25 luglio, festa nazionale dello spergiuro. L’Italia del fascismo, dei Savoia e compagnia cantando

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di Paolo Gulisano – Il nazionalismo italiano ha una morbosa passione per date che ricordano eventi bellici e quindi luttuosi: dal 4 novembre della Prima Guerra Mondiale fino al 25 aprile senza trascurare altri penosi avvenimenti. Due anni fa il Quirinale arrivò a celebrare come evento “fondante” dell’identità italiana persino l’8 settembre, il giorno cioè dello sbraco dello Stato italiano, del “tutti a casa” e arrangiarsi. Cosa non si farebbe in certi ambienti pur di enfatizzare questa sedicente italianità… Eppure c’è una data ancor più significativa, che dice molto sull’italian way of life, che tuttavia suscita un certo comprensibile imbarazzo: il 25 luglio, che ricorda un altro fatto cruciale di quel fatidico 1943, ovvero il ribaltone che il Gran Consiglio del Fascismo effettuò nei confronti del proprio capo fino a quel  momento indiscusso, Benito Mussolini.

Il 25 luglio non fu un semplice regolamento di conti tra fascisti, ma fu una vicenda assolutamente e paradigmaticamente italiana, o italiota, per meglio dire. Rivela tutto lo squallore di uno Stato nato con l’inganno, coi plebisciti-truffa, con i fucili puntati dei carabinieri, e che per decenni fece del voltafaccia e del tradimento la sua nota caratteristica. I fatti e i retroscena del 25 luglio 1943 meritano qualche riga: nell’estate del 1943, con il susseguirsi delle sconfitte militari dell’Italia e l’invasione della Sicilia da parte degli Alleati, (10 Luglio) era cresciuta la sfiducia e l’opposizione verso Mussolini ed emersa una crisi latente.

I principali dirigenti politici e militari del Paese, con il determinante appoggio del re, si convinsero che solo allontanando Mussolini dal potere si sarebbe potuto evitare il crollo definitivo. Ciò non impedì che il Governo prendesse proprio in quei giorni (15- 25 luglio) delle decisioni spaventose come quella di consegnare alla polizia tedesca gli ebrei tedeschi presenti nella Francia sudorientale occupata dall’Italia, o la direttiva di trasferimento a Bolzano (con successiva destinazione Germania) degli internati (per lo più ebrei stranieri) del campo di Ferramonti di Tarsia in Calabria. Nella riunione del Gran Consiglio del fascismo, che si concluse alle prime ore del mattino del 25 luglio 1943, venne approvato un ordine del giorno presentato da Dino Grandi – presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, nonché in forte odore di Massoneria – con il quale si decise “l’immediato ripristino di tutte le funzioni” delle istituzioni statali e si conferiva al sovrano l’effettivo comando delle forze armate.

Nel pomeriggio il re comunicò a Mussolini di aver deciso di sostituirlo con il generale Pietro Badoglio; il duce venne arrestato dai carabinieri. Alle 22.45 la radio diede la notizia della destituzione di Mussolini e trasmise il comunicato di Badoglio che annunciava il proseguimento della guerra accanto all’alleato
tedesco. Folle esultanti si riversarono riversarono per le strade, acclamando il re e Badoglio, i simboli del regime vennero abbattuti e i fascisti sembrarono essere scomparsi, o forse mai esistiti. La realtà è che il 25 luglio era stato preparato non dagli antifascisti, ma dal re e dai gerarchi fascisti, preoccupati soltanto di salvare la loro posizione e i loro privilegi. Se gli avvenimenti presero poi un altro indirizzo, fu loro malgrado.

Che gli stessi tedeschi si aspettassero non una semplice sostituzione di persona è stato recentemente confermato da una velina inviata dall’ufficio propaganda di Goebbels ai giornali francesi, con la quale si suggeriva di scrivere che si aveva buon motivo di ritenere che, dopo i risultati della campagna di Sicilia, Mussolini ed Hitler avevano constatato l’impossibilità per l’Italia di proseguire la guerra e che la scelta di Badoglio come successore provava che l’Italia avrebbe tentato di negoziare la sua neutralità. Anche Goebbels era di questo avviso, tanto che il 27 luglio scriveva nel suo Diario: «Il Führer è fermamente convinto che Badoglio ha già negoziato con il nemico prima di compiere il passo decisivo. L’asserzione del suo proclama che la guerra continua non significa assolutamente nulla».

In effetti il nuovo Governo avviò immediatamente trattative segrete con gli Alleati, e il 5 settembre, a Cassibile, nella Sicilia occupata dalle truppe dello Zio Sam ma di fatto già amministrata dalla Mafia che era sbarcata in massa insieme ai tanks, viene firmato l’armistizio con gli angloamericani, che verrà reso noto dalla radio solo l’8 settembre. Vittorio Emanuele e la famiglia reale, Badoglio e i generaloni si diedero
ad una fuga ìgnominiosa dalla capitale verso Pescara, prima di imbarcarsi per Brindisi, lontani dalle truppe tedesche.

L’esercito venne lasciato senza ordini, il Paese abbandonato in balia delle truppe naziste, che il 9 settembre varcarono il Brennero e presero severissimi provvedimenti nei confronti dello sleale avversario. Il 12 settembre un reparto di paracadutisti tedeschi, comandato dal maggiore Otto Skorzeny, libera Mussolini, che era stato confinato sul Gran Sasso, e lo conduce in Germania. Il resto lo sappiamo bene, e sappiamo che il prezzo più pesante di quella sciagurata ed evitabile guerra civile fu pagato dalle popolazioni civili del Nord. Una brutta vicenda, una vicenda tutta italiana, che rivelava appieno l’abiezione, l’opportunismo, il cinismo immorale di quella classe dirigente che era l’erede e rappresentava la piena continuità dell’Italia risorgimentale, garibaldesca, mazziniana, e poi giolittiana, l’Italia del malaffare e dello spergiuro, quella che rompe i patti e non conosce la parola coerenza, tronfiamente retorica ma allo stesso tempo levantinamente pronta ad ammainare una bandiera e a sventolarne un’altra.

Quel 25 luglio coronava quasi un secolo di quell’Italia, ma il problema vero e più desolante è che inaugurò un altro mezzo secolo e oltre di furbate e voltate di gabbana.

(da il settimanale “Il feeralismo”, direttore Stefania Piazzo)

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2 Commenti

  1. Fil de fer says:

    Ma roma non verrà distrutta ?
    La caput corruzione e mafia è ancora viva !!
    Dunque perché continuano a parlare di ripresa economica quando questa non ci sarà mai fino a ché governano in questo modo baldanzoso e poco pragmatico e costruttivo ??
    Senza taglia alla politica e a tutto quello che gira interno ad essa è pura utopia parlare di ripresa economica.
    E… loro lo sanno, ma prima viene la carega, poi…..il resto che è sempre più lontano.

  2. giancarlo says:

    La retorica italiota è fastidiosa e pedante.
    Invece di ricordare date ben più importanti si ricordano solo quelle che fa comodo al potere romano.
    Alla lunga tutto stanca e stancherà e alla fine non rimarrà nulla.
    WSM

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