25 aprile, Oneto: festa della difesa della Costituzione, sinistra e destra patriottiche più dei Savoia

Destrasinistradi GILBERTO ONETO – Il 25 aprile per gli italiani italianisti continua a essere il giorno della Liberazione (scrupolosamente scritta
con la maiuscola). Per tutti quelli che non si sentono liberati, e anche molto poco liberi, è solo il giorno di San Marco. E scusate se è poco.
Per gli italiani italianisti è invece una festa importante, che non è mai stata cancellata dal calendario, che viene ogni anno celebrata in pompa magna e che gode di una sua particolare resistenza (il gioco di parole è involontario) nel tempo grazie alla sua straordinaria capacità di adattamento ai tempi, alle situazioni e alle contingenze politiche. All’inizio era la festa dei partigiani, poi solo quella dei comunisti (in contrapposizione alla Dc), poi quella dell’unità delle sinistre (contro tutti i clericofascisti), poi ancora quella dell’arco costituzionale (contro ogni neofascismo palese e mascherato), poi dell’unità di tutte le forze “democratiche” (dove la patente di democrazia è auto-attribuita con criteri opinabili).

Poi si è prodigiosamente trasformata in festa della difesa della Costituzione. Della Costituzione del 1948 a gran parte dei suoi attuali corifei è sempre importato molto poco: per fare le regioni (e farlo malamente) ci hanno messo quasi 30 anni, hanno inventato regioni e province autonome senza verificare se ce ne fossero i requisiti che loro stessi si erano dati, hanno ceduto cospicue fette di sovranità nazionale all’Europa senza battere ciglio, hanno fatto guerre alla faccia dell’articolo 11, hanno lasciato rientrare tre spelacchiati pretendenti al trono, hanno fatto modifiche costituzionali con quattro voti di scarto in Parlamento e il giornoprima di andarsene a casa.

La Costituzione è stata per quasi 60 anni considerata poco più che un libricino da mettere sotto la gamba dei tavoli per non farli ballare, tranne ovviamente che in casa Prodi. Adesso sembra che la Costituzione sia improvvisamente diventata intoccabile come la mamma, come Garibaldi, la pizza Margherita e – una volta – la Milizia. Ci dicono che se ne vogliono stravolgere i principi, che si cerca di attentare alla democrazia, ma soprattutto che si vuole mettere in dubbio il sacro dogma dell’Unità nazionale, che in certe parrocchie supera in solidità quello dell’Immacolata Concezione.

È piuttosto singolare che a esserne particolarmente preoccupati siano proprio quelli che per decenni si sono inventati leggi, comportamenti e Casse che hanno sancito la divisione della Repubblica, gli stessi che quattro anni fa avevano cassato dalla Costituzione
un’altra delle icone più venerate: quella dell’interesse nazionale. 60 anni or sono c’è stata nella penisola (in realtà solo nella sua metà superiore) una guerra civile combattuta fra i buoni (o cattivi) partigiani che volevano liberare l’Italia dallo straniero e dalla dittatura, e i cattivi (o buoni) fascisti che volevano tenere lontani altri stranieri e altre dittature.

Se ne sono fatte di tutti i colori e non è unbel capitolo della nostra storia. Assieme a fior di delinquenti, assassini ed esagitati (equamente distribuiti fra le due parti) c’erano anche legioni di gente in totale e perfetta buona fede che ha combattuto, e che spesso ci ha lasciato le
penne, per qualcosa che credeva giusto. In mezzo o sopra di loro c’era una bella banda di affezionati al potere, di opportunisti, che si sono ben guardati dal partecipare direttamente alla lotta ma che hanno badato con prudenza e solerzia ai propri interessi di casta. C’è tutta una genia di “patrioti responsabili” che se ne era rimasta acquattata in palazzi e sacrestie, in legazioni straniere o appena fuori confine, in grandi industrie e ministeri, che è ricomparsa a cose fatte come un’orda di fameliche pantegane, e che lo avrebbe fatto con identica baldanza anche se la guerra fosse andata diversamente.

Non è stata una novità: da 150 anni in questo Paese ogni cambio di regime è accompagnato da veloci cambi di casacca, da prudenti allineamenti all’insegna della continuità. Ad azzannarsi fra di loro e a pagare sono solo i poveretti, a galleggiare sono i furbacchioni. Mentre i soldati del re di Napoli morivano nel lager di Fenestrelle, i Liborio Romano e i Pianell facevano carriera nel nuovo Stato italiano. Quando a Cefalonia i soldati si facevano ammazzare, i loro generali se ne stavano tranquilli a Brindisi. I ragazzi di Salò sono finiti (quando gli è andata bene) a Coltano: tanti gerarconi si sono prontamente riciclati fra i democristiani e i comunisti.

Tutti costoro esibiscono una giustificazione nobile: l’importante è salvare la Patria, lo Stato, il Trono e la sacra Unità nazionale. Per questo sono “pronti a sacrificarsi” faccia e coerenza. Qualsiasi capriola è scusata dal salvifico bene supremo dell’Unità della Patria. L’Unità è il patriottico e sublime paravento tricolore di una ricca serie di privilegi per pochi furbi e fortunati esponenti della classe dirigente, e di una più modesta messe di provvigioni per una massa sempre più numerosa di gente che ci campa meno lucrosamente ma senza affaticarsi troppo.
Sarebbe interessante fare il conto di quanto “prenda” di stipendio tutta la bella gente che se ne sta sul palco ogni 25 aprile, compunta come i personaggi dell’orologio della Torre di Praga. Quelli almeno servono a scandire il tempo: questi sono eterni, immutabili garanti dell’Unità. Sotto ogni regime. In piazza c’erano innocenti scolaresche con le bandierine, i reduci veri (un po’ intordelliti dalla lunghezza
della cerimonia) e quelli fasulli agghindati con improbabili camicie rosse, c’era anche qualche stralunato cittadino che credeva di celebrare davvero la propria liberazione o che era sinceramente convinto che la Costituzione sia proprio un aggeggio sacro come il Vangelo (e che le autorità condividano questa sua ingenua convinzione). Ma c’erano soprattutto tanti rappresentanti di quelli che di Unità ci vivono, che dall’Italia prendono uno stipendio o che sono addirittura pagati per testimoniare
più o meno laboriosamente) il concreto vantaggio della perequazione tricolore.

Di quelli per cui uno come Flaiano avrebbe potuto dire che “fare i patrioti è sempre meglio che lavorare”. Per tutti costoro l’Unità e la Costituzione vanno difese dai subdoli attacchi della Devolution, che è più pericolosa di Kappler e Kasserling, dalle insidie del Federalismo, rispetto a cui l’Ovra e la Gestapo erano profumate mammolette. Cosa non si farebbe per l’Unità della Patria? Non ci
sarebbe da stupire se fra un po’ il 25 aprile fosse dedicato alla difesa del Codice Rocco. Quello che è straordinario è che quella
della Liberazione si stia sempre di più trasformando in una festa nazionale e nazionalista (nonostante la scarsità di tricolori piagnucolata dal sindaco di Milano) e che rischi (ma ormai è più di un rischio) di diventare addirittura una festa fascista. Proprio come la classe dirigente socialista, comunista e cattolica (e cioè per definizione antifascista) sta sempre di più assumendo toni, argomenti e atteggiamenti di iperpatriottismo nazionalista di marca fascista.

Non c’è dubbio che il coerente esito di un percorso italo-patriottico non possa che essere il fascismo. I discorsi che si sentono fare da questa gente ricordano sempre di più quelli di Mussolini (nonno) e di Almirante. Samuel Johnson ha scritto tanto tempo fa che il patriottismo è l’ultima difesa dei mascalzoni. Non conosceva l’Italia: qui si nascondono dietro l’Unità. Che gli dà da vivere, che li fa impunemente trafficare, che li arricchisce e gli garantisce privilegi.

È certo che, vedendo quel che sta succedendo e potendo tornare indietro, tanti repubblichini e partigiani avrebbero smesso di spararsi fra di loro e avrebbero puntato le armi sulla comitiva dei Savoia, dei Badoglio e di tutti i patriottoni in fuga perpetua per garantire la continuità e l’Unità della Patria (e i fatti loro). Non possono più farlo ma possono oggi, assieme ai loro figli e nipoti, rivolgersi contro tutta quella gente in grisaglia, contro la nomenklatura incerata che se ne sta impalata sui palchi infiocchettati di tricolore proprio come i loro omologhi resistevano irrigiditi sulla tomba di Lenin.

Naturalmente non li si deve aggredire con le armi, ma irrorare di ridicolo e abbattere con la responsabile espressione della propria volontà politica. Non è lo scontro fra fascisti e partigiani, fra destra e sinistra, fra Nord e Sud, ma di chi lavora contro chi si fa mantenere. Di chi vuole la libertà contro i gran sacerdoti dell’Unità, triste finzione che nasconde oppressione politica, sfruttamento economico e avvilimento identitario. Solo se andrà bene, potremo allora finalmente festeggiare la vera Liberazione.

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