27 settembre 2015, data da segnare sul calendario

di CESARE MORETTIformiche catalane

Il 27 settembre 2015 sarà una data comunque importante. Non solo per il fiero popolo catalano, ma per tutti coloro che ambiscono a vedere trionfare la sovranità popolare non solo in vetuste e formali formule costituzionali ma anche nella realtà della politica spicciola. Quella che permette ad un popolo di potere decidere sul suo futuro, senza ingombranti e preclusivi limiti dettati proprio da quei testi costituzionali che dovrebbero essere la sintesi della sovranità popolare ma che troppo spesso ne rappresentano invece un freno alla sua libera espressione.

Come nel caso della Costituzione spagnola, appunto. Ma perché, forse quella italiana offre maggiori libertà su tale tematica? Domanda miseramente auto-ironica.

Il 27 settembre, le elezioni regionali catalane, anticipate di 14 mesi rispetto alla loro scadenza naturale, non saranno come tutte le altre.

L’elezione dei 135 nuovi membri della Generalitat (il Parlamento della “Comunidad” di Catalogna) questa volta assumerà un significato del tutto particolare, dopo che i due maggiori partiti indipendentisti (CDC, Convergencia Democrática de Cataluña, partito di cui Mas è presidente, conservatori) ed ERC (Esquerra Republicana de Catalunya, cui leader è Oriol Junqueras – repubblicani di sinistra) hanno deciso di aggirare il veto della Corte Costituzionale spagnola alla libera espressione del c.d. “diritto di decidere” del popolo catalano sulla sua autodeterminazione da Madrid attraverso una strategica alleanza elettorale e politica.

Con la formazione della coalizione indipendentista “Junts pel sì “ l’obiettivo dichiarato è proprio quello di porre il popolo catalano nelle condizioni di esprimersi finalmente sulla propria volontà di autodeterminarsi in una nuova entità statuale, anche se in modo indiretto, dopo il “niet” dal sapore marcatamente “franchista” pronunciato dalla Corte Costituzionale spagnola su ricorso dell’attuale governo popolare Rajoy alla indizione di un “troppo democratico” referendum già convocato dal Presidente della Comunidad, Artùr Mas, sullo stesso quesito, e trasformatasi sotto minaccia giudiziaria in una consultazione ufficiosa nel novembre 2014 dagli esiti non vincolanti e non riconosciuti giuridicamente.

Va riconosciuto ed elogiato lo sforzo dei due storici partiti catalani che, rinunciando ad una rivalità tradizionale, hanno saputo mettere da parte i propri pregiudizi ideologici e i propri interessi particolaristici per consentire al popolo catalano di esprimersi sul quesito della sua autodeterminazione.

Sforzo che peraltro risulta premiato dai sondaggi che, a pochi giorni dal voto, concedono alla coalizione indipendentista dai 66 ai 67 seggi, uno o due in meno a quelli che garantirebbero la maggioranza assoluta richiesta (68 seggi) da Màs per procedere, entro 18 mesi, con la Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza.

A ulteriore riconoscimento di tale sforzo va ricordato che i due protagonisti dell’accordo, Artùr Mas e Oriol Junqueras, hanno deciso di offrire la candidatura di futuro Presidente della Comunidad a una figura terza estranea ai due partiti stessi, Raul Romeva, eletto eurodeputato nel 2004 con la lista dei Verdi Catalani.

Anche il numero due e il numero tre della lista per l’indipendenza saranno personaggi scelti al di fuori dei due partiti, mentre Mas e Junqueras saranno rispettivamente in quarta e quinta posizione. A chiudere la lista indipendentista un “testimonial” di lusso molto conosciuto ai tifosi di calcio e non, come Pep Guardiola, attuale allenatore catalano del Bayern Monaco.

Trattasi quindi di un vero e proprio passo indietro dei partiti tradizionali a favore di candidati più indipendenti a dimostrazione di come questi partiti si siano messi al servizio di una causa superiore, come quella della facoltà di decidere il proprio futuro da parte del popolo catalano, che dovrebbe insegnare tante cose ed essere presa ad esempio.

Purtroppo, nessuno è perfetto, e anche il popolo catalano presenta un piccolo neo in questo quadro di grande coesione delle istanze indipendentiste che ho appena descritto con tanta ammirazione e un pizzico di invidia. Mi riferisco alla presenza di una terza lista dichiaratamente secessionista che però non è riuscita a superare l’ostacolo dei pregiudizi ideologici per unirsi alle due maggiori forze indipendentiste catalane in un unico blocco: la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), forza che rappresenta il volto più radicale dell’indipendentismo di sinistra. Ebbene, proprio da questa forza politica (accreditata di ben 10-11 seggi negli ultimi sondaggi ufficiali), probabilmente dipenderà il futuro del processo pacifico e democratico di autodeterminazione catalano. I suoi seggi diventeranno probabilmente l’ago della bilancia, e questo nonostante gli encomiabili sforzi profusi da Màs e Junqueras per unire le forze indipendentiste in un unico blocco.

Da registrare, infine, per completare l’analisi del quadro politico delle elezioni catalane dal nostro punto di interesse, anche la presenza di una lista (Catalunya Sí que es Pot”) a favore di un aumento dell’autonomia della Catalogna, ma non della sua indipendenza totale dalla Spagna. E’ una coalizione che unisce partiti di sinistra ed è vicina a Podemos, il partito contestatore e di sinistra fondato nel 2014.

Questi gli ultimi sondaggi (fonte DYM per El Confidential) disponibili nel momento in cui scrivo: le due liste secessioniste, Junts pel Si (63-65) del presidente uscente Artur Mas e quella di sinistra della Cup (10-11) otterrebbero insieme fra 73 e 76 deputati su 135 nel nuovo Parlamento di Barcellona. La seconda formazione catalana sarebbe il partito liberale Ciudadans, con 21-23 seggi, davanti ai popolari (16), alla lista guidata da Podemos (12) e ai socialisti (10-11).

Di fronte alla seria prospettiva di un trionfo delle forze indipendentiste catalane, si cominciano a levare intanto anche gli scudi dei c.d. “poteri forti” come avvenne, del resto, anche prima del referendum scozzese. La Confederazione Casse di Risparmio (Ceca) e l’Associazione della Banca (Aeb) chiedono che «venga tutelato l’ordine costituzionale» spagnolo e «l’appartenenza alla zona euro di tutta la Spagna» per «proteggere i depositanti». Ceca e Aeb minacciano di «riconsiderare il loro insediamento» in Catalogna se dopo le elezioni la regione andrà alla secessione. I lettori più attenti ricorderanno che una minaccia simile da parte degli istituti di credito britannici arrivò a condizionare pesantemente l’esito del referendum sull’indipendenza scozzese. Come si suol dire in questi casi, “tutto il mondo è paese”.

Cesare Moretti, tratto da dirittodivoto.org

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