A proposito del Veneto, ma è una lingua o un dialetto?

di SERGIO SALVI

È nato prima l’uovo o la gallina? Cambiamo domanda. L’idioma veneto è una lingua o un dialetto? Il quesito è malposto in quanto tutti i dialetti sono lingue e tutte le lingue sono dialetti. Perlomeno da un punto di vista “scientifico”. Nel discorso comune, purtroppo, persiste una distinzione gerarchica tra questi due termini, e di ciò che sta loro dietro, che è fonte di confusione e di imbarazzo. I veneti, meglio i venetisti (che sono almeno il 90% dei lettori di questo giornale, al quale mi onoro di collaborare) affermano che il veneto, di là dal suo indubbio status culturale, è ormai anche “ufficialmente” una lingua, in quanto riconosciuto come tale dal consiglio regionale il 28 marzo 2007, riconoscimento che risulta sancito dalla legge veneta n. 8 del 13 aprile dello stesso anno.

Questo riguarda il suo status burocratico in ambito regionale perchè, da un punto di vista storico-culturale, sostengono i venetisti, non possono sussistere dubbi in proposito. La “lingua” veneta esiste, ha una sua storia, ed è un patrimonio inderogabile di tutti i veneti, di buona o cattiva volontà che siano. E magari di tutta l’umanità. Non è un caso se l’Unesco la riconosce, anche se soltanto come “lingua regionale” (del resto, il Veneto è allo stato attuale soltanto una regione); la repubblica italiana, tuttavia, si rifiuta di riconoscerla pur riconoscendo e addirittura tutelando, con la legge 482 del 1999, il friulano, il sardo e il ladino dolomitico. E questo dimostra l’insipienza della Lega Nord, la sua mancanza di sagacia parlamentare e governativa (è una decisione del 1999) a proposito dei diritti linguistici di tutti i cittadini italiani.

Ma torniamo, come si dice, a bomba. Lingua, dialetto, parlata, idioma… sono concetti che, per essere compresi, hanno bisogno di una definizione sulla quale sia possibile essere d’accordo. La dialettologia, che è una branca della scienza linguistica e va presa molto sul serio, non fa differenza tra questi due termini, da un punto di vista strutturale. La fa da un punto di vista socio-politico. Il “dialetto” è una lingua di ambito locale normalmente non utilizzabile ai livelli burocratici ufficiali e nel discorso tecnico-scientifico, in quanto possiede modelli assunti come norma dall’uso corrente ed è privo di istituzioni scolastiche e mediatiche che provvedano alla sua formalizzazione e alla sua diffusione. Tutti caratteri che pertengono alle “lingue”, intese come strumenti pubblici di comunicazione. È dunque la sociolinguistica a ridefinire la coppia lingua-dialetto.

Le “lingue” sono lingue di stato. Alcuni “dialetti” che non sono lingue di stato sono comunque riusciti, per via insieme culturale e politica, a raggiungere lo status che i dialettologi attribuiscono alla “lingua”. Per esempio il catalano (dal 1931) e il basco (dal 1982). Ciò implica il raggiungimento di una normalizzazione formale (koiné) basata sul riconoscimento dell’unità profonda delle singole varianti di una lingua rilevata come tale in ambito glottologico.

Riguardo a questa koiné, va detto che il veneto è riuscito per il momento soltanto a produrre, nel 1995, per merito della regione e di un comitato scientifico ad hoc, una Grafia Veneta Unitaria (GVU), per altro non accettata da tutti i venetisti, molti dei quali prediligono continuare a sbizzarrirsi in ortografie al limite demenziali, e che lascia impregiudicata la questione della koiné (cioè della forma codificata), rimasta aperta alle opzioni più disparate. Già, la koiné… La koiné è soltanto il prodotto della normalizzazione cosciente di un popolo che vuole essere tale anche linguisticamente uscendo dal suo stato di frammentazione.

Ed ora la domanda fondamentale. Il veneto è una “lingua” formata da dialetti diversi oppure un “dialetto” che annovera al suo interno molti “sottodialetti”? Quale “dialetto” o “sottodialetto” deve essere la base della lingua “ufficiale” veneta perché essa possa essere compresa, senza remore, da tutti i veneti, senza venire strutturalmente distorta e possa essere impiegata nei tribunali, sui media, nelle leggi e nelle deliberazioni delle istituzioni pubbliche pena il caos comunicativo? Essere insomma lo strumento linguistico dello stato veneto qualora riesca ad istituirsi e voglia liberarsi della servitù dell'”italiano”?

C’è, a questo proposito, da considerare un fattore essenziale. Tutti i “dialetti” (o, se si preferisce, “sottodialetti”) veneti hanno sostanzialmente la stessa struttura grammaticale e sintattica e un lessico non troppo divaricato. Ma non bisogna fermarsi qui. Si tratta, a ben vedere, di una struttura condivisa con molti altri “dialetti” o “sottodialetti” che, da qualche tempo, chiamiamo convenzionalmente “padani”: il lombardo, il piemontese, il ligure e l’emiliano-romagnolo. Ad onta di alcune differenze, esistono tra tutte queste parlate alcuni caratteri che i linguisti seri (e non gli Scilipoti della linguistica) considerano fondamentali e determinanti.

I veneti mantengono in molti casi (ma non in tutti) la vocale finale delle parole anche quando non terminano in -a (cosa che accade invece nelle altre parlate padane), non hanno vocali evanescenti o soprattutto turbate, come accade ai loro vicini lombardi (questo carattere non è soltanto veneto ma caratterizza anche gli emiliano-romagnoli). Tuttavia, come tutte le parlate della cosiddetta Italia settentrionale, il veneto è privo di consonanti doppie e sonorizza tutte le consonanti intervocaliche e in ciò si distingue dal toscano-italiano e dagli idiomi italo-meridionali.

Non è un caso se, a partire dal 1924, i linguisti più accreditati hanno cominciato a parlare di una unità linguistica “cisalpina” o “alto-italiana”, in altre parole di un sistema di dialetti dotati di un certo numero (distintivo e preponderante) di caratteri comuni che li rende, da un punto di vista glottologico, un idioma comune a un territorio relativamente vasto, caratterizzato da un diffuso modello condiviso di società, di economia e di cultura, divergente dal resto del territorio dello stato italiano.

Si tratta del “Nord” di Bossi, della “Padania” del geografo Mariani e poi dello stesso Bossi: una realtà che va oltre il nome col quale viene o può venire designata.

Il veneto condivide le caratteristiche principali degli altri “dialetti” parlati su questo territorio mentre diverge nettamente, ad esempio, dal friulano, che mantiene la -s nei plurali e nelle forme verbali, nonché la -l nei nessi consonantici iniziali e inoltre palatizza -ca e -ga latini iniziali. Non è certo questa la sede per analizzare le varie peculiarità linguistiche. È tuttavia la sede per rammentare come i maggiori linguisti del XX secolo, da Wartburg a Lausberg a Pellegrini sostengano l’esistenza di una lingua propria dell’Italia settentrionale, ancora priva di koiné e ricca di varianti, una delle quali, particolarmente vigorosa, è il veneto (composto a sua volta di varianti). Parlare di lingua veneta in sé e di per sé e non di variante veneta di una lingua che al momento chiamiamo padana è una operazione scorretta da un punto di vista scientifico e politico al contempo. Sarebbe come parlare di lingua valenziana e di lingua baleare negando l’unità profonda della lingua catalana e della lotta di indipendenza anche linguistica di tutti coloro che la parlano in una delle sue numerose varianti (il valenziano sta al barcellonino come il veneto sta al lombardo) ma convergono sul fatto che a livello pubblico si debba usare, in tutti i paesi catalani, una forma sola. Altrimenti si rimarrebbe all’uso privato dell’idioma materno e si lascerebbe quello pubblico del castigliano ai catalani e dell’italiano ai veneti. E si sa che, alla lunga, la lingua pubblica travolge quella privata e la sostituisce. Il veneto si salva col padano e si perde con l’italiano (e, politicamente, col veneto). Proprio perché il veneto è intimamente padano: a quanto pare, senza che molti veneti se ne accorgano. Resta il fatto che una koiné padana moderna è tutta da costruire (così come una microkoiné veneta, del resto).

Un’ultima notizia. Una rudimentale koiné lombardo-veneta è esistita nel medioevo ed ha avuto una tradizione letteraria rilevata dagli studiosi. Dice Franco Brevini che nel XIII secolo, e anche dopo, esisteva una «lingua padana di impronta lombardo-veneta a aperta alla cultura d’Oltralpe. Inoltre, fino al tardo Quattrocento, il toscano letterario risultò ben poco diffuso fuori della Toscana». Possibile che i lombardi e i veneti di oggi se ne siano dimenticati?

 

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19 Comments

  1. Franco says:

    Qui sento tanti giovani………………..una lingua deve essere ufficiale in uno stato o comunità. Al mondo ci sono 6.000 lingue e ne spariscono 3/4 ogni mese, dispiace ma è il destino. diverse persone vogliono conservare il dialetto veneto in un momento che (con dispiacere) sta per sparire. Nel mio libro ora ho raccolto oltre 5.000 parole estinte ma arriverò a 70.000 è destino. Come si fa a conservare un dialetto che solo nella nostra provincia ci sono 118 varianti. Saluti Franco

  2. pietro says:

    Ragazzi, se volete parlare di lingue, andate a studiarle. Non parlate a cazzo solo per tirare l’acqua al proprio mulino.
    Veneto una lingua? Ma per favore!
    Ma non solo il veneto: anche il lombardo, il pugliese, il napoletano, il piemontese.
    Non posso stare qui a spiegare cose che sono scritte in decine e decine di libri ma di certo abbiate la decenza di non scrivere cazzate.
    Il veneto un lingua? Ma per favore!

  3. gigi ragagnin says:

    una differenza fondamentale nella fonetica tra le lingue gallo-romanze e il Veneto sta nelle vocali : le cinque vocali classiche del veneto contro le sette delle gallo-romanze.

  4. caterina says:

    la glottologia è una scienza interessante, direi affascinante e infinita, ma la lingua lo sappiamo che è un formidabile strumento di potere… per niente gli inglesi, dovunque i siano piazzati, non si sono mai preoccupati di adeguarsi alle lingue del luogo, ma hanno costretto gli indigeni a farlo e ne vediamo i risultati… e la diffusione dell’inglese non è certo per la facilità della grammatica a fronte di una assoluta arbitrarietà della grafia rispetto alla fonetica…
    A proposito, negli USA ufficialmente sempre si usa l’inglese, ma mai è stato dichiarato lingua nazionale, almeno finora, e penso che se ne guarderanno bene dal farlo, se non altro per non inimicarsi tutti gli ispanici che negli Stati del sud forse sono la maggioranza.

    • luigi bandiera says:

      “A proposito, negli USA ufficialmente sempre si usa l’inglese, ma mai è stato dichiarato lingua nazionale, almeno finora, e penso che se ne guarderanno bene dal farlo, se non altro per non inimicarsi tutti gli ispanici che negli Stati del sud forse sono la maggioranza”

      A dimostrazione che l’itaglia e’ stata ed e’ tuttora super fetente.

      saluti

  5. Alberto Pento says:

    Salvi scrive:

    1)
    … Non è un caso se, a partire dal 1924, i linguisti più accreditati hanno cominciato a parlare di una unità linguistica “cisalpina” o “alto-italiana”, in altre parole di un sistema di dialetti dotati di un certo numero (distintivo e preponderante) di caratteri comuni che li rende, da un punto di vista glottologico, un idioma comune a un territorio relativamente vasto, caratterizzato da un diffuso modello condiviso di società, di economia e di cultura, divergente dal resto del territorio dello stato italiano. …

    Queta è pura falsità, non esiste alcuna unità e alcun idioma di questo tipo, esistono delle varianti linguistiche o lingue locali che hanno dei tratti comuni ma che non costiuiscono di fatto alcun idioma o lingua comune.

    2)
    … Una rudimentale koiné lombardo-veneta è esistita nel medioevo ed ha avuto una tradizione letteraria rilevata dagli studiosi. Dice Franco Brevini che nel XIII secolo, e anche dopo, esisteva una «lingua padana di impronta lombardo-veneta a aperta alla cultura d’Oltralpe. Inoltre, fino al tardo Quattrocento, il toscano letterario risultò ben poco diffuso fuori della Toscana». …

    Sarebbe interessante conoscere questi esempi.

    3)
    È tuttavia la sede per rammentare come i maggiori linguisti del XX secolo, da Wartburg a Lausberg a Pellegrini sostengano l’esistenza di una lingua propria dell’Italia settentrionale, ancora priva di koiné e ricca di varianti, una delle quali, particolarmente vigorosa, è il veneto (composto a sua volta di varianti).

    Come sia fà a parlare di “una lingua” quando nemmeno esiste (priva di koinè), caso mai si deve parlare “di lingue o varianti linguistiche” al plurale.

    4)
    … Parlare di lingua veneta in sé e di per sé e non di variante veneta di una lingua che al momento chiamiamo padana è una operazione scorretta da un punto di vista scientifico e politico al contempo. Sarebbe come parlare di lingua valenziana e di lingua baleare negando l’unità profonda della lingua catalana e della lotta di indipendenza anche linguistica di tutti coloro che la parlano in una delle sue numerose varianti (il valenziano sta al barcellonino come il veneto sta al lombardo) ma convergono sul fatto che a livello pubblico si debba usare, in tutti i paesi catalani, una forma sola. …

    L’unica lingua padana esistente “come koinè” (ma non solo) è la lingua detta italiana, non ne esistono altre.
    Quella il Salvi chiama “padana” diversa dall’italian non esiste (lui stesso afferma che è priva di “koiné”).

    5)
    … Ed ora la domanda fondamentale. Il veneto è una “lingua” formata da dialetti diversi oppure un “dialetto” che annovera al suo interno molti “sottodialetti”? Quale “dialetto” o “sottodialetto” deve essere la base della lingua “ufficiale” veneta perché essa possa essere compresa, senza remore, da tutti i veneti, senza venire strutturalmente distorta e possa essere impiegata nei tribunali, sui media, nelle leggi e nelle deliberazioni delle istituzioni pubbliche pena il caos comunicativo? Essere insomma lo strumento linguistico dello stato veneto qualora riesca ad istituirsi e voglia liberarsi della servitù dell’”italiano”? …

    Questo insieme di domande è sterile e fuorviante e serve a discriminare e a sminuire la lingua veneta.

    La lingua veneta è una lingua che si articola in numerose varianti linguistiche, tutte degne e tutte funzionali, si tratta soltanto di sistemarle con un certo ordine pratico e di lavorale affinandole con l’uso sistematico.
    Per il momento possiamo adoperare la lingua italiana affiancata dalle varianti locali; poi si vedrà.
    Ribasisco che l’unica lingua franca anche dell’area padano-alpina o “koinè padano-alpina” è la lingua italiana, altre non ne sono state elaborate nei secoli.

    Tutte le lingue umane sono antropologicamente e culturalmente delle lingue.

    Che fa una lingua non è la scrittura ma la lingua in sè.
    Vi sono numerose lingue che non vengono scritte ma non per questo non sono lingue.
    Il termine lingua non viene dalla penna che scrive ma dalla lingua che l’uomo ha in bocca.
    Una qualsiasi lingua umana non ha bisogno di una scrittura, di professori o di organismi internazionali o di stati che la certificano per essere una lingua.
    È semplicemente idiota pensare che una lingua umana sia lingua perché viene anche scritta.
    La lingua è come l’uomo che la parla: l’uomo è tale anche se non scrive la lingua che parla e la lingua che parla è una lingua umana in tutto e per tutto anche se non viene scritta.
    Sono i razzisti e i meta-para-razzisti etnico-sociali che discriminano le lingue, allo stesso modo in cui discriminano gli uomini.

    La distinzione socio-politico-linguistica distingue tra le lingue attribuendo ad alcune lo “status” o “rango” di dialetto e ad altre quello di lingua si può esprimere anche con altri termini.
    L’attribuzione dei nomi “lingua” e “dialetto” è puramente arbitraria è una semplice convenzione i cui nomi possono essere sostituiti con altre espresioni o termini: lingua di stato, lingua franca, lingua politica, lingua locale, lingua regionale, lingua volgare, lingua etnica, lingua storica e naturale, lingua orale, lingua scritta, … ecc.

    Nota:
    anni or sono ho letto il libro di Salvi: “La lingua padana e i suoi dialetti” e a ripensarci e a rileggerlo mi viene da ridere, talmente è infarcita di ideologia che manipola i concetti e tutti gli ingredianti per segnarli con l’assurdo markio ideologico padano. A tutt’oggi il Salvi insiste con la sua assurda e inesistente lingua padana diversa da quella italiana che questa si esiste.

  6. luigi bandiera says:

    Ola’ Sergio,

    i PELLIROSSE parlavano in dialetto o in lingua..??

    Solitamente l’oppressore tende a sminuire l’occupato, altrimenti, rivendica diritti..!

    Quindi per i TALIBANI (itagliani) l’e’ giusto dire che tutti i POPOLI rinchiusi nella GABBIA TALIBANA parlano DIALETTO.

    Le loro lingue non devono avere peso e ne riconoscimento..!! DEVONO MORIRE..!!

    Bel OLOCAUSTO indolore e invisibile ai molti..!

    Scrivevo: ADOLFO si comporto’ meglio dei talibani nei nostri confronti. Intendo noi VENETI..!

    Sergio, non c’e’ pace in terra ma solo PIANTI, STRIDOR DI DENTI E STRAGI DI INNOCENTI. (E’ nella Bibbia ma me la sono fatta mia. Kax, kalza bene al dì d’oggi..!).

    Complimenti sempre…

    Ciao

  7. Gian says:

    Spett. Sergio Salvi è forse la prima volta in cui ho la possibilità di esprimerle direttamente il mio GRAZIE per aver scritto “La lingua padana e i suoi dialetti” da cui ho imparato tantissimo e che ho letto e riletto un sacco di volte. Con un po’ di tristezza devo però ammettere che i padani hanno dovuto aspettare un toscano come lei per poter imparare qualcosa sulla loro lingua, anzi per scoprire di averne una lingua. Pertanto il grazie è doppio.

    Peccato solo che i padani, ivi compresi gli autonomisti, quale che sia il loro movimento/partito di riferimento, non leggono molto e pensano che la secessione si faccia a suon di slogan.

    Con stima e gratitudine.

  8. Alberto Pento says:

    A me pare che l’unica lingua padana nel senso di lingua franca sia il “volgare” poi detto italiano.
    La lingua veneta è lingua parallela al latino, al volgare detto italiano e a tutte le altre varianze linguistiche di are aitaliaca ed europea.
    La “s” furlana non è un resto del latino.
    Nessuna lingua detta “romanza o neolatina” arriva dal latini.

  9. caterina says:

    il napoletano è una lingua ? Sì
    il veneto è una lingua! Sì.
    Quando esiste letteratura scritta di una parlata, quella è sicuramente classificata una lingua e non si può dire che entrambe non abbiano letteratura propria, opere, commedie, canzoni, poesie, proverbi, e documenti, ecc.
    Che poi ogni parlata abbia variazioni da paese a paese non inficia il concetto di lingua nella quale tutti gli abitanti dello stesso ceppo linguistico sono in grado di riconoscersi e di capire.
    E sono lingue anche quelle antiche che alcuni paesi hanno conservato nella loro parlata, tipo il grecanico, l’albanese, ho sentito di recenti il sarmata…
    Queste vanno protette, le altre parlate da milioni di persone si proteggono da sole.

    • Alberto Pento says:

      Che fa una lingua non è la scrittura ma la lingua in sè.
      Vi sono numerose lingue che non vengono scritte ma non per questo non sono lingue.
      Il termine lingua non viene dalla penna che scrive ma dalla lingua che l’uomo ha in bocca.
      Una qualsiasi lingua umana non ha bisogno di una scrittura, di professori o di organismi internazionali o di stati che la certificano per essere una lingua.
      E’ semplicemente idiota pensare che una lingua umana sia lingua perché viene anche scritta.
      La lingua è come l’uomo che la parla: l’uomo è tale anche se non scrive la lingua che parla e la lingua che parla è una lingua umana in tutto e per tutto anche se non viene scritta.

      Sono i razzisti e i meta-para-razzisti etnico-sociali che discriminano le lingue, allo stesso modo in cui discriminano gli uomini.

      • caterina says:

        sono d’accordo perchè certe classificazioni le fanno come dice Lei per fini razzistici etnico-sociali che naturalmente non si devono dichiarare.

  10. Trasea Peto says:

    Il “padanese” è una cagata pazzesca ahhahhah!!!!

    Secondo la teoria romanza esiste un’unità linguistica nell’area che comprende tutta la penisola iberica, la Francia(senza la bretagna), parte del Belgio, parte della Svizzera, parte dell’italia fino alla famosa linea La Spezia – Rimini(o Massa – Senigallia) e piccole zone dell’istria, mentre esiste un unità linguistica delle lingue romanze orientali parlate nella penisola italica vera e propria(dalla linea La Spezia – Rimini in giù), Corsica, Sicilia, Romania, Moldavia e alcune parlate in Albania, Grecia, Macedonia e Bulgaria.

    Se un veneto riesce a comunicare nella sua lingua più facilmente con un catalano che parla catalano che con un pugliese che parla pugliese c’è un perché.

  11. piero says:

    La lingua Veneta è considerata distinta dal sistema linguistico gallo-italico (cioè quello padano) da tutti i linguisti. In tutte le mappe delle lingue romanze non a caso è sempre considerato una lingua a sè. Il volerlo associare a tutti i costi alle agli altri idiomi padani appare oggi come un’iniziativa “politica” in chiave nordista/padanista. Inoltre a differenza delle altre lingue del Nord il Veneto ha il vantaggio di essere stata una lingua ufficiale di uno stato, usata in tutto il mediterraneo, e con una consistente letteratura alle spalle. Il confronto col catalano/valenciano non regge perchè in quel caso si tratta effettivamente della stessa lingua, in questo caso no.
    Continuo a ripeterlo, se un giorno si vorrà un nord indipendente si dovrà puntare alle singole identità storiche, laddove esistono ancora, come appunto in Veneto. Poi eventualmente una volta libere si federeranno, ma credo sia impensabile che il nord diventi indipendente tutto insieme, senza che prima si stacchino le aree a maggiore vocazione autonomista. Guardando alla Spagna, i Catalani mirano all’indipendenza della loro regione, non pensano a un’indipendenza contemporanea del paese valenciano e delle baleari, ma eventualmente a una successiva aggregazione.
    In fine, parlando del termine “dialetto”, questo solo in italia indica degli idiomi locali, ma all’estero il significato sta per “variante di una lingua”. Infatti il motivo per il quale alcuni idiomi padani non sono ancora riconosciuti come tali a livello internazionale è proprio per questo “malinteso” a valle. Ovvio, i linguisti conoscono molto bene l’indipendenza delle lingue del nord dall’italiano, ma i cittadini comuni solitamente no.
    La lega, o meglio, la Liga veneta dovrebbe puntare forte sull’identità e sulla lingua veneta, e sarebbe possibile visto che ha il 35% dei voti, ma a quanto pare i Tosi e i Maroni preferiscono l’inattuabile per ora progetto Nord (italia).

    • Filippo83 says:

      Perfettamente d’accordo! Sarà un caso che, da padovano, capisco molto bene veronesi e triestini (area linguistica veneta), ma non (NON) milanesi, torinesi, genovesi e bolognesi, se non per un 25-50% di quel che mi dicono nel loro dialetto (inteso come lingua locale, provinciale) della famiglia gallo-italica. E’ vero che esistono cose in comune, ad esempio il verbo veneto “gavere” (avere, molto simile anche nel gallo-italico); è altrettanto indubbio, però, che la fonetica veneta e la fonetica gallo-italica sono quanto mai distinte e distaccate.

      • Venetopuro Instagram says:

        Esattamente! Bello trovare persone che dimostrano di vedere i fatti. La differenza tra lingua e “dialetto” è la maggiore intelligibilità. Difatti, come hai detto tu, un padovano capisce con difficoltà quasi nulla un veronese o un triestino (che da molti linguisti vengono considerati più “dialetti” che lingue), mentre ha più difficoltà nel parlare normalmente con un lombardo o un piemontese. Il sistema gallo-italico è scientificamente distinto dal veneto; difatti presenta suoni vocalici non presenti in veneto (come sg, sc, ö, ü), specialmente in lombardo.

  12. liugi II says:

    Grazie a Sergio Salvi per l’interessante articolo. Devo fare però due osservazioni.

    Innanzitutto il concetto di “dialetto” che si è fortemente radicato nella tradizione accademica italiana è quello di “parlata romanza parlata in Italia parlata a un livello sociolinguistico inferiore a quello dell’italiano”. Quindi nei manuali di linguistica si trovano sardo e friulano indicati tranquillamente come dialetti. Qualche anno fa ho letto un documento di Gian Luigi Beccaria che addirittura indica come dialetti italiani il tirolese dell’Alto Adige e l’albanese delle comunità meridionali, proprio per il fatto che queste parlate hanno un rapporto di “sudditanza” con l’italiano e sono parlate in un regime di bilinguismo lingua locale/italiano.

    Per quanto riguarda la teoria del “padanese”, sono d’accordo, come del resto tutti i linguisti, che esiste una unità di fondo dell’area reto-cisalpina, e in modo particolare dell’area linguistica padano-veneta.
    Secondo me però non ha senso la costruzione di un artificiale “padanese”. Il problema è la conservazione dei dialetti locali tramite il rilancio del loro utilizzo in contesti socialmente elevati e geograficamente più ampi, ma cambiando il meno possibile le loro caratteristiche specifiche. Penso che la priorità sia salvare la lingua che parlavano i nonni, pur con qualche aggiustamento, e conservare la straordinaria ricchezza linguistica del bacino padano piuttosto di imparare una nuova lingua “finta” e standardizzata come l’italiano. Se poi lombardi, piemontesi, veneti e altre popolazioni cisalpine inizieranno a dialogare tra loro ognuno nella propria lingua regionale, potremo iniziare a pensare a una koiné padanese.

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