si ha voglia a chiedere aiuto, ad inveire contro il mondo che ti non ti aiuta.

    • Antonino Trunfio says:

      Il tempo della parole è finito. E dopo le parole si sa, parlano altri strumenti musicali.

  5. Giovanni says:

    “piuttosto che” non significa “oltre che” a guisa di elenco, ma il suo corretto significato è suppergiù “invece che”. Giornalista, i suoi concetti sono assai condivisibili, ma la prego di non cadere più in questa buccia di banana!
    Con stima.

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