Adria, la città che dà nome ad un mare

di PAOLO L. BERNARDINI

Adria è stata il comune numero 121, la settimana scorsa, ad approvare la legge referendaria. Un lettore di plebiscito2013 ha commentato: “121 è un numero significativo, è lo stesso numero di comuni della provincia di Vicenza, la provincia veneta che ne contiene di più”. Un commento molto significativo. Ma è interessante notare che 120 sono anche stati i dogi di Venezia, e dunque per la storia veneziana il numero 121, sappiamo, ha una valenza particolare. Adria, poi, ha valenza particolarissima, per la sua storia, di ascese e cadute, di picchi e di desolazioni. Adria, una città che dà il nome, come sappiamo, ad un mare, e da secoli e secoli. Non è cosa da poco…

Adria, una città distrutta dall’inondazione del 1951. 84 morti, 200.000 senza tetto. Un “perfetto” prefetto messinese completamente estraneo alla storia (anche idrica) del Polesine, che non prende le decisioni giuste. Un disastro italiano, più che veneto, su cui molto si è scritto. Forse, rileggendo tutto quel che accadde nel 1951, anche altri comuni del Polesine avranno una spinta ulteriore per appoggiare il nostro referendum. Il disastro del 1951 segue, e direi ne rappresenta il culmine, una tradizione di incuria e di saccheggio verso il Polesino cominciata nel 1866, narrata splendidamente da Adolfo Rossi, stigmatizzata da Matteotti, come ebbi modo di scrivere nei miei primi articoli su questo giornale, quasi due anni fa.

E dunque in omaggio ad Adria e al suo coraggioso consiglio comunale vorrei riportare qui una poesia del suo maggior poeta, Luigi Groto. Poeta della seconda metà del Cinquecento, di quel periodo aureo in cui la lingua italiana era la prima d’Europa, teste il Bembo, senza che vi fosse neanche l’idea di creare uno Stato italiano unito che distruggendo tutte le peculiarità di autogoverno dei piccoli stati italiani del tempo, facesse anche scempio della loro magnifica lingua elitaria (trasformandola in un italianese burocratico, uno sconcio televisivo, un’immonda favella degna dell’ultima provincia di un impero del male, qual è l’Italia “unita”); il “cieco di Adria”, quel Groto che va annoverato tra i grandi poeti italiani, proprio perché così fiero della sua tradizione veneta, del suo legame ideale col Bembo, in tempi felici in cui si poteva avere in Veneto precettori napoletani, e a Napoli lavoravano intellettuali veneti, fu figura fondamentale quando c’era una letteratura italiana, ma per fortuna non un’Italia unita che la ricollocasse tra quelle delle province più remote..

Prima, detto in altre parole, che la menzogna dell’Italia “unita” ci rendesse tutti veramente divisi: se non nemici, diffidenti, maledettamente, gli uni degli altri, ignoranti, maledettamente, gli uni degli altri, e ignoranti in generale. Divisa, politicamente divisa, proprio allora l’Italia era veramente unita, ché ogni differenza era rispettata e coltivata, in un legame di cultura solidissimo, a cui ogni legame politico avrebbe inevitabilmente nuociuto. Questo mostro invece nato male nel 1861 e che non si ostina a morire – come tutte le creature infelici che vedono la luce del sole e aspirano ad una vita “normale”, che appunto, però, sono condannate dall’inizio a non aver mai – della letteratura ha fatto strame, in ogni modo, perfino della propria storia letteraria, creando “canoni” assurdi per giustificare perfino letterariamente la propria venuta al mondo. Ma un aborto non lo auspica nessuna levatrice, neanche la più crudele, e certamente i grandi italiani del Rinascimento – in questo mi sento profondamente italiano, e soffro della privazione della mia italianità, umanistica, rinascimentale, e financo barocca ed arcadica, che mi ha imposto l’Itaglia-che-raglia dal 1861 in poi – a quel che venne malamente fuori allora non levarono di certo alcun canto propiziatorio.

Groto cieco figlio della Serenissima e neppur di città, scrive una poesia, e una prosa, luminosissime. E’ tramite tra la tradizione di Seneca, grand-guignol in salsa latina, e Shakespeare: la sua Dalida, pregna delle atmosfere cupe, tutte ferraresi, di Giraldi Cinzio, il padre del dramma europeo moderno, diviene materia ideale per lo Shakespeare diciamo così più splatter (stile Tito Andronico, per intenderci). Belli i tempi in cui Groto poteva confrontarsi con Boccaccio e “correggere” il Decamerone,  e con Petrarca, morto ad Arquà in Veneto da due secoli, e scrivergli lettere. Questa era l’Italia. La sua lingua era già prima al mondo finché il progetto politico-culturale di Richelieu, la creazione nel 1635 della Académie française, non sottrasse all’italiano, con una precisa strategia portata cinicamente fino in fondo, tale primato. E dunque trascrivo qui una sua poesia, la poesia di un uomo cieco dall’età di 8 anni, che sogna la luce, e ne parla, e ne scrive, compiacendosi alla fine che un’eclissi di sole rende il sole stesso per qualche istante cieco come lui.

Luigi Groto, Per l’Ecclisse del Sole:

Specchio del cielo, perché di mesta benda

Velato il dì sì fosco oggi n’adduci?

Perché smarrite e smorte son le luci

Che fan ch’io d’auree fiamme ognor m’accenda?

 

E donde avviene o sol, che hor si contenda,

Chi già t’el diede il lume, onde hor non luci?

Lasso, che a rimembrarlo mi conduci

Perché inferma è colei, che fa, che io splenda…

 

E chi è costei sì illustre e sì serena

Che il lume a senno suo ti nega e presta,

Co’ i lucidi occhi e luminosi sguardi?

 

E’ la più bella che human velo vesta,

Dea, non donna, celeste, non terrena,

Pur chi è Cotesta? E’ quella, per cui ardi.

 

*Versione leggermente ampliata di un intervento pubblicato originariamente su plebiscito2013.eu

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. luigi bandiera says:

    L’italia ha FATTO PEGGIO DEI NAZISTI NEI NOSTRI CONFRONTI.
    Intendo nei confronti di noi VENETI..!

  2. Paolo says:

    Mai saremo uniti, per fortuna. E’ stato un grandissimo errore/orrore l’unità.

Leave a Comment