«I SINDACI DOVRANNO AGIRE DA INDIPENDENTISTI»

DI GIANCARLO PERINA

“Scusi, ma a cosa sono serviti centinaia, anzi migliaia di amministratori locali alla Lega Nord? Se lei mi dice che sono serviti a riempire le poltrone e a perpetuare il clientelismo, oppure a dar vita ad indegne parentopoli allora taccio. Ma se lei – dopo vent’anni di potere locale e non solo – pensa che i sindaci del Carroccio abbiano fatto la differenza la invito a ragionare sui fatti”.

Giulio Arrighini, segretario dell’Unione Padana, s’infiamma quando pensa che dopo un ventennio di promesse bossiane “siamo punto e a capo”, anzi peggio di prima: “Vede – ci spiega – qualche buon sindaco c’è stato, ma non ha fatto nulla di influente per battagliare contro il centralismo statale. Certo, li capisco anche, visto che ai proclami del loro capo non seguiva mai alcun sostegno reale”.

Il cruccio dell’ex parlamentare è che oggi, rispetto a due decenni fa, tutto è peggiorato e se ne sono accorti anche i sindaci, leghisti compresi: “Guardi – sostiene – dopo le ultime due manovre di Tremonti, votate ovviamente dalla Lega Nord, anche i primi cittadini del Carroccio sono scesi per strada per protestare contro gli ennesimi tagli decisi a Roma su quei pochi soldi che tornano indietro da Roma. Capisce? Siam qui a parlare ancora di finanza derivata, ovvero di elemosine che lo Stato centralista dona ai Comuni del Nord. A ciò aggiunga l’ennesima incompiuta, ovvero il federalismo fiscale, ultima delle promesse di Bossi e del suo codazzo dirigenziale e ultimo dei fallimenti politici di quel partito”.

Di una cosa è convinto Arrighini, che mi cita dati e numeri del libro di Ricolfi “Il sacco del Nord”: andare a Roma non serve a nulla, “da quelle parti non concederanno mai nulla, quelli vivono dei soldi che produciamo qui, nelle regioni padano-alpine”.

E ritorna all’importanza dei sindaci, della battaglia politica che va condotta sul territorio, anche a suon di disobbedienza civile e fiscale. Per spiegarmelo, mi mostra il “Vademecum del sindaco indipendentista”, che ha elaborato insieme a Giovanni Ongaro, cofondatore dell’Unione Padana (insieme a Francesco Formenti e al presidente Roberto Bernardelli), e che verrà mostrato e spiegato a tutti i loro candidati alle prossime elezioni amministrative.

Son sette punti, che ci ha voluto spiegare nel dettaglio, partendo da una premessa: “Il cambiamento può avvenire solo partendo dal basso – afferma Arrighini – da quegli enti che sono a diretto contatto con la gente che vive il quotidiano. Serve la convinzione che l’amministrazione comunale, di qualsiasi dimensione, può, e deve alzare la voce e fare azioni di disubbidienza civile e resistenza fiscale contro lo Stato, in modo tale da riconsegnare il potere al cittadino”.

Sul perché sindaci e amministratori in prima linea, Arrighini è perentorio:

“1- Perché essi vengono eletti sulla base di un programma, che dovrà chiaramente far riferimento all’indipendenza dall’Italia (oltre alle questioni locali che ovviamente li riguardano);

2- Perché vengono eletti secondo i crismi della democrazia, ovvero secondo i principi di quella stessa dottrina che sulla bocca dei politicanti centralisti fa rima con volontà popolare;

3- Perché se vengono eletti, significa che han preso il 50% + 1 dei voti, quindi gli amministratori locali vengono investiti della tanto declamata sovranità popolare”.

Facile a dirsi, di parole se ne sono sprecate molte in questi anni, ma la strategia quale sarebbe?

“E’ fuori dubbio che vi siano moltissime ragioni, più o meno importanti e valide, per chiedere l’indipendenza dall’Italia, il 2012 ne aggiungerà altre. Noi riteniamo – spiega Arrighini – che le motivazioni socio-economiche debbano prefigurarsi come linea guida delle future azioni degli amministratori locali secessionisti, seppur consapevoli che anche l’identità è una ragione più che valida”.

Veniamo al sodo, mi spiega cosa dovrebbero fare i vostri?

“Azioni, azioni concrete! Premesso che ogni azione deve mantenersi nell’alveo della non-violenza, quello con lo Stato centralista non può che essere uno scontro vero, una battaglia a tutti gli effetti. Eccole l’elenco del nostro vademecum”.

Una guida con sette priorità, che riportiamo pari-pari

1- IL SINDACO NON È UN AGUZZINO: dovrà respingere al mittente statale ogni imposizione normativa che lo investe del ruolo di sostituto d’imposta o gabelliere;

2- IL SINDACO E’ UN RESISTENTE FISCALE: in contrapposizione con l’infame metodologia della “finanza derivata” (che riduce sempre di più i trasferimenti dei soldi dei suoi contribuenti da Roma al Comune), dovrà attivarsi per organizzare forme di resistenza fiscale, al fine di evitare che i suoi concittadini versino le tasse allo Stato;

3- IL SINDACO E’ UNO SCERIFFO: considerato che il fenomeno immigratorio gestito dallo Stato ha solo causato problemi di ordine sociale, economico e di ordine pubblico (caricando sul fallimentare welfare state italiano i costi del disservizio), il sindaco dovrà adoperarsi per attivare forme di controllo del territorio che suppliscano all’inefficienza dello Stato italiano.

4- IL SINDACO E’ UN PREDICATORE DI LIBERTA’: Durante il suo mandato gli amministratori dovranno adoperarsi, nei confronti dei loro cittadini, ad un’opera di divulgazione delle idee di libertà e di persuasione di coloro che non conoscono fatti e circostanze che fanno dell’Italia uno strumento di oppressione. Il fine è ottenere nuovi consensi.

5- IL SINDACO NON E’ UN COLLABORAZIONISTA: non collaborare con lo Stato e con le sue direttive a livello territoriale è un dovere morale di ogni buon sindaco indipendentista. Le forme di non collaborazione vanno valutate di volta in volta dall’amministratore e dai suoi collaboratori.

6- IL SINDACO E’ UN SABOTATORE E UN BOICOTTATORE: spesso, i Comuni sono trattati dallo Stato come il luogo in cui registrare e schedare i cittadini. Si pensi al caso del censimento voluto dall’Istituto di Statistica italiano (Istat) per conto del governo centrale. L’amministrazione non deve prestarsi a queste forme di controllo orwelliane.

7- IL SINDACO INCITA ALLA RESPONSABILITA’: lo Stato ha distrutto quel tessuto solidale che tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 ha caratterizzato le comunità locali, dove enti caritatevoli, gruppi organizzati e mecenati hanno permesso la costruzione di ospedali, ricoveri, strutture di vario tipo. L’amministrazione deve re-incentivare quei comportamenti responsabili, rinunciando alle elemosine che lo Stato concede col gontacocce e delegando a molte delle stupide norme che cozzano col buon senso”.

Una vera dichiarazione di guerra all’Italia, a meno che non rimanga lettera morta: “Ne va del nostro futuro e di quello dei nostri figli – conclude Arrighini -. L’Italia ha fatto, e male, il suo tempo. Io voglio essere per davvero padrone a casa mia”.

 

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One Comment

  1. xyzxyz44 says:

    “…Premesso che ogni azione deve mantenersi nell’alveo della non-violenza…”

    Sono contrario anch’io alla violenza, ma mi convinco sempre più che con la non-violenza non si arriva da nessuna parte.

    Come uscire quindi da questa empasse?

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