Alla Svizzera basta il 1° agosto, festa nazionale. Da noi si idolatra lo Stato

timthumbdi AGILULFO

Inizia il mese sacro per le ferie. Arriva a breve Ferragosto. Ma su tutte le altre festività dobbiamo calare un velo pietoso o possiamo dire ancora qualcosa?

Dipendiamo, anche nel tempo libero, dalla crisi e da come i politici hanno deciso di… farcela pagare. Temiamo sempre l’arrivo di lei, della manovra finanziaria lacrime e sangue, una di quelle che fanno la storia, «perché ce lo chiede l’Europa», «perché ce lo chiedono i mercati». E così sia. Sappiamo che cos’è il senso di responsabilità. Sappiamo sin troppo bene che cosa significa sacrificio. In tempi duri, però, si sente il bisogno di stringersi intorno a ciò che conta, dunque, a ciò che si ha davvero in comune. È qui che vien fuori l’anima profonda di un popolo, la fibra nascosta e più pura di una nazione. Quando la nazione c’è, però. Ve lo ricordate il 2011, l’anno del delirio patriottardo? 17 marzo, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno e, a fini di risparmio e aumento della produttività, spazza via le feste patronali. Chi viaggia nel centro Europa, anche nella vicina e laica Svizzera, sa che da quelle parti c’è ancora il Giovedì dell’Ascensione e che la Pentecoste dura un paio di giorni, sa che in molti luoghi ci sono ancora San Giuseppe e San Pietro e Paolo.

Chi era a scuola negli anni Sessanta o Settanta ricorda ancora che allora – sino al 1977, per la precisione – l’anno era costellato di feste che scandivano il fluire delle stagioni: san Giuseppe, a Primavera; l’Ascensione, che apriva il cielo e la terra all’estate, e la cui ricorrenza coincideva con splendidi detti della saggezza popolare e contadina; san Pietro e Paolo, tempo di mietitura. Fu il partito “cattolico”, la DC – che adesso qualche insigne ecclesiastico vorrebbe rifare –, a spazzare via quei segni puntati sullo scorrere dell’anno e della sua magica ciclicità. In compenso le feste “civili” si sono moltiplicate e coloro che adesso plaudono al risparmio di spesa sul taglio alle feste religiose, in occasione del 17 marzo 2011 – per i centocinquantanni del conferimento del titolo d’Italia a un Savoia – si scandalizzarono di fronte a chi chiedeva di non buttare al vento quella giornata di lavoro (poi, per fortuna, i successivi 17 marzo tutti si sono dimenticati questa ricorrenza inventata dalla politica per propinare Mameli).

L’Italia è forse il paese in Europa con più feste civili, festive o lavorative, e non è un segno di forza. In altri paesi basta una sola festa, sentita e gioiosa, su cui si concentra tutto lo spirito e la storia di una nazione. Moltiplicare i segni di identità – vera o presunta non è espressione di forza, ma di debolezza. Alla già citata e a noi vicina Confederazione Elvetica è sufficiente una sola festa nazionale – per di più il 1 agosto, in pieno periodo di vacanze estive – giusto oggi, per sentirsi ed essere nazione, pur nella diversità di quattro lingue nazionali e tre confessioni religiose. Con la retorica non si fanno le nazioni, al massimo se ne copre l’assenza.

Ed ora il colpo basso. Via le feste patronali, ultima sopravvivenza di un’appartenenza locale ancora così sentita e vissuta a livello popolare. La prossima volta toccherà alle domeniche, residuo di una concezione del tempo ancora legata alla civiltà cristiana e, per questo, tanto invise all’inciviltà dei poteri forti. Lavorate, producete e consumate: in silenzio e senza lamentarvi, al massimo storditevi, incollati allo schermo su veline e calciatori. Lo vuole l’Europa, che, non per nulla, è sempre più Eurabia e sempre meno Europa. Lo vogliono i mercati, che ci ricordano quanto apparente sia la sovranità di quei rimasugli della storia che sono gli stati. Milano senza sant’Ambrogio, Venezia senza san Marco, Firenze senza san Giovanni Battista … facce grigie uguali dappertutto, senza radici e senza colori, stessa musica bum bum bum e sagra dei Mc Donald’s. È così che Lorsignori ci vogliono. Per questo vanno bene quattro feste “civili”, non lavorative, e danno fastidio san Rocco, san Vittore, santa Caterina o le ancora troppo colorate e sentite feste delle nostre Madonne.

Stanno vincendo loro – non c’è dubbio – o sono convinti di essere prossimi alla vittoria. Proprio per questo occorre davvero svegliarsi perché ormai non è più nemmeno questione di fede o di devozione, ma dei colori e dei profumi delle nostre terre, malate di identità come non mai, come i nostri castagni prealpini che nessuno più cura, come i nostri fiumi e le nostre valli, abbandonate e violentate da un potere lontano ed estraneo. Viene il tempo di una nuova resistenza, silenziosa, ma inesorabile, se davvero non vogliamo farci portare via tutto, ma proprio tutto, in cambio ancora – ed è una beffa atroce – del solito faccione di Garibaldi e dei falsi miti di una falsa Europa che non ci appartiene.

 

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Non c’e’ dubbio: in questo loro status e stato vige la volonta’ popolare e la religione di status e stato.

    E’ SEMPRE SAN TRIKOLORE..!

    TUTTI I SANTI Dì PREGANO IL LORO SANTO IL TRIKOLORE..!!

    E come scrivevo in altro post le due religioni si sono fuse tra loro e quindi creano KONFUSIONE nei cuori degli INGABBIATI.

    SANTO IL TRIKOLORE in ogni dove e in ogni momento.

    Come faremo a LIBERARCI da questo SANTO E DAI SUOI SCRIBA, FARISEI E DOTTORI?

    E pensare che il GIUSTO ce l’aveva con sti bravi e solidali (uomini di fede) SCRIBA, FARISEI E DOTTORI..!!

    Eppoi ci meravigliamo perche’ in giro per il mondo scoppiano guerre..!!

    Ragazze e ragazzi, che valle di lacrime questo mondo malato e forse morente definitivamente..!!

    Mah…

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