Porta Pia, l’idolatria di Stato vince sui santi dell’identità

20 settembre2

di PAOLO GULISANO – La presa di Porta Pia, la conquista di Roma, la fine dello Stato Pontificio. Quello che fu oggettivamente un atto di guerra, un’aggressione unilaterale contro uno Stato sovrano e, più di ogni altra cosa, una sfida durissima lanciata alla Chiesa, viene celebrato come un grande, storico avvenimento che sta alle origini dello Stato italiano. La presa di Porta Pia fu un fatto clamoroso che segnò il destino dello Stato
italiano, e determinò indelebilmente la cultura politica e la mentalità della classe dirigente fino alla caduta del fascismo. Non di meno, è assurdo e improponibile che si vogliano esaltare quell’avvenimento e quella ideologia di fronte ai ragazzi del nostro tempo, che alla scuola, agli educatori, alla società, chiedono ben altro.

Se proprio si vuole guardare al XX settembre 1870, allora sarà bene che si racconti la storia per come è andata, e a quel punto sarà difficile menar vanto di quegli avvenimenti; al contrario, sarebbe il caso che venissero fatte delle scuse per quel venti settembre, per quell’odiosa violenta aggressione a Roma, intesa come centro del Cristianesimo, centro spirituale mondiale secondo forse alla sola Gerusalemme, capitale per secoli della Cristianità, che era divenuta nell’800 l’obiettivo e la vittima designata di quel processo rivoluzionario cui è stato dato il nome retorico e pomposo di “Risorgimento”, termine che vuole esprimere una variante laica della cristiana “resurrezione”.

Il culmine di questo processo di unificazione con spoliazione delle diverse e libere realtà nazionali e statali presenti nella penisola italiana doveva essere la conquista di Roma, la sottomissione del potere temporale
del papa a quello dei sovrani sabaudi che attraverso la progressiva annessione dei vari regni italiani – la
celebre politica del carciofo – avevano stabilito la propria supremazia nell’ambito del nuovo Stato venutosi a
creare.
Un “sogno italiano” che corrispondeva ad un’antica aspirazione della Massoneria, all’utopia più coltivata:
quella di distruggere il Cristianesimo e sostituirlo con un culto neo-gnostico, con aspetti esoterici per gli
iniziati e con una dimensione essoterica, pubblica, per il popolo. Il grande scontro che ebbe luogo nell’Italia
dell’800 non era solo per dar vita ad una nuova entità statale, un paese dalla media importanza strategica
proteso nel Mare Mediterraneo, ma era una battaglia preparata da lungo tempo per sconfiggere la Roma
cristiana, la sede del Vicario di Cristo. La conquista di Roma e la sconfitta della Chiesa divennero l’ossessiva aspirazione della setta. Per realiz-zare questo obiettivo, tuttavia, era necessario che l’organizzazione prendesse saldamente piede negli Stati della penisola. Il 20 giugno 1805 venne così costituito il primo Grande Oriente d’Italia.

Il secolo XIX vede in Italia una formicolante attività di società segrete collegate in vario modo ai princìpi
massonici. Vi aderivano soprattutto militari, avvocati, notai, giudici, medici, farmacisti, imprenditori: una
irrequieta borghesia provinciale con caratteristiche che variavano a seconda della geografia e della filosofia
politica: un gradualismo monarchico e moderato nel Meridione, istanze socialmente più avanzate e repubblicanesimo nel Nord. Appartenevano ad organizzazioni chiamate Società degli Adelfi (che in greco significa fratelli) oppure Sublimi Maestri Perfetti fino alla più celebre Carboneria. Nell’immagine allegorica del carbonaio è evidente la derivazione massonica: col fuoco del carbone si ottiene la purificazione, mediante un’operazione di tipo alchemico attuata in tre fasi: l’opera al nero, l’opera al rosso, l’opera al bianco. Lo scopo dell’organizzazione politico-iniziatica era – secondo i suoi statuti – di “liberare la foresta dai lupi”, ovvero liberare l’umanità dai tiranni, e ciò educando gli uomini alle virtù del perfetto cittadino. In questo ambito spiritualista viene concepita l’idea di “risorgimento”: “Il simbolo iniziatico della “Rinascita” (o
“carbonizzazione”) veniva assimilato dalla Carboneria allo schema cristiano della salvezza, il dramma-catarsi
del Calvario: passione-morte-risurrezione.

Un simbolo che, nel particolare contesto storico, si caricava anche di motivazioni sociali; sì che la rigenerazione morale riguardava non solo l’individuo ma pure l’intero popolo, sino a diventare istanza di cambiamento politico: la rinascita del popolo diveniva il programma del suo risorgere spirituale e politico, ovvero il suo Risorgimento, il nome che poi assunse l’intero evento storico, un nome nato dal patrimonio semantico massonico e carbonaro”.

Iniziò dunque una lunga marcia di avvicinamento, un processo di unificazione statale che assunse subito delle caratteristiche assolutamente peculiari: l’Italia infatti, caso unico nella storia, venne a crearsi come nazione in opposizione alla religione. Da sempre il senso dell’appartenenza ad una patria (intesa letteralmente come “terra dei padri”) era andato di pari passo con l’appartenenza ad una fede; il focolare e l’altare erano sempre stati, nella storia dei popoli, una cosa sola.

L’identità nazionale si fonda, prima che su una comunità linguistica o etnica, su un elemento religioso. La nascita delle grandi nazioni medievali, come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, vede come protagonisti dei santi, chiamati a battezzare i popoli e ad unirli in una comunità di destino: San Bonifacio in Germania, Sant’Agostino di Canterbury in Inghilterra, Clodoveo in Francia, Stefano in Ungheria, Adalberto e Boleslao  n Boemia e in Polonia.. Da sempre il senso di appartenenza di un popolo ad una etnia o a una cultura ha trovato fondamento nel senso religioso: fa eccezione il caso italiano, dove una nazione viene assemblata dando come orientamento politico l’ostilità alla religione, individuando come nemico il capo della
Chiesa, il Vicario di Cristo, costituendo uno Stato senza fondamenta religiose, che confidava di creare un tessuto sociale con riferimenti all’etica massonica del buon cittadino.

Questo Stato settario e anticattolico voleva febbrilmente la conquista di Roma. Lo fece con una caparbia azione ideologica che portò alla sostituzione della Fede con l’ideologia, del sano realismo cristiano con l’utopismo, della devozione ai santi con l’idolatria nei confronti dei nuovi miti, di quegli “eroi” che la propaganda risorgimentale impose pesantemente: personaggi come Garibaldi, Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele che tanto piacciono ai politici, ma non certo a noi.

(da il settimanale “Il Federalismo”)

Print Friendly

Recent Posts

Leave a Comment