5 Giornate, la perenne battaglia di Milano

cattaneodi CARLO CATTANEO – Hanno talune città un tempo di fortuna, ma poi decadono, senza più risurgere. Ma tali altre città, dopo qualsiasi lutto, risurgono sempre a novelle grandezze. Egli è perché la potenza loro non proviene da fatto d’uomo, ma da cause materiali e di natura. Tra siffatte città è Milano. Fin dall’era celtica era essa principale nell’Alta Italia: Mediolanum Gallorum caput. Divenne poi convegno della civiltà romana; Virgilio vi andava scolare: aemula Romae. Nei bassi tempi, la chiesa ambrosiana fu la sola che avesse lena di resistere a Roma; serbava lungamente le nozze ai sacerdoti; e ancora oggidiì tiene un documento d’apostolica libertà nel suo rito orientale. Nel risurgimento, il popolo di Milano fu il primo d’Europa a serrarsi in fanteria contro la cavalleria feudale; soggiogò anzi a legge scritta le consuetudini arbitrarie dei baroni libri feudorum; disfece l’imperatore in pugna campale; spianò le castella; ricacciò la feudalità in una lista di terra lungo i monti del Friuli, del Tirolo, del Piemonte, del Monferrato, dell’Appennino.

Quando l’Italia trapassò ai dittatori ghibellini, il signore di Milano per poco no si coronò re d’Italia. Rimasta poi quasi senza Stato, pur si trovò alla calata di Bonaparte la sola città ch’egli potesse far capo della sua repubblica e del suo regno, quando di Torino faceva senza
ostacolo un dipartimento francese. Al ritorno del dominio austriaco, Milano rimase seggio delle nuove lettere e del pensiero nazionale. Alla sua ribellione ribellione, si levò in armi tutta Italia. L’interesse che ha qualunque città di non divenire provincia, le consuetudini d’indipendenza che le stesse famiglie cortigianesche contraggono dal vivere lontano dalla corte, lo spirito democratico del secolo, l’aria di libertà che vien tratto tratto di Francia, ogni cosa insomma, avrebbe contribuito a far di Milano subordinata dai brigatori di Torino, la indomita città dell’opposizione.

Quanto più il regno fortissimo si sarebbe dilatato in Italia, tanto più centrale si faceva la posizione di Milano, tanto più strana quella di Torino. È in Milano che le grandi vie mercantili s’incrociano, per una configurazione di terreno che la politica non può mutare; quivi la navigazione dell’Adriatico e del Po si collega a quella dei grandi laghi; quivi le locomotive possono indirizzarsi da un lato dell’Adriatico, dalli altri verso il Mediterraneo e il Reno, e i passi dell’Alpi e dell’Appennino; quivi le congerie delli interessi commercianti si sarebbe venuta accumulando al centro dell’opposizione. No, era troppo forte impresa per Carlo Alberto ridurre Milano alla umile condizione di Genova. Nè li occhi della polizia, nè le mani dei soldati, potevano farlo in siffatte condizioni sicuro del suo proposito, se non giungeva a intercettare a Milano le spontanee fonti della sua potenza.

Sarebbe stato mestieri sottoporla a meditata e inesorabile oppressione, compiendo quel decreto d’artificiale decadimento a cui, per farla docile a Vienna, l’aveva indarno condannata dall’imperatore Francesco: Milano deve cadere. Il primo passo si era già fatto al 1° di maggio, molto prima che si proponesse la fusione, quando Giacinto Collegno, classificandola piazza militare di seconda classe, la subordinò quetamente a Torino. Quale sarebbe stato fra Torino e Milano l’esito del conflitto?
È una delle quistioni codesta, il cui scioglimento si attende talora per secoli. Ma un esito molto ovvio e naturale sarebbe stato, che le
provincie di nuovo acquisto avrebbero aderito a Milano, sollevandosi contro quell’insolita capitale e quella retrograda corte. E allora, in uno ai soldati del re, correvano pericolo d’esser cacciate anche le temerarie famiglie, che in quell’occupazione militare avevano cercato un sussidio all’imponente loro ambizione. E forse la guerra civile avrebbe precorso il termine della guerra straniera. E fors’anche quel moto non sarebbesi circoscritto alle nuove provincie; poiché molte eziando delle presenti terre del Piemonte sono antiche e vicine membra dello Stato di Milano, e ricordano ancora quei vincoli aviti e geniali.

Onde nei primi giorni della nostra libertà, quando le città finitime si volgevano tutte a noi con festivo saluto, Alessandria rammentò d’essere «quasi figlia ai Milanesi»; e Valenza, d’avere con noi partecipato «al giuro di Pontida»; e Vercelli si disse «gloriosa d’aver appartenuto all’Insubria». A Genova poi si parlava aperto di farsi appoggio in Milano contro la poco amata Torino. Perloché quando ebbe compimento la sudata fusione di Milano col Piemonte, Torino palesò certa inquietudine, e poco meno che pentimento, quando si sentisse sull’orlo d’un vortice il cui centro era Milano. Ma Milano non parve farvi mente; e perché in quel tempo era presta a obliare ogni cosa per l’alto obietto dell’indipendenza; e perché forse era conscia della sua forza, e la supremazia di Torino non le pareva evento da temersi. n
* da “Le Cinque Giornate di Milano”,
Edizioni Risorgimento, Milano, 1931

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